Archivi categoria: Vecchio cinema inferno

Proprio Lei?

È buffo quando qualcuno vuole raccontarvi una storia del prossimo futuro e invece recita una delle fiabe più antiche.
Come in Her di Spike jonze. Il film è ambientato poco dopo i nostri giorni: l’eroe si innamora del suo nuovo sistema operativo intelligente, cioè del programma che gestisce per lui tutto ciò che sta in rete. Un po’ come se si innamorasse della segretaria.
Il sistema operativo – OS nel film come nelle nostre vite – si chiama Samantha e ha una bella voce di ragazza. Sensuale e provocante, impacciata e giocosa, fa girare la testa.
Lei, però, ha un difetto: non ha né può avere un corpo.
Ma questa è la storia della ninfa Eco che si innamora di Narciso. E infatti il protagonista di Her, Theodore, è un fantastico Narciso, ripreso sempre in un primo piano da selfie, la posa preferita dei narcisi. Oggi di tutti.
Lei è pura voce, narrazione contiuna di se stessa. Lui insegue ciò che vede e vede solo se stesso. Una storia difficile.
Se questa è la radice della vicenda, una radice che ha già dato molti frutti nei racconti di possessione dell’800 e in altre relazioni tra uomo e macchina nel 900, la forma deve molto a due film: Scrivimi fermo posta e il suo doppio C’è posta per te. Non per caso Theodore scrive lettere d’amore per altri, è il suo lavoro. L’impressione è che non le scriva a nessuno e per nessuno, solo per se stesso, ancora una volta. l’amore è ovunque, vicinissimo ma impossibile. Tono e coloritura, quindi, romantici (Theodore, Theodore, questo nome d’altri tempi…), in contrasto con l’idea di un mondo fondato nella tecnologia: ecco l’ambigua miscela del film.
Ma visto che poi Her ha la pretesa di analizzare proprio i nostri giorni, quelli di chi sta in rete, bisogna accettarlo come una descrizione. Non fermarsi a ciò che proclama: siamo tutti un po’ alienati. Vabbè…
E provare a scovare alcuni particolari. Per esempio: nel film mancano quasi del tutto i bambini. Compaiono forse in due scene di breve durata. Una foto di una donna incinta, l’unica, ha funzione erotica.
Del resto in rete le differenze tra le età si perdono a favore di un’età collettiva che è poco dopo l’adolescenza (cui corrisponde benissimo, nella versione italiana, il tono ingrugnato di Micaela Ramazzotti, voce di Samantha). E non sono le uniche differenze a perdersi e sfumare.
Per questo il film non può svoltare né verso la tragedia né verso la commedia. Nè verso la morte né verso la nascita.
E si aggira intorno al mito: quello della sterilità di un’epoca.
Che mai Eco e Narciso avrebbero potuto avere figli.

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Love you Nora, forever

Mi domando, senza aver troppa voglia di andare a controllare, come saranno scritti i coccodrilli televisivi per la morte di Nora Ephron. Perché è inevitabile associare il suo nome al film di maggior successo tra quelli che ha scritto: Harry ti presento Sally e, in quello, alla sua scena più celebre. Neanche la descrivo.

Ma avvicinare un orgasmo, anche se simulato, a una morte, a molti non sarà sembrata una cosa corretta. Sbagliano. E non solo perché è il trionfo del vecchio tandem amore e morte. Anche perché credo che lei, Nora, se ne sarebbe grandemente infischiata delle convenienze e avrebbe aperto il servizio, senza pensarci due volte, con quella scena da cineteca.

Con Nora Ephron ho passato una notte durata 18 ore. Tornavo da una lunga navigazione nell’oceano Indiano e, in parte, nel Pacifico, durante la quale avevo perso, lentamente, grado per grado, sei ore di fuso orario. Come se mi avessero fatto un prelievo di tempo. Ero pronto a salire su un aereo da Singapore a Roma. Sarebbe partito alle 8 di sera e sarebbe atterrato alle 8 del mattino, dopo 18  ore, restituendomi in un colpo tutto il tempo perduto. Dopo la navigazione avevo bisogno di un libro vivace e capace di distrarmi. Con me, stranamente, avevo solo testi che parlavano di pirati. Nella libreria dell’aeroporto ho trovato “I remember Nothing”, l’ultima opera di Nora Ephron. Avevo letto qualche suo articolo, trovandolo strepitoso. Ho preso il libro.

Cito a caso:

<<Fin da quando ero bambina ho saputo che, con ogni probabilità, sarei andata a vivere a New York e che ogni cosa nel frattempo sarebbe stata solo un intermezzo. Avevo passato tutti quegli anni fantasticando su come sarebbe stata New York. Pensavo che sarebbe stato il posto più eccitante, magico, carico di posibilità in cui si potesse vivere; un posto dove se vuoi veramente qualcosa la puoi avere; un posto dove sarei stata circondata da persone che morivo dalla voglia di conoscere; un posto dove sarei stata capace di diventare l’unica cosa che valga la pena diventare: una giornalista.
E alla fine venne fuori che New York era proprio così>>

Da “ventitre cose di cui la gente ha una scioccante capacita’ di stupirsi ogni volta di nuovo”

1) I giornalisti qualche volta pompano le notizie
2) I giornalisti qualche volta si sbagliano
4) Le belle donne a volte sposano orribili, vecchi, uomini ricchi
7) Nulla di quello che è scritto nei giornali sportivi di oggi ha alcun senso  per chi non abbia letto i giornali sportivi di ieri
8) Non c’è modo di spiegare la borsa ma comunque la gente ci prova
9) Gli uomini tradiscono
12) Un sacco di gente prende la Bibbia letteralmente
14) Non puoi mai conoscere il segreto di nessun matrimonio, compreso il tuo
20) Le persone assomigliano ai loro cani

<<Una delle cose migliori del dirigere i film, piuttosto che scriverli e basta, è che non si può fare nessuna confusione a proposito di chi sia la colpa: è tua>>

<<L’altro giorno ho sentito arrivare un raffreddore. Così mi sono decisa a preparare un brodino di pollo per tenere alla larga il raffreddore. E tuttavia mi sono presa il raffreddore. Succede sempre così: pensi che ti stia venendo il raffreddore; ti fai il brodino di pollo; ti prendi il raffreddore comunque.
Non sarà che il brodino di pollo provoca il raffreddore?>>

Alla fine del libro ci sono due liste. Una, le cose di cui l’autrice non sentirà la mancanza: la prima è la pelle secca; l’ultima, togliersi il trucco ogni sera.
L’altra lista, le cose di cui sentirà la mancanza: la prima è i suoi figli; l’ultima, la torta.

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La signora Bathurst e la televisione

La signora Bathurst scende da un treno, in Europa, agli inizi del novecento. Fino a poco tempo prima gestiva un ritrovo per marinai ad Auckland, in Nuova Zelanda: birra e ragazze facili. Ora sta cercando qualcuno, un uomo, lo si vede chiaramente dal suo sguardo vagante (e un po’ miope).
Fa qualche passo incerto nella nostra direzione, al braccio una borsetta a rete. Ed esce dallo schermo. 
E’ l’inizio di una storia molto più grande di lei, anche se bisogna ammettere che pure la sua non è niente male.
La storia del cinema.

Tutti i nuovi mezzi di espressione, inventati dalla metà dell’800 a oggi, sono stati accolti trionfalmente da chi c’era già. Il cinema addirittura come la decima arte o settima musa. La fotografia ha unito artisti, giornalisti e anonimi consumatori di polaroid, fianco a fianco, per un resoconto in immagini del secolo, e nessun pittore si è mai sognato di snobbarla. La radio è un mito sia se utilizzata per i sofisticati scherzi di Orson Welles, sia quando tiene informate le staffette partigiane durante la guerra, sia se trasmette canzoni leggere, con la saggezza che solo un dj sa di possedere.  La rete, poi, non ne parliamo: strumento di libertà per molte primavere.

Tutti tranne la televisione, che ha sempre suscitato un certo ribrezzo. Come in una bella casa, i bagni.
Certo, ci sono stati vari tentativi di rivalutazione. Ma ancora oggi il modo più sicuro per screditare e affondare un libro è piazzarci la foto dell’autore, noto personaggio televisivo. Si raccomanda di non farne vedere troppa ai bambini . Grillo esorta i suoi a non frequentarla.
Il massimo che le si riconosce, unanimemente, è di riuscire ad evocare, anche solo con una sigla, la fisicità di una stagione passata. Ma in modo inconscio, irriflesso, senza nessun vero merito.

Perchè?
Non c’è una sola spiegazione che regga. Nessuno può parlare ininterrottamente per 24 ore senza infilare un mucchio di sciocchezze? Vabbè, ma allora anche la radio… La televisione è spesso fatta in modo approssimativo e con scarsa preparazione e pochi mezzi? Come molto cinema. E’ uno scatolone dove si trova tutto e il contrario di tutto, in cui ognuno cerca di mettersi, per quanto può, in mostra? Me ne viene in mente subito un altro, di scatolone. Lo sto usando per scrivere.
E allora? Boh. A volte è questione di nascita, destino.

Resta da capire come faccio a sapere tante cose di  una delle figure in bianco e nero su quel telo, che camminano verso di noi, all’inizio della storia del cinema. Le so perché la signora Bathurst è la protagonista di un racconto di Kipling. Lo scrittore, senza conoscere nulla del glorioso futuro che aspettava la nuova invenzione, dei molti film che avrebbero tirato fuori proprio dai suoi racconti, ha voluto infilare immediatamente un suo personaggio dentro quel primissimo film. Per battere tutti. Tanto si era innamorato della novità.

Ma c’è una cosa che Kipling davvero non poteva supporre. Ed è questa: la signora Bathurst, titolare di un bordello, amica di marinai, innamorata di uno di loro, appena ne avrà l’occasione, dedicherà ogni istante del suo tempo a guardare la televisione, prima, poi a parteciparvi direttamente, intervenendo come figurante, concorrente, animatrice di dibattiti. Dimenticandosi di cinema e letteratura. Lei, insieme a tutta la ciurma dei marinai suoi amici.
Una bella vendetta per una che, in fondo, era destinata a rimanere solo un personaggio, a impersonare le fantasie romantiche e decadenti di qualcun altro, e in genere a finir male, no?

Allora penso che forse è tutta una questione di potere. Di chi ce l’ha vermente. E della rabbia che può nascere quando qualcuno, inaspettatamente, se lo prende.

Non è un capolavoro (The artist)

The artist non è un capolavoro. E’ perfino banale scriverlo. L’omaggio al cinema muto è una patacca. La protagonista è nostra contemporanea. Viene dalla pubblicità. Provate a confrontare le sue smorfie e i sorrisetti con quelli di alcuni eroi Pixar, per esempio Saetta McQueen di Cars, e troverete lo standard.

Il linguaggio adottato è sempre quello della pubblicità, fatto di espedienti. Fin dal primo: si prende una situazione di oggi e le si attribuiscono alcune caratteristiche di un’altra epoca per renderla esotica e affascinante. Va molto di moda farlo anche con i propri filmini. Ci vuole poco e sembra di aver fatto chissà cosa.

Il contenuto è una serie impressionante di citazioni: il fischio di Paulette Goddard, la saletta di proiezione di Quarto potere, la visione frontale di Metropolis,  l’indefesso autista di Viale del tramonto (Erich von Stroheim revisited), i sogni à la Fellini, e chissà quante altre; poi c’è una storia d’amore a cui è davvero difficile credere.

Per tributare pochi minuti di omaggio al muto, Quentin Tarantino, in  Bastardi senza gloria, inventa un film girato da nazisti, con un cecchino infallibile, cui si sovrappone l’immagine di un’ebrea che consuma tutto in un folle rogo (particolare non da poco, il rogo, però, è fuori dal film). L’ amore per il cinema, un soggetto difficile da avvicinare, trova un’unica strada per esprimersi: la perversione.

In The artist abbiamo al massimo un’infatuazione. Si salverebbe se fosse impossibile, come ne La rosa purpurea del Cairo.  Invece l’infatuazione trionfa. Come in ogni patacca: la moneta falsa pretende di essere quella vera.

Ne esce una commedia sentimentale divertente ma nulla più. Qualche  singola scena molto azzeccata c’è e potrebbe anche entrare nella storia del cinema. Vero. Se ne porta dietro parecchie di patacche, la storia del cinema.

E probabilmente fa bene.