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In cerca del padre

Era il 1991 quando uscì un’antologia di racconti scritti da giovani. si chiamava “Italiana” ed era pubblicata da Mondadori. Avevo meno di 20 anni e indovinare subito quale scrittore si sarebbe affermato nel decennio successivo mi sembrava di importanza fondamentale. C’erano Erri De Luca e c’era Sandro Veronesi.
Mi innamorai di Paola Capriolo che poi non ha mantenuto tutte le promesse (ha scritto comunque alcuni bei libri). C’era Susanna Tamaro, ancora sconosciuta.

Ma la nota più entusiasta accanto al titolo di un racconto – perché stendevo anche delle note, da vero fanatico – è quella per Il bambino scettico di un certo Edoardo Albinati: ricordi dall’infanzia ipersensibile e protetta di un bambino che, da grande, è diventato un terrorista.

A 20 anni di distanza non rinnego quella scelta anzi sono felice di averla fatta. Capisco solo adesso che non si trattava di scoprire lo scrittore che si sarebbe affermato nel nostro panorama letterario (espressione orribile) ma nella mia vita, insieme ad altri.
Non potevo sbagliare. O forse si, avrei potuto.

Ho continuato a seguire Albinati attraverso tanti libri, anche quelli di poesia, anche quelli più strani, come Orti di guerra. Li ho letti, con qualche perplessità, più o meno fino in fondo, tranne Tuttalpiù muoio, l’unico che gli ha dato successo di pubblico.
Per il resto un’onesta carriera, la sua, di autore minore. Lontano dalle grandezze di chi cambia la storia della letteratura, come Moresco, o di chi vende migliaia di copie finendo per stare sulle scatole a tutti, come Baricco.

L’ultimo, Vita e morte di un ingegnere, pubblicato qualche tempo fa ma scritto prima, finalmente è bellissimo.
Non lo stavo aspettando dai tempi de “Il bambino scettico”?

L’ingegnere di cui si fa il ritratto è il padre dello scrittore. Come sembra inevitabile, un ingegnere vissuto negli anni del boom italiano è una maschera rigida e scostante. Le Parole utilizzate fin dall’inizio sono scoraggianti: un uomo spaventosamente ambiguo; calmo e freddo; indifferente alla maggior parte dei problemi degli altri e perfino ai propri; una sensibilità morbosa; timido; vestito in maniera convenzionale; giacca, cravatta, pantaloni grigi eccetera; indifferente all’abbigliamento. Uno di cui al massimo si può sostenere che “gli piaceva guidare l’automobile” ma non che “gli piacessero le automobili. Anzi si può dire che delle automobili non gli importasse nulla.”

Cosa fare di una maschera così? Dietro non c’è davvero nulla. Oppure c’è il nulla.
L’unica forma di espressione che traspira è però terribile: il gusto della beffa, lo spiazzamento, la provocazione, la capacità di sottrarsi a ogni giudizio prevedibile, in continuazione, con “un’energia senza limiti”.
“Non gli dispiaceva farsi avanti quando si trattava di dimostrare anticonformismo e sprezzo delle convenzioni, di quelle stesse convenzioni che poi formavano la quasi totalità del suo modo di vivere e concepire il mondo.”
Come quando, nell’estate del ’66, per vincere una scommessa con sua nonna, si infila una camicetta da donna colorata di vistosi ricami e si mette seduto al bar, all’aperto, sotto lo sguardo di tutti. “Poi a casa naturalmente non pretese da mia nonna i soldi della scommessa vinta”.

Ma questa maschera ora rigida ora beffarda e inafferrabile è il padre. E tocca farci i conti. nel suo ritratto Albinati la insegue, la cerca, ci combatte. Poi arrivano la malattia e la morte a deformarla fin quasi allo schianto. Ma non si spacca nemmeno con la morte. Finisce consumata nell’iceneritore, piuttosto.

A un certo punto Albinati scrive:

“Ho letto migliaia di libri sugli argomenti più lontani da me, sulle arti marziali, sulla vita contadina in Normandia, sul problema del bene e del male dai vichinghi a Budda a Dostoevskij, sulle classi sociali medievali, sulle balene e i merluzzi, sulle città invisibili, sull’essere e il non essere e il divenire, sui giovani omosessuali di Milano Los Angeles e New York, Ho ascoltato con un certo interesse centinaia di ore di chiacchiere su Botticelli, Kant, Edipo, sul pensiero artificiale e su Eduardo De Filippo, mi sono chinato sulla polemica tra Vittorini e Togliatti, Tra Pasolini e gli studenti, tra Alcibiade e i suoi amici, tra i gesuiti e Paolo Sarpi, e ho studiato a lungo pagine di critica letteraria marxista a proposito di Balzac e freudiana a proposito di Pinocchio, conosco molti fatti salienti delle biografie di Csanaova, di Alfieri e di Tenco, di Gigi Riva e di almeno un’altra dozzina di italiani illustri, e anche quelle di Cary Grant e Mick Jagger, ho letto la Farsaglia e le Upanishad, ho letto Matteo Maria Boiardo, Richardson e la corrispondenza tra Groddeck e Frenczi, le lettere persiane, le favole di Andersen e quelle di Afanas’ev, ho divorato i libri degli epigoni degli epigoni, le vite degli imperatori, i trattati sulla malinconia, ho raccolto dati sull’esistenza infelice di Giordano Bruno e Campanella e Vico, ho accumulato nozioni innumerevoli su Spengler e Michelstaedter, su Kracauer e Weber, sulla moglie di Mahler e la sorella di Nietzsche – e non so niente di mio padre.”

Restituisce, allo specchio, quanto scriveva di tutti noi Cristina Campo ne Gli imperdonabili.
Quando diceva che abbiamo barattato il destino, ciò che fa essere il guerriero un guerriero, il santo un santo e chi lavora nei campi un contadino, con un mondo dove possiamo scegliere: “un mondo di esseri erranti, intercambiabili nei volti, nei costumi, nell’indescrivibile lingua franca, che a fatica ricordavano se arrivassero da Casablanca o da Tokio, se si fossero incontrati a Washington o a Dakar, mondo del solvente universale e del ritorno al caos, meticciato perfetto di destini nei quali tutto era possibile e indifferente.”

Eppure Albinati lotta fino alla fine con la maschera che ha davanti.
Distorta dalla malattia, la sua ultima espressione è ancora la beffa.
Al figlio che, per parlare, gli racconta della morte improvvisa dello scrittore Alberto Moravia, il padre risponde, secco: “immagino che non lo abbia strangolato la balia”.
Questo mentre si veste a fatica per tornare dall’ospedale a casa, per l’ultima volta.

Il ritratto, banale dirlo, è un autoritratto. Cosa ci può essere in comune tra un ingegnere conformista, impenetrabile, devoto all’ironia distruttiva e un figlio scrittore, artista di difficile classificazione, che ha pubblicato un po’ di tutto: prosa, poesia, prosa poetica, romanzi, diari; uno che ha immaginato, in un racconto, una propria relazione omosessuale con lo scrittore Eraldo Affinati, solo perché i nomi si assomigliano e i rispettivi libri, sugli scaffali delle librerie, stanno vicini?

Cosa può esserci in comune? Nulla, tutto.
Le due maschere convergono, si fronteggiano, si sovrappongono, si dissolvono a vicenda.

E alla fine non resta nulla. Nemmeno l’ombra di un destino.

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