Il quinto romanzo di Elsa Morante

Le lettere di Elsa Morante, raccolte e ordinate dal nipote Daniele, sono il suo quinto romanzo. Quel romanzo autobiografico che lei non ha scritto ma a cui, forse, aveva pensato, con il titolo di Superman.

Davvero non me lo aspettavo: in questo calderone di minute mai spedite, cartoline e, soprattutto, lettere ricevute. Ma è così. Un romanzo.

la Morante afferma, in una lettera al poeta Rodolfo J. Wilcock, che quella è una delle 6 o 7 in tutto scritte negli ultimi 20 anni.
Strano, pensa il lettore che, indubbiamente, si trova a pagina 490 dell’epistolario.
Ma poi, controllando meglio, si rassicura e le dà ragione. Nelle ultime cento e più pagine, ha letto quasi solo lettere scritte da altri, a lei indirizzate; e qualche rara risposta.
Ma allora, se nemmeno è scritto da lei questo libro?

Allora il demone che abitava dentro Elsa Morante era così potente da dare forma, in modo inconsapevole, anche agli altri, quando vanivano in contatto con lei. Pungolati da questo demone antichissimo (spesso Elsa scrive di avere un’età che non è più in grado di calcolare e – dice – non si tratta certo di quella anagrafica) tutti, nelle lettere che le scrivono, si contorcono, si agitano, soffrono e finiscono per rivelarsi, per tirar fuori il personaggio che si portano dentro. O per smascherare la persona che nascondono dietro il personaggio, se, per caso, quello è momento di smascheramenti.

E che personaggi: l’inglese dall’identità nascosta, legato all’ambasciata britannica, forse una spia?, innamorato furioso di lei, che vorrebbe portarla via da Roma prima che l’Italia entri nella seconda guerra mondiale, tra esasperazioni, rabbie, dolcezze e scambi di accuse spietate; la pittrice e scenografa italoargentina, trasferitasi a Parigi, dominatrice di uomini e di gatti, circondata da una corte innamorata – pittori italiani o americani, scrittori polacchi – che la segue ovunque, fino agli eremitaggi corsi, dove lei vorrebbe trascinare anche Elsa; il compositore e commediografo statunitense rifugiatosi in una idillica tenuta in Galles, dove si diletta di alchimia, secondo alcuni di stregoneria… E registi narcisi, giovani vagabondi, poeti.
Molti scrivono in un italiano che appena conoscono e sforzano pur di comunicare con lei. E queste lettere strampalate, tirate giù con foga in una lingua inesistente, sembrano l’invenzione artistica più bella del libro.

Pensate di leggere le lettere di Bulgakov e scoprire che aveva corrispondenza regolare con il dottor Woland, Azazello e il gatto Behemoth. Ecco, il punto è che la Morante, con Azazello, Behemoth e Woland, si scriveva davvero.
Consumate dal demone che le pungola le amicizie si esauriscono, i personaggi, uno per volta, si fanno da parte. È un vero dolore leggere la lettera definitiva, ultima, di ognuno di loro. O quella con cui la Morante, soffrendo, li congeda dalla scena.
E intanto senti che si avvicendano come in una partitura musicale. Al tenore segue il soprano, il baritono e poi c’è spazio anche per il basso buffo: incredibilmente a una Elsa Morante già consumata dalle sue esperienze si presenta uno stralunato Francesco Leonetti, per dichiararle la propria passione.
Così: “A me piace l’Elsa Morante; in modo illecito”.
Bof…
E lei non la prende nemmeno troppo male.

Qualcuno le tiene testa, non soccombe nella lotta. Tra questi il poeta argentino Rodolfo J. Wilcock. Spaccone, dolce, intemerato, pratica quella sincerità assoluta che lei pretende. Litigano, si accapigliano e si ritrovano. È durante una di queste baruffe che la Morante impartisce una lezione di letteratura sapienziale, degna dei Tao o dei poemi indiani. A Wilcock che le rimprovera, quando discute con lui, “di parlare con un altro che c’è dietro di me, un vero intruso”, lei risponde così:

“Non sei tu solo ad aver da fare con un secondo Wilcock, che ti fa addannare. Credo più o meno è la sorte di tutti. Io pure, per quanto mi riguarda, sono costretta alla convivenza non con un’altra sola ma per lo meno con 9 o 10 alre E.M., una vera folla ripugnante , – che mi costringono al loro rumore, alla loro puzza, urla, sberleffi, cachinni, traffici, radioline, immondezza ecc. E non essendo mai riuscita, né riuscendo, a liberarmene – schifezza, da una parte, tanto più grave, in quanto me ne era stato trasmesso il segreto (cioè, per liberarsene) – non sarei davvero io, propria a dare consigli (!!!) comunque, ti accenno a quel segreto (che magari è un’altra allucinazione? In ogni caso sarebbe più riposante delle altre):
è inutile che Wilcock n.1 speri di isolare, o sequestrare, il Wilcock n.2; e nemmeno W.1 può presumere che i suoi amici siano in potere di rivolgersi solo a lui, e trattare con lui, ignorando W.2. È impossibile, perché W.2 interviene sempre, quando meno lo si aspetta, essendo – W.1 e W.2 – legati terribilmente, soprattutto da un odio terribile. Sarebbe meglio, forse, che W.1, invece di proteggersi continuamente da questo odio intestino ruminando le colpe degli altri – si decidesse ad affrontare W.2, senza tanta paura, riconoscendolo com’è proprio nella sua realtà, e quindi in sostanza perdonandolo.”

Nella partitura musicale di cui dicevo c’è anche un coro popolare. Entra in scena verso la fine, dopo la pubblicazione de “la storia”. Gente mai conosciuta le scrive per ringraziarla e raccontarle la propria storia: violenze subite, lutti, ricordi della guerra.
Un grande coro prima del congedo, che tutti sanno essere stato lungo e doloroso. Ma accompagnato, ancora, dalle lettere di pochi amici. Allegri buffoni, pronti a seguire il loro Re Lear fin nel deserto dell’ultimo esilio.

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Dubai Palace for kids

Ho sbancato una di quelle macchinette. Mi sembrava giusto dirlo.

E pensare che pochi giorni prima avevo trattenuto mio figlio, 4 anni, dall’infilarsi, attratto dalle luci, in una sala giochi vicino casa. E mi ero fermato a riflettere su quanti ami ci siano, a pochi passi, per prendere i nostri bambini. Poi, quando si abita all’inizio di una consolare divenuta in pochi anni il tempio del gioco d’azzardo romano, con decine di locali che si chiamano Dubai Palace o Las Vegas, il futuro sembra davvero brutto.

Invece capita proprio a te di ritrovarti davanti alla macchinetta che continua a sputar fuori tutto, ma proprio tutto, circondato da una folla dove distingui l’invidioso, il fanatico, uno ti indica a dito e un altro dice “lo vedete: si vince, lo sapevo io, è tutto autentico”. E la cosa peggiore: ero con mio figlio, lo ripeto: 4 anni. E anche con mia figlia: di anni ne ha poco più di due.

A questo punto vorrete sapere come ci sono arrivato e quanto ho vinto. Curiosità legittima.
Diciamo che in un posto in cui 250 o 300 vengono considerate grosse vincite, una cosa da sogno, io ho vinto 1000.

Mille!

Mille orsetti.

Ah, già, dimenticavo: le macchinette in questione sono quelle di un parco per bambini. Il piccolo tira martellate su animaletti che sporgono la testa o infila palline a canestro e dalla macchina escono fuori strisce di cartoncini colorati, convertibili in un giocattolo. Non era la prima volta per noi. Ma qui di cartoncini con l’orsetto ne uscivano parecchi e mio figlio iniziava ad eccitarsi più per il numero accumulato che per il gioco. E c’erano un paio di macchine in cui non bisognava fare quasi nulla: premere un pulsante, tirare una leva e aspettare…
Così li prepariamo, pensavo.

Intanto era arrivato il momento di portar via i bambini e trasformare quegli orsetti in qualche brutto giocattolo. Ne avevamo 96 e ce ne volevano minimo cento. Ho messo un’ultima moneta nel gioco, ho tirato qulla leva e ho sbancato. mentre le striscioline di cartone uscivano a getto, per minuti e minuti, intorno si è radunato un crocchio di bambini. Ma in Italia, in certi posti, il termine bambini copre una realtà che può toccare anche i 13 e perfino i 16 anni. C’era una, un po’ ciccia, sui 14, che diceva “co’ queste ce ne piji armeno due de orologi”. Ho visualizzato la teca in cui splendono patacche digitali da polso e qualche simil I-phone e mi sono ingolosito: perché non il telefono?
L’omino del chiosco, invece, aumentando ad arte il numero di punti necessario per giocattolacci di plastica, ci ha congedato con un aeroplanino e una casetta di bambole. Valore stimato 9 euro: uno in meno di quelli cambiati. Anzie due, considerando l’ultima, fatale, moneta.

E questa era la lezione che avrei voluto imparasse mio figlio. Invece, poco dopo, mentre sgranocchiavamo una pizza da forno elettrico nel bar del parco, andava in giro a vantarsi: “mio padre ha un sederone!” (espressione appresa da poco) “abbiamo sbancato!”
E qualche mamma borlotta, che si aggirava lì vicino, gli ha anche chiesto di indicare con quale macchinetta e si è avviata: “ora ci proviamo anche noi”.

Il tratto del ritratto (Feat. Marco Petrella)

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Anni fa giravo in una libreria, quella di Testaccio, annusando volumi, quando notai un’esposizione di piccoli pannelli disegnati, sparsi tra i libri. Il tratto era sofisticato, i disegni semplici e surreali. Newyorkese, avrei detto. Accostandomi scoprii che ogni pannello raccontava un libro uscito da poco. Erano recensioni, per essere precisi. L’autore si chaimava Marco Petrella. Newyorkese quanto Trastevere e il Pigneto (non poco, quindi). Negli stessi giorni usciva per Mattioli un suo libro di storie a fumetti brevissime, da leggere in una corsa d’ascensore. Le storie erano state scritte da autori di tutto il mondo per lui, che le aveva disegnate. E che autori! c’erano Jonhatan Lethem e Aimee Bender, Rick Moody e Feridun Zaimoglu, Paolo Nori e Maurizio Maggiani.
Allora collaboravo anche con la redazione cultura del Tg2 e feci un pezzettino su questo libro. Durante l’intervista con Petrella, parlammo della sua attività di recensore a fumetti. La esercitava, mi raccontò, tramite un personaggio inventato, che compare nelle strisce, un libraio e lettore onnivoro: Arturo.
A quel tempo mia moglie era in cinta e sapevamo già che il bambino si sarebbe chiamato proprio così: Arturo. Io e Marco Petrella non affrontammo sul momento la questione, spinosissima, della provenienza di ciascun Arturo: se il nome dovesse più a Elsa Morante o a John Fante. Se insomma fosse più un Gerace o un Bandini.

Oggi il mio Arturo ha quasi 5 anni ed è appassionato di fiabe, fumetti e racconti, per interposta persona (la mamma, me, i nonni); in attesa che impari a fare da solo. Intanto escono in volume le recensioni di Marco Petrella. Il libro si chiama STRIPBOOK, editore Clichy.

In Italia si pensa che l’unico vero giornalismo sia d’inchiesta e il resto robaccia. Ma il giornalismo ha tante forme, di pari dignità: una è il ritratto. Ne ho fatti molti per Tg2 Storie. Quando si tratta di farlo a qualcuno che di mestiere realizza a sua volta ritratti, però, la cosa si complica. Recentemente, con una pittrice russa, ho fatto cilecca. E’ la ritrattista uffciale di tre Papi (fino a Benedetto XVI) e, sebbene lontanissima dai miei gusti, ne riconoscevo la strabiliante abilità tecnica. Ci tenevo ad essere all’altezza. Ma ho scambiato la civetta con cui vive, Rufus, per un gufo. Ritratto rovinato. Mi ha chiamato per farmelo notare. E aveva ragione. Vai a prendere gufi per civette e pretenderesti pure di far ritratti.

Ora con Petrella ho una seconda opportunità. Certo, gioco in casa: è molto più vicino a me per stile ed effetti. Eppure il ritratto di un artista figurativo resta una sfida e un rischio: non sai mai se ti stai facendo prendere la mano dal tuo soggetto, sbandando o semplicemente acchiappando gufi per civette.
Speriamo bene.
Va in onda, con la fotografia di marco Gobbini, nella notte tra sabato 8 e domenica 9, verso mezzanotte e mezza, su Rai 2.

C’è dentro anche Arturo, Bandini o Gerace.
E l’essere padri. E l’essere figli.

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L’altro

È di seconda mano
Questo libro di poesia
A volte sottolineo due versi
A volte inciampo
Nei segni dell’altra mano

A volte ricalco

Uno non sa nulla dell’altro
Uno quasi nulla
Del compagno di viaggio

La fine dell’Europa

La fine dell’Europa è un posto qualunque.
Senza clamore o fracasso o boati.
Naturalmente è un crocevia, l’incrocio tra due strade. Me le sono dovute segnare sul cellulare, quando me le hanno indicate, perché non me le sarei mai ricordate a memoria, e non avevo un taccuino. Ecco, riprendo il telefono, apro l’appunto; si tratta precisamente del punto in cui fanno angolo Petrou Ralli e Aghias Ani, nella periferia di Atene.
Vacci, mi hanno detto, a questa ora di venerdì notte, che l’Europa finisce lì.
Di venerdì notte?
Si.
A quell’ora?
Si, più o meno.

Naturalmente si tratta anche di un budello orribile e lercio. Come potrebbe essere altrimenti? Centinaia di corpi buttati per terra e accatastati contro un muro, dello stesso colore -e odore – del buio, per la maggior parte. La polizia, in quattro o cinque, intorno a un suv, sorseggiando un caffè, li guarda e sogghigna. C’è qualcosa di losco nelle espressioni dei poliziotti greci che tengono sotto controllo il gruppo. Sembrano soddisfatti di essere dalla parte giusta del lampeggiante. Del resto non potrebbero essere soddisfatti di altro. Vivono all’inferno pure loro. Penso che lo sappiano.
Il loro ghigno contrasta con gli occhi bianchi sbarrati e le facce tirate degli uomini e delle donne buttati contro il muro. Davvero è una notte di Goya, questa in cui finisce l’Europa.

Il punto è che quest’angolo è anche una delle porte d’ingresso all’Europa. Di qui si entra. Si entra per davvero. Il regolamento europeo di Dublino stabilisce che i migranti, quando arrivano nell’Unione, facciano domanda di asilo nel paese in cui sono sbarcati per la prima volta. E finché la domanda non è stata esaminata ed accolta, non possono muoversi da lì. Quindi quest’angolo è esattamente la sede dell’unica caserma di polizia, in tutta l’Attica, attrezzata per raccogliere le richieste di asilo. Come in un rito magico, la domanda si può presentare solo il venerdì notte.
Perché di notte? Boh, non c’è un perché. Forse perché di giorno lo spettacolo della gente ammassata in fila sarebbe disdicevole.

Su questa cosa c’è anche un rapporto di una Ong greca, Aitima.

A volte, però, le trovi in fila dalla notte prima, quelle due o trecento persone. Del resto le domande che vengono accettate ogni settimana, sono solo 20. Sarà importante mettersi in fila per tempo.
Di più, sarà da accoltellarsi pur di essere davanti. Perché poi è la fila che conta, no?
Nemmeno per sogno. Le persone che potranno scrivere la propria domanda, ogni venerdì notte, vengono estratte a sorte, scelte a caso, selezionate a gusto, non saprei come dire.
È risaputo e non c’è una spiegazione. Le autorità non ne hanno mai data una. Forse è per impedire che la fila abbia troppa importanza e inizi a formarsi dal lunedì, invece che dal giovedì notte. O che divenga perenne. Quindi scelgono a caso.

Quando arriviamo molti ci si fanno incontro: degli Afghani ci dicono che loro non vengono mai scelti, che c’è un preciso programma per accettare i neri e scartare i bianchi. Una donna di colore ci prega di aiutarla a ritrovare suo marito. E’ stato portato in un centro di raccolta e lei non ne sa più nulla da qualche mese. Lei è in cinta.

Stanno qui, col freddo o col caldo. La notte. Non ci sono bagni. Non c’è nulla. Nessuno dà acqua da bere. 

Questa è una delle porte dell’Europa. Per chi chiede asilo, per chi nella propria terra, probabilmente, ha subito persecuzioni o è dovuto fuggire da una guerra.

Qui, del resto, in questo budello nero, l’Europa finisce anche.

*****

Mettiamo pure che qualcuno avesse capito tutto in anticipo. Che avesse messo insieme il film “V per vendetta”, con quella rivoluzione fatta da tanti “ognuno di noi”, il caso Wikileaks, con la sua ossessione per la trasparenza assoluta, e i primi incontri a 5 stelle. E avesse capito e previsto tutto.
Bene, non saremmo un solo passo avanti.
Del resto qualche giornalista che ha seguito il movimento fin dall’inizio c’è e non mi sembra che la stampa si contenda i suoi editoriali.

E perché? Perché il Movimento 5 Stelle si nega alla narrazione. Dove sono i suoi scrittori? Dove i pensatori (a parte qualche economista lontano e poco citato?) Dove le canzoni o i canti? Dove il modello di famiglia, dove la ministra giovane e  in cinta? oppure i gay sposati? O anche i single come modello? Oppure padre, madre e tanti figli?
Dario Fo, Celentano, sono orpelli. Neanche a parlarne.
Ovviamente il movimento di Grillo dice molto di sé e si mostra volentieri, su internet e nelle piazze. Ma in quel che dice c’è pochissimo racconto, quasi nulla.  Ne viene fuori un’utopia di buon senso, civismo ed ecologia. Molto auspicabile. Molto poco avvincente.

Non è la prima utopia che si incontra. Ma le altre, come il comunismo o il fascismo, sovrabbondavano di narrazioni: conflitti di classe, purezza della razza, antichità da rievocare. Erano seguite da uno stuolo di poeti, apologeti, cantori. Qui tutto è ridotto davvero al minimo. Un solo simbolo, un paio di volti al massimo davanti agli altri, qualsiasi classe sociale benvenuta, poche bandiere,  lo tsunami e la traversata dello stretto. E poi sì, la rete, la sua burocrazia, la sua estensione difficile da esprimere.

E un unico discorso ripetuto sempre: i cittadini presto avranno il potere.

Puoi leggere quante volte vuoi il programma del movimento (con il rischio di un po’ di noia) ma se provi ad articolare il racconto inevitabilmente ti si affaccia l’idea del suo contrario: una distopia. Un inferno di gente che non è d’accordo su nulla e continua a cliccare proposte e referendum. Salvo, poi, essere messa in riga.
A una distopia fa pensare subito anche il resort della Costa Rica attribuito dall’Espresso a Grillo, sperando di screditarlo, e che i suoi invece sbandiereranno come un modello paradisiaco: così pulito, opulento, sociale e solidale da risulatare più che sospetto a chiunque sappia qualcosa di narrazioni. E dei loro sviluppi.

È per questo che gli appelli dei giornalisti, negli ultimi giorni, all’umiltà (anzi al “bagno di umiltà) e al bisogno di capire e approfondire, si fermano lì e non vanno oltre. Non possono andare oltre. È per questo che appaiono tanto penitenziali. Perché non è possibile varcare la porta del tempio e continuare a fare il proprio mestiere. Nessuno lo impedisce ma non è possibile.
Il movimenteo dice: il potere è della gente, è già della gente, quindi non c’è niente da raccontare. Fine.
Potete tornare a casa.

Naturalmente qualcuno obietterà: siete voi a non essere capaci di elaborare un racconto convincente e positivo. Possibile, ma io sostengo il contrario. E sostengo che questo non è un fatto accidentale: è l’essenza.
Un’essenza molto, molto rivoluzionaria. Ai limiti del’insostenibile.

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I canti del caos in breve

La pornografia non è il contenuto o il fine di quest’opera. È la lingua scelta dall’autore. Perchè? Perché è la più parlata dell’epoca che si sta concludendo.

I canti del Caos
Mondadori 2009
Pag. 1069

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Er Papa

Ma allora se n’è annato?

Sono entrato in un bar della Salaria alle 8 del mattino. Tutto pur di non arrivare a quello del lavoro, intasato come un autobus all’ora di punta. Ci trovo tre Romani da cappuccino e cornetto, cappotti, sciarpe e qualche cappello per il grande freddo. Parlano del Papa.

No, domani va via co’ ll’elicottero.

Che poi, a quer punto, nun è più nessuno. Che c’ha bisogno de pjià l’elicottero?

Ce mette più tempo a’ accenne ‘r motore ch’ a arrivà.

Poteva pjià ‘r tram.

Faceva prima a annà a piedi.

Sé… ssé, quello mica ‘o fanno tornà ‘ndietro. Seconno me l’ammazzeno prima.

Mi fermo a pensare – una bomba al cioccolato alle labbra – all’idea che i Romani hanno del potere, alla ferocia che vi presumono ma sempre come se fosse uno spettacolaccio senza conseguenze per loro. E mi perdo un passaggio, forse due…

Che nun lo sapete che Papa Giovanni usciva spesso pe’ fasse ‘n goccetto, se faceva accompagnà, annava ‘n quer buchetto che sta dietro ar Viminale, nella strada dopo via Torino, come se chiama…

Ma che ne sanno, in un bar della Salaria, in che buchetto annava a ‘mbricasse Papa Giovanni?
Ecco, anche io ho cominciato a ragionare come loro, in romanesco, più che un dialetto un modo di disimpegnarsi dal mondo. No, Roma non darà mai un Grillo o un Bossi. Al massimo l’antidoto.

Ora stanno parlando di buchetti: un’osteria in particolare, a Garbatella, dove fanno carbonare da tre etti e poi polpette al pomodoro.

Entro nella conversazione, mi faccio dire l’indirizzo e il nome del posto. Il dialogo che ho ascoltato garantisce per la cucina. Ci porterò mia moglie.

Magari incontriamo pure il Papa.

Un Papa.

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Per un voto baol

È allora che sono andato a riprendere i suoi libri.

Credo che il primo che lessi fu proprio Baol. Aveva l’aria di quei Feltrinelli scritti al momento giusto, libri che raccontavano il tuo tempo, anzi, anche i dieci o venti anni successivi.

Come tuttt i veri scrittori, Benni vedeva un po’ più avanti. Non nel modo lucido e drammatico di altri ma nel suo modo scanzonato e sornione.

Così Bed è un mago baol, Ha frequentato la scuola Baolian quasi dieci anni prima che si sentisse parlare di Hogwarts. Ha una missione, in un paese dominato dal Grande Gerarca: ritrovare un filmato censurato del comico Grapatax, finito sul libro nero del regime. Grapatax che potrebbe decidere di tornare in scena e dirgliene quattro a tutti…

Grapatax che era Beppe Grillo, amico e collaboratore di Benni, e il Grande Gerarca era un’anticipazione di Berlusconi.  E alla fine del romanzo, il ritorno di Grapatax è già l’inizio di un mvovimento politico. C’è un gruppo intorno a lui.

Ma il mago baol, qui, non lo segue. Perché, come gli viene detto, “tu sei un’idea, baol. E nessuna idea può mantenersi pura. Saresti svanito, come una bolla di sapone, ai primi compromessi”.
No,  il mago Bed non segue il comico che diventa tribuno. E neanche Benni, lo ha detto in più interviste: rispetto per Grillo ma non abbiamo le stesse idee. Meno male.

Un givanissimo Enrico Brizzi un giorno riconobbe Benni in bicicletta, a Bologna, lo inseguì e lo fermò solo per dirgli: tu, secondo me, sei il più grande scrittore italiano vivente. E Benni gli rispose, strascicando la cadenza romagnola, ma guarda che devi avermi scambiato per Aldo Busi.

Altri tempi. Il secondo libro è stato La compagnia dei Celestini. Acquistato deliberatamente durante la depressione per essere stato mollato da una ragazza austriaca. Nel giro di un giorno e mezzo, tempo di lettura del libro, ero tornato la persona più allegra del mondo. Romanzo fantasmagorico in cui bambini da tutto il mondo convergono a Gladonia per il campionato di pallastrada….

Vabbè, lo avete letto tutti, lo so! E allora ricorderete che la parabola dell’Egoarca, ormai definitivamente e senza dubbio Berlusconi, anche se era solo il 1992, termina in una immensa nevicata. Una nevicata che ricopre tutto il paese di Gladonia, fino alla cima dei palazzi, compresa la reggia dell’Egoarca.  Chi rimetterà la testa fuori lo farà in una terra purificata da un’immensa distesa bianca.

E allora, sentendo le previsioni per questo fine settimana, di neve e gelo ovunque, mi sono detto, bisognerà pure che si vada a votare, anzi mi sono anche immaginato qualche anziano di qualche paesino del centro che sfida la neve per raggiungere il seggio.

E ho ripensato ai suoi libri e mi è tornato anche un po’ di ottimismo, come quando la Compagnia dei Celestini mi fece dimenticare un amore in poche ore.

Votate. Votate e ricordate: Il vero baol non si annoia mai, tutt’al più si addormenta.

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L’assedio

Ogni città prima o poi conosce un assedio. Alcune prima.

La città di cui parlo ha tra i 600 e gli 800 abitanti, circa centocinquanta famiglie.
E’ abitata da sudamaricani, asiatici, africani e italiani. Non è ricca, anzi la governa una discreta povertà, vissuta come sempre: andando avanti.
Le sue porte in ferro si sono aperte per me a metà mattina, poco dopo che una delle sentinelle si era allontanata di corsa verso l’interno.
Mentre entravo ho gettato appena un’occhiata al cavallo di legno, sistemato lì davanti, a poca distanza dalla città, tra scarse siepi e alberi stenti.
Dentro il cavallo, naturtalmente, ci sono degli uomini. Due, a rotazione. In tutto, ad alternarsi saranno in sei o in otto. Entrano nel cavallo, ci passano più di mezza giornata, poi gli viene dato il cambio. Altri due entrano.

E’ venuto a prendermi e mi ha accompagnato dentro Nunzio, romano di 35 anni, l’aspetto di un gladiatore su un fisico esile. Di un gladiatore ha anche le ammaccature. Mi racconta di essere stato tossicodipendente e di aver passato un periodo in carcere, di non riuscire a trovare un lavoro anche se, prima, è stato impiegato in un bar. Qui è una specie di sindaco.

Se bisognasse descriverla secondo lo schema inventato da un nostro scrittore famoso, si direbbe che si tratta di una città verticale. Piani su piani. Mentre salgo dal primo verso il terzo – scale nude, mura di intonaco vecchio, ringhiere screpolate e freddo: il riscaldamento non funziona – ripenso però a un romanzo albanese, in cui si immagina l’assedio di un cavallo di legno; siamo in epoca sovietica, nel romanzo, e il cavallo ha l’aspetto di un furgoncino abbandonato nel mezzo di una pianura. Troia è una capitale di grattacieli e periferie.

Se devo essere del tutto sincero anche il cavallo che ho visto io, poco prima, aveva l’aspetto di un’auto della sicurezza privata: la scritta blu su un fianco, un lampeggiante sul tetto.
Piani su piani. E le etnie sono divise per piano: al quinto eritrei, al terzo peruviani. E’ lì che ci fermiamo. Nancy è un’infermiera, ci segue dall’inizio. Ci mostra alcune stanze. Sono grandi, luminose: questa, in fondo, è una città di vetro. In una delle  stanze, in un letto grande, ci sono due bambini, due gemelli, tirano fuori le teste da sotto le coperte e sorridono. In altre vediamo computer, scrivanie molto grandi, sedie da ufficio, schedari, foto di calciatori. Mi tornano in mente le cabine delle navi mercantili: in ognuna, condensata, tutta una vita nomade ma ordinata. Qui, però, le proporzioni sono dilatate, si naviga nella luce e si resta abbagliati. In ogni stanza ci si aggira a lungo.
I bagni e le lavatrici sono in comune. Al terzo piano anche la cucina è in comune, su una lavagna sono segnati i turni ai fornelli. Altri piani si organizzano in modo diverso. E poi, chi ha competenze da idraulico si occupa degli impianti dell’acqua, chi è giardiniere dei giardini, gli elettricisti dei fili elettrici. Nancy, inevitabilmente, è il responsabile della sanità. Nella città vivono dipendenti di compagnie aeree o di imprese di pulzie, il mutuo è diventato difficile per tutti, disoccupati e gente che lavora in nero. 
Incrociamo due eritree, stanno dando una lucidata ai pavimenti, Nunzio ci scherza. Mentre mi porta a visitare la ludoteca mi racconta di quando è andato alla Asl e ha scoperto che per avere l’assistenza sanitaria gratuita, lui che non ha lavoro, doveva fare documenti per 387 euro.
Fin dall’ingresso ci  segue un’altra ragazza, all’apparenza sudamericana, piccola, i capelli neri e gli occhi grandi, sembra una bambina che si è truccata. Ma ha una fede al dito,  deve essere più grande. Non ha detto e non dirà una sola parola. Parla spalancando gli occhi scuri. 
Forse pensa all’assedio.

Qui, qualche giorno fa, è venuto Nicola Zingaretti.  Una tappa della campagna elettorale. Ha superato la prima linea di difese, una fila di estintori pronti ad essere impugnati e utilizzati. Si è fatto strada tra la folla dai molti colori. In una grande sala – se questa fosse Troia, sarebbe stata la sala del trono – ha parlato di diritto alla casa e blocco degli sfratti negli edifici di proprietà statale. Ha parlato di emergenza abitativa, come è giusto in Viale delle Province 196, nel palazzo che fu dell’Inpdai, poi dell’Inps, poi del Fondo per la vendita degli Immobili Pubblici, e dal 6 dicembre scorso è solo uno dei tanti palazzi occupati in Italia.

Quelli del cavallo lo hanno visto entrare.
Prima erano loro gli unici abitanti della città, giorno e notte soli tra scale, corridoi, schedari polverosi, scrivanie svuotate. Giorno e notte a far la guardia alle ombre di una burocrazia trapassata. A un palazzone messo in vendita per risanare i conti dello stato.
Poi sono stati messi fuori e si son ritrovati a vivere dentro il cavallo. Ancora giorno e notte, sempre lì, a guardare la città multietnica popolarsi e prendere forma davanti a loro. 
Cosi’ hanno visto entrare nel recinto il candidato, probabile vincitore, alla presidenza della Regione.

L’assedio sarà lungo, devono essersi detti.

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