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Papà Goriot a Tunisi

Voglio parlarvi di un tunisino. No, non si trata di un personaggio esotico: di un salafita che insegna in una madrassa o di un venditore di spezie della Medina.
Si tratta anzi di uno che in tutto e per tutto assomiglia a un italiano, se si escludono alcuni tratti somatici, tra cui la carnagione olivastra. Ma di quegli italiani che si trovavano 50 o 60 anni fa e che oggi sembrano scomparsi.
Quando ci ha portato a vedere i capannoni che ha costruito in una zona industriale fuori Tunisi, per affittarli come studi televisivi, sono rimasto a bocca aperta.
Non immaginavo il titolare della ditta di servizi che mi metteva a disposizione il cameramen avesse tanta ambizione e tante capacità. Forse lo avevo sottovalutato per il suo modo di vestire molto semplice. Con noi c’erano: un produtore televisivo di eventi sportivi internazionali, biondo, brasiliano, molto tirato, elegante, naso all’insù e diceva la settimana prossima sarò in Oman; una vecchietta francese simpatica che pure doveva gestire affari televisivi in mezza Europa e conosceva qualcuno della Rai; e un direttore della televisione nazionale tunisina.
Tutti ad ammirare la grande opera e a congratularsi con il nostro ospite, poco distante dai silos dove Airbus fabbrica componenti di aerei. Lui sfoderava il sorriso sbiadito di chi ormai ha una certa età ma i denti ancora forti, di chi è timido ma orgoglioso.

Quando ero stato invitato a quella cena avevo subito rimpianto una tranquilla serata alla polleria sotto l’hotel. Ma adesso mi stavo appassionando. E ancora di più quando siamo arrivati a casa sua. Una casa bellissima, con la cucina a isola e sopra la tavola, in salone, un lucernario pronto ad aprirsi a comando nelle sere d’estate.

Te la sei costruita da solo? Ha buttato là qualcuno.

Gli ho guardato le mani grosse, la pelle spessa. Doveva aver cominciato da muratore. Mi sono immaginato che avesse costruito anche i capannoni per gli studi, da solo. O almeno, stando sempre lì a controllare ogni cosa.

La moglie e la figlia, molto bella, portavano il velo, secondo la tradizione. Ma più che un dovere religioso, sembrava una sciccheria.
Lui continuava a sorridere, a compiacersi del nostro compiacimento, della cena eccellente. Ci ha presentato il figlio: un ragazzone forte che fa già il direttore della fotografia.

Adesso devo dirvi del mio cameramen: chiama questo signore, che è il suo datore di lavoro, “mio padre”.
Lui è bassino, inizia a perdere i capelli, non certo bello. Ma è uno dei ragazzi più svegli e coraggiosi con cui abbia lavorato. Mi è apparso subito chiaro che il “padre” e datore di lavoro lo avsse già destinato a sposare sua figlia.
E i due ragazzi sembrano contenti: insieme stanno come l’acqua con la brocca.

Ha sistemato proprio tutto per bene quest’uomo.
Un giorno lascerà la sua famiglia, sempre senza rinunciare a quel suo sorriso sbiadito ma fermo, nella migliore delle situazioni possibili.

E tutto questo non sarà servito a nulla.
Perché c’erano uomini così in Italia. E guardate cosa hanno fatto i figli.
E i figli dei figli.

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