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Le prostitute di Beirut

Ci sfioravamo ignorandoci a vicenda come pesci di specie diverse nello stesso acquario.

Circa due mesi fa ho passato una settimana in un albergo di Beirut aspettando un visto per la Siria che non è mai arrivato. Era la prima volta che vedevo la capitale del Libano. Ci ho messo alcuni giorni per scoprire quello che, a parole, già sapevo: che le città sono due, almeno. Una, quella cristiana, borghese ed europea; l’altra, quella araba, popolare (oltre che sovrappopolata), tumultuosa e frenetica, piena di neon, pubblicità, traffico: americanizzante.
E chissà quante altre Beirut non ho avuto tempo di scoprire.
Nell’albergo c’erano altri giornalisti e tutti come me aspettavano il visto, anche se le ragioni per averlo scemavano, dal momento che gli Stati Uniti sembravano sempre più restii ad attaccare Damasco. C’era chi lo aveva già avuto, chi non l’avrebbe avuto mai, chi glielo avevano promesso, chi ci stava lavorando eccetera.
Si andava in giro in cerca di qualche storia attinente alla guerra in Siria da poter offrire al giornale. Si andava a rompere le scatole ai ceffi dell’ambasciata siriana chiedendo di sapere a che punto fossero le carte per il permesso, si veniva respinti in modo bruscamente cordiale.
Prima di arrivare qualcuno mi aveva avvertito: l’albergo è pieno di escort. Ma quello che avevo immaginato, unito al ricordo di altri hotel, era ben lontano dalla realtà.
Le ragazze, di una bellezza fuori da ogni regola, che non sono capace di descrivere, c’erano e si aggiravano nei saloni dalla mattina alla sera. I vestiti erano provocanti, a volte estremi. Il trucco e i capelli curati fin dall’ora di colazione. Ma per il resto non sembrava proprio che fossero lì per fare affari, che avessero interesse per noi o per chiunque altro.
Ci ho messo un po’ a capire, lo stesso tempo che ci è voluto per arrivare a distinguere le due Beirut: si trattava di escort, credo almeno, ma quello non era il luogo in cui lavoravano. Era il luogo in cui vivevano.
Per alcuni giorni abbiamo condiviso la quotidianità di uno dei miti più abusati del nostro tempo.
Le si tira in ballo spesso, in Italia specialmente. A Roma, Muhammar Gheddafi aveva radunato centinaia di hostess in una stanza e si era messo a catechizzarle sul Corano, ricordate? Hostess, escort, prostitute: la prima caratteristica di un mito è di essere inafferrabile in un’unica versione.

Quelle che stavano lì erano brasiliane, serbocroate, qualcuna di origini africane. Sembravano uscite da una pubblicità anni 80 della Benetton.
Non c’è molto da dire. Prevalentemente passavano il giorno con la testa fissa nel computer, a parlare con qualcuno, dall’altra parte del mondo immagino.
Una notte, era la prima per me nell’hotel ed ero arrivato molto tardi, quindi quelle voci non avevano un corpo, mi hanno svegliato alle quattro del mattino. Dovevano essere in quattro o cinque, completamente ubriache e ricominciavano a cantare sempre lo stesso passaggio musicale, TARA RA RA RA RAAAAAA e poi scoppiavano a ridere senza riuscire a finire. Saranno andate avanti per decine di minuti.
Qualche volta una andava via a bordo di una grossa macchina.
Una sera due erano sedute su un gradino delle scale e una parlava con qualcuno al computer e l’altra sembrava assisterla, starle vicino. Ho sentito qualcosa del dialogo mentre scendevo le scale. Dall’altra parte dicevano in inglese alla ragazza che quella, per lei, non era la destinazione finale ma solo un luogo di transito. La destinazione finale era Doha.

Eppure era come condividere l’albergo con delle divinità. Non perché bellissime ma per il loro essere inavvicinabili. Era come se camminassero protette da una bolla trasparente e nulla passava: nemmeno uno sguardo diretto.

Un giorno la porta dell’ascensore si è aperta e davanti, all’improvviso, mi sono trovato a un palmo da una di loro. Ho creduto che la porta si fosse aperta al secondo invece che al terzo piano, il mio, perché al terzo non l’avevo mai vista. Mi ha detto con un sorriso che lei scendeva. Le ho risposto che mi dispiaceva ma io salivo ancora. C’è rimasta male o almeno perplessa. Le ho detto che se voleva poteva entrare e poi sarebbe riscesa. Ha scosso la testa come se rinunciasse a spiegarmi qualcosa, mi ha fatto un altro grande sorriso e si è allontanata. Le porte si sono richiuse e si sono riaperte.

Così ho capito: eravamo già al terzo piano e più su non si poteva andare. Passando nel corridoio l’ho incrociata davanti a un altro ascensore e ci siamo scambiati un cenno allegro in cui io ammettevo di essere tonto e lei di essersene accorta e che non faceva nulla.
Era una ragazzina lontana da casa e aveva voglia di scherzare e sorridere.
Ma all’incontro successivo era come se non ci fossimo mai visti e non c’è stato neanche l’accenno di un saluto.
Mi sono chiesto allora come ci vedessero loro. Se anche noi gli sembrassimo inavvicinabili, separati, con quell’aria sempre indaffarata e anche un po’ incazzata che dovevamo avere. In fondo anche noi passavamo il tempo con la testa ficcata nel computer. Anche per noi quello era un luogo di transito e non la destinazione finale.
Ma non so.

Adesso, che di visto in tasca ne ho un altro e mi preparo a usarlo, so solo questo: che ci sfioravamo ignorandoci a vicenda, come pesci di specie diverse intrappolati nello stesso acquario.

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Quirico, Drogo e Yossarian

Mi ha chiamato A, ieri. Mi ha detto di portare due maschere antigas, se potevo. Il suo accento ternano, un po’ brusco.
Me lo sono immaginato lontano, sfocato, carico del giubbotto antiproiettile e del casco militare di misura sbagliata, come l’ho visto l’ultima volta che abbiamo lavorato insieme.
A è un operatore, lavora in appalto ma viaggia molto fuori dall’Italia, in zone di guerra. Naturalmente gli hanno quasi sparato addosso, una volta.
Gli hanno quasi sparato addosso in piazza Colonna, davanti palazzo Chigi. Quando Luigi Preiti ha aperto il fuoco su un carabiniere lui era lì davanti, ha girato le prime immagini, poi è stato intervistato dalle televisioni di mezzo mondo.
Che si possano avere delle maschere antigas A lo ha saputo da P, il giornalista che vado a sostituire domani a Beirut. Quelli che fanno a lungo gli inviati tendono a vivere in un mondo loro: pensare che la nostra azienda fornisca le maschere antigas, in questo momento, è come credere che esistano fiumi di Gatorade, su Marte.

E poi non ce ne è bisogno. Noi, io e A, staremo sul confine, almeno per ora, in Libano non in Siria. Sul confine come l’altra volta, la prima che ho incrociato Domenico Quirico, davanti alla Libia ma ancora in Tunisia. Non avevo idea di chi fosse. Tra tanti giornalisti con la pashmina e gli occhiali scuri, lui sfoggiava giacca, cravatta e scarpe da città. Ma la cosa buffa era questa: eravamo tutti nel deserto, davanti al confine, ad aspettare che il regime di Gheddafi mandasse un fantomatico autobus per portarci in Libia, a vedere che meraviglia di paese. Naturalmente non è mai arrivato. E Quirico, in fondo, era l’unico vestito in modo adatto: come uno che aspetta l’autobus.

L’ho rincontrato più avanti in una situazione difficile. Ero in cerca di qualcuno da intervistare e lui, con molta gentilezza, si è offerto di darmi dei contatti. Nel ricordo di quella gentilezza, rara tra i colleghi, ho seguito la vicenda della sua scomparsa e poi letto avidamente quanto ha scritto appena tornato.

Mi ha colpito sapere che porta sempre con sé dei romanzi, dei classici per la precisione, e che la prossima volta vuole portarne di più lunghi.
Anche io scelgo con attenzione i libri da portare, prima di ogni partenza, e mi chiedo se le pagine basteranno nei casi più disperati.
Naturalmente non penso a sequestri. Sono tipo da aeroporti bloccati, io.

E comunque fra poco si parte. Di nuovo al confine, senza maschere antigas e con qualche libro. Aspettando non si sa bene cosa. Non lo sa nessuno nel mondo, in questo momento, con certezza.
Figuriamoci io, sospeso come mi sento tra il tenente Giovanni Drogo e il soldato Yossarian

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Un tratto di strada con Mahmoud (e il mistero dei fuggiaschi greci)

Un giornalista dovrebbe viaggiare sempre con i mezzi pubblici. Facendo la strada più lunga.
Prendi un giorno che devi tornare da Taranto a Roma e ti svegli di buon’ora. Non sapevi dell’esistenza di treni diretti e hai un aereo che ti attende a Brindisi. Scopri che tra Taranto e Brindisi (Ionio – Adriatico) ci sono solo bus sostitutivi, nessun treno, e che per fare 70 chilometri possono volerci anche 5 ore, tra attesa del pullman e viaggio.
Ti godi comunque il paesaggio pugliese: campagne incantevoli, periferie molto brutte e piccoli centri belli ma deserti, sotto il sole canicolare. Il Sud.

Poi, mentre aspetti una navetta che ti porti all’aeroporto, a Brindisi, rannicchiato sul bordo di un marciapiede, in una strisciolina d’ombra, ti ritrovi in compagnia.
Non saprei dire se Mahmoud sia sceso da un’auto o sia arrivato a piedi, accompagnato da qualcuno. Ero un po’ distratto. Oppure ero intontito dal caldo. Bel volto bruno, 30anni forse, il naso storto da comico: mi ha chiesto più volte conferma del fatto che di lì passava proprio il bus per l’aeroporto. Parlava in un italiano più che incerto: si e no 10 parole. Ma siamo riusciti a farci lo stesso una lunga chiacchierata. La parola che diceva più spesso era “problem”: presto tutto diventava “problem”. E lui finiva nei guai.

Mi ha spiegato che era curdo ed era arrivato a Lecce dalla Turchia dopo 8 giorni di viaggio, circa 9 mesi prima, non ho capito quanti di quei giorni a bordo di un motoscafo. Che in Italia non c’è lavoro e per questo era pronto a volare in Svezia, a Malmö, dove lo aspettava una grossa comunità curda: lì tutti amici, vieni, dice, vieni. Che a Lecce aveva cercato inutilmente la stazione ma si era perso ed era stato fermato e portato in un centro di accoglienza. Poi, però, aveva avuto l’asilo politico. A questo punto ho capito: Mahmoud arrivava dalla Turchia ma era partito dalla Siria. Inutile cercare di farsi raccontare qualcosa della guerra. Per quello, non aveva abbastanza parole.

Arrivando all’aeroporto, la suola di una delle sue scarpe da trekking (pesantissime, per la stagione) si è scollata. Problem! ha esclamato.
Roba cinese, ho detto io. Ha storto la faccia, l’ha buttata via e ne ha tirato fuori un secondo paio dalla borsa, questa volta da ginnastica. Poi l’ho accompagnato al check in di una famosa compagnia low cost. Il biglietto, probabilmente, glielo avevano fatto gli amici di Malmö.
Ma le tre ragazze al banco non lo avrebbero lasciato passare facilmente. Una ha rapidamente ficcato in mano all’altra un foglio che mi è passato sotto il naso: un’informativa relativa a greci che viaggiano in Europa con documenti falsi. Pochi dubbi sul fatto che Mahmoud non fosse greco. E anche sulla bontà del suo documento di asilo politico.
Non può salire con lo zaino e la borsa – è scattata una delle tre, quasi per rivincita – ha diritto a un solo bagaglio, o fanno 53 euro.

Ho infilato la mano in tasca come Clint Eastwood che va al revolver. Non sono generoso, credetemi. Però l’impulso di zittirla in un decimo di secondo, con un solo gesto, era irresistibile.
Ma qui è intervenuto Mahmoud.
No problem, gli ho sentito dire. Si è sfilato lo zaino dalle spalle. Acqua e panini li ha messi da parte, li avrebbe consumati più tardi, aspettando il volo. Si è infilato tre pullover uno sopra l’altro. Il quarto l’ho convinto a legarlo intorno alla vita. Poi si è messo anche la giacca di finta pelle.

In Svezia fa freddo, no? E’ la prima frase compiuta in italiano che gli ho sentito dire. E dentro l’aeroporto c’era l’aria condizionata, così non è morto di caldo. Le tre al banco l’hanno guardato malissimo ma non hanno potuto obiettare nulla, mentre buttava lo zaino nella spazzatura. Dopo, ai controlli, si è dovuto togliere e rimettere parecchi strati.

Così, Mahmoud, è partito per la Svezia.
E mi ha lasciato lì a chiedermi: ma ‘sti greci che girerebbero l’Europa con documenti falsi?
Chi sono? Anarchici? Neonazisti?
Qualcuno ne ha mai parlato?
Mi pare di no.

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