Archivi categoria: Passeggiate romane

Dubai Palace for kids

Ho sbancato una di quelle macchinette. Mi sembrava giusto dirlo.

E pensare che pochi giorni prima avevo trattenuto mio figlio, 4 anni, dall’infilarsi, attratto dalle luci, in una sala giochi vicino casa. E mi ero fermato a riflettere su quanti ami ci siano, a pochi passi, per prendere i nostri bambini. Poi, quando si abita all’inizio di una consolare divenuta in pochi anni il tempio del gioco d’azzardo romano, con decine di locali che si chiamano Dubai Palace o Las Vegas, il futuro sembra davvero brutto.

Invece capita proprio a te di ritrovarti davanti alla macchinetta che continua a sputar fuori tutto, ma proprio tutto, circondato da una folla dove distingui l’invidioso, il fanatico, uno ti indica a dito e un altro dice “lo vedete: si vince, lo sapevo io, è tutto autentico”. E la cosa peggiore: ero con mio figlio, lo ripeto: 4 anni. E anche con mia figlia: di anni ne ha poco più di due.

A questo punto vorrete sapere come ci sono arrivato e quanto ho vinto. Curiosità legittima.
Diciamo che in un posto in cui 250 o 300 vengono considerate grosse vincite, una cosa da sogno, io ho vinto 1000.

Mille!

Mille orsetti.

Ah, già, dimenticavo: le macchinette in questione sono quelle di un parco per bambini. Il piccolo tira martellate su animaletti che sporgono la testa o infila palline a canestro e dalla macchina escono fuori strisce di cartoncini colorati, convertibili in un giocattolo. Non era la prima volta per noi. Ma qui di cartoncini con l’orsetto ne uscivano parecchi e mio figlio iniziava ad eccitarsi più per il numero accumulato che per il gioco. E c’erano un paio di macchine in cui non bisognava fare quasi nulla: premere un pulsante, tirare una leva e aspettare…
Così li prepariamo, pensavo.

Intanto era arrivato il momento di portar via i bambini e trasformare quegli orsetti in qualche brutto giocattolo. Ne avevamo 96 e ce ne volevano minimo cento. Ho messo un’ultima moneta nel gioco, ho tirato qulla leva e ho sbancato. mentre le striscioline di cartone uscivano a getto, per minuti e minuti, intorno si è radunato un crocchio di bambini. Ma in Italia, in certi posti, il termine bambini copre una realtà che può toccare anche i 13 e perfino i 16 anni. C’era una, un po’ ciccia, sui 14, che diceva “co’ queste ce ne piji armeno due de orologi”. Ho visualizzato la teca in cui splendono patacche digitali da polso e qualche simil I-phone e mi sono ingolosito: perché non il telefono?
L’omino del chiosco, invece, aumentando ad arte il numero di punti necessario per giocattolacci di plastica, ci ha congedato con un aeroplanino e una casetta di bambole. Valore stimato 9 euro: uno in meno di quelli cambiati. Anzie due, considerando l’ultima, fatale, moneta.

E questa era la lezione che avrei voluto imparasse mio figlio. Invece, poco dopo, mentre sgranocchiavamo una pizza da forno elettrico nel bar del parco, andava in giro a vantarsi: “mio padre ha un sederone!” (espressione appresa da poco) “abbiamo sbancato!”
E qualche mamma borlotta, che si aggirava lì vicino, gli ha anche chiesto di indicare con quale macchinetta e si è avviata: “ora ci proviamo anche noi”.

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Il tratto del ritratto (Feat. Marco Petrella)

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Anni fa giravo in una libreria, quella di Testaccio, annusando volumi, quando notai un’esposizione di piccoli pannelli disegnati, sparsi tra i libri. Il tratto era sofisticato, i disegni semplici e surreali. Newyorkese, avrei detto. Accostandomi scoprii che ogni pannello raccontava un libro uscito da poco. Erano recensioni, per essere precisi. L’autore si chaimava Marco Petrella. Newyorkese quanto Trastevere e il Pigneto (non poco, quindi). Negli stessi giorni usciva per Mattioli un suo libro di storie a fumetti brevissime, da leggere in una corsa d’ascensore. Le storie erano state scritte da autori di tutto il mondo per lui, che le aveva disegnate. E che autori! c’erano Jonhatan Lethem e Aimee Bender, Rick Moody e Feridun Zaimoglu, Paolo Nori e Maurizio Maggiani.
Allora collaboravo anche con la redazione cultura del Tg2 e feci un pezzettino su questo libro. Durante l’intervista con Petrella, parlammo della sua attività di recensore a fumetti. La esercitava, mi raccontò, tramite un personaggio inventato, che compare nelle strisce, un libraio e lettore onnivoro: Arturo.
A quel tempo mia moglie era in cinta e sapevamo già che il bambino si sarebbe chiamato proprio così: Arturo. Io e Marco Petrella non affrontammo sul momento la questione, spinosissima, della provenienza di ciascun Arturo: se il nome dovesse più a Elsa Morante o a John Fante. Se insomma fosse più un Gerace o un Bandini.

Oggi il mio Arturo ha quasi 5 anni ed è appassionato di fiabe, fumetti e racconti, per interposta persona (la mamma, me, i nonni); in attesa che impari a fare da solo. Intanto escono in volume le recensioni di Marco Petrella. Il libro si chiama STRIPBOOK, editore Clichy.

In Italia si pensa che l’unico vero giornalismo sia d’inchiesta e il resto robaccia. Ma il giornalismo ha tante forme, di pari dignità: una è il ritratto. Ne ho fatti molti per Tg2 Storie. Quando si tratta di farlo a qualcuno che di mestiere realizza a sua volta ritratti, però, la cosa si complica. Recentemente, con una pittrice russa, ho fatto cilecca. E’ la ritrattista uffciale di tre Papi (fino a Benedetto XVI) e, sebbene lontanissima dai miei gusti, ne riconoscevo la strabiliante abilità tecnica. Ci tenevo ad essere all’altezza. Ma ho scambiato la civetta con cui vive, Rufus, per un gufo. Ritratto rovinato. Mi ha chiamato per farmelo notare. E aveva ragione. Vai a prendere gufi per civette e pretenderesti pure di far ritratti.

Ora con Petrella ho una seconda opportunità. Certo, gioco in casa: è molto più vicino a me per stile ed effetti. Eppure il ritratto di un artista figurativo resta una sfida e un rischio: non sai mai se ti stai facendo prendere la mano dal tuo soggetto, sbandando o semplicemente acchiappando gufi per civette.
Speriamo bene.
Va in onda, con la fotografia di marco Gobbini, nella notte tra sabato 8 e domenica 9, verso mezzanotte e mezza, su Rai 2.

C’è dentro anche Arturo, Bandini o Gerace.
E l’essere padri. E l’essere figli.

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Er Papa

Ma allora se n’è annato?

Sono entrato in un bar della Salaria alle 8 del mattino. Tutto pur di non arrivare a quello del lavoro, intasato come un autobus all’ora di punta. Ci trovo tre Romani da cappuccino e cornetto, cappotti, sciarpe e qualche cappello per il grande freddo. Parlano del Papa.

No, domani va via co’ ll’elicottero.

Che poi, a quer punto, nun è più nessuno. Che c’ha bisogno de pjià l’elicottero?

Ce mette più tempo a’ accenne ‘r motore ch’ a arrivà.

Poteva pjià ‘r tram.

Faceva prima a annà a piedi.

Sé… ssé, quello mica ‘o fanno tornà ‘ndietro. Seconno me l’ammazzeno prima.

Mi fermo a pensare – una bomba al cioccolato alle labbra – all’idea che i Romani hanno del potere, alla ferocia che vi presumono ma sempre come se fosse uno spettacolaccio senza conseguenze per loro. E mi perdo un passaggio, forse due…

Che nun lo sapete che Papa Giovanni usciva spesso pe’ fasse ‘n goccetto, se faceva accompagnà, annava ‘n quer buchetto che sta dietro ar Viminale, nella strada dopo via Torino, come se chiama…

Ma che ne sanno, in un bar della Salaria, in che buchetto annava a ‘mbricasse Papa Giovanni?
Ecco, anche io ho cominciato a ragionare come loro, in romanesco, più che un dialetto un modo di disimpegnarsi dal mondo. No, Roma non darà mai un Grillo o un Bossi. Al massimo l’antidoto.

Ora stanno parlando di buchetti: un’osteria in particolare, a Garbatella, dove fanno carbonare da tre etti e poi polpette al pomodoro.

Entro nella conversazione, mi faccio dire l’indirizzo e il nome del posto. Il dialogo che ho ascoltato garantisce per la cucina. Ci porterò mia moglie.

Magari incontriamo pure il Papa.

Un Papa.

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L’assedio

Ogni città prima o poi conosce un assedio. Alcune prima.

La città di cui parlo ha tra i 600 e gli 800 abitanti, circa centocinquanta famiglie.
E’ abitata da sudamaricani, asiatici, africani e italiani. Non è ricca, anzi la governa una discreta povertà, vissuta come sempre: andando avanti.
Le sue porte in ferro si sono aperte per me a metà mattina, poco dopo che una delle sentinelle si era allontanata di corsa verso l’interno.
Mentre entravo ho gettato appena un’occhiata al cavallo di legno, sistemato lì davanti, a poca distanza dalla città, tra scarse siepi e alberi stenti.
Dentro il cavallo, naturtalmente, ci sono degli uomini. Due, a rotazione. In tutto, ad alternarsi saranno in sei o in otto. Entrano nel cavallo, ci passano più di mezza giornata, poi gli viene dato il cambio. Altri due entrano.

E’ venuto a prendermi e mi ha accompagnato dentro Nunzio, romano di 35 anni, l’aspetto di un gladiatore su un fisico esile. Di un gladiatore ha anche le ammaccature. Mi racconta di essere stato tossicodipendente e di aver passato un periodo in carcere, di non riuscire a trovare un lavoro anche se, prima, è stato impiegato in un bar. Qui è una specie di sindaco.

Se bisognasse descriverla secondo lo schema inventato da un nostro scrittore famoso, si direbbe che si tratta di una città verticale. Piani su piani. Mentre salgo dal primo verso il terzo – scale nude, mura di intonaco vecchio, ringhiere screpolate e freddo: il riscaldamento non funziona – ripenso però a un romanzo albanese, in cui si immagina l’assedio di un cavallo di legno; siamo in epoca sovietica, nel romanzo, e il cavallo ha l’aspetto di un furgoncino abbandonato nel mezzo di una pianura. Troia è una capitale di grattacieli e periferie.

Se devo essere del tutto sincero anche il cavallo che ho visto io, poco prima, aveva l’aspetto di un’auto della sicurezza privata: la scritta blu su un fianco, un lampeggiante sul tetto.
Piani su piani. E le etnie sono divise per piano: al quinto eritrei, al terzo peruviani. E’ lì che ci fermiamo. Nancy è un’infermiera, ci segue dall’inizio. Ci mostra alcune stanze. Sono grandi, luminose: questa, in fondo, è una città di vetro. In una delle  stanze, in un letto grande, ci sono due bambini, due gemelli, tirano fuori le teste da sotto le coperte e sorridono. In altre vediamo computer, scrivanie molto grandi, sedie da ufficio, schedari, foto di calciatori. Mi tornano in mente le cabine delle navi mercantili: in ognuna, condensata, tutta una vita nomade ma ordinata. Qui, però, le proporzioni sono dilatate, si naviga nella luce e si resta abbagliati. In ogni stanza ci si aggira a lungo.
I bagni e le lavatrici sono in comune. Al terzo piano anche la cucina è in comune, su una lavagna sono segnati i turni ai fornelli. Altri piani si organizzano in modo diverso. E poi, chi ha competenze da idraulico si occupa degli impianti dell’acqua, chi è giardiniere dei giardini, gli elettricisti dei fili elettrici. Nancy, inevitabilmente, è il responsabile della sanità. Nella città vivono dipendenti di compagnie aeree o di imprese di pulzie, il mutuo è diventato difficile per tutti, disoccupati e gente che lavora in nero. 
Incrociamo due eritree, stanno dando una lucidata ai pavimenti, Nunzio ci scherza. Mentre mi porta a visitare la ludoteca mi racconta di quando è andato alla Asl e ha scoperto che per avere l’assistenza sanitaria gratuita, lui che non ha lavoro, doveva fare documenti per 387 euro.
Fin dall’ingresso ci  segue un’altra ragazza, all’apparenza sudamericana, piccola, i capelli neri e gli occhi grandi, sembra una bambina che si è truccata. Ma ha una fede al dito,  deve essere più grande. Non ha detto e non dirà una sola parola. Parla spalancando gli occhi scuri. 
Forse pensa all’assedio.

Qui, qualche giorno fa, è venuto Nicola Zingaretti.  Una tappa della campagna elettorale. Ha superato la prima linea di difese, una fila di estintori pronti ad essere impugnati e utilizzati. Si è fatto strada tra la folla dai molti colori. In una grande sala – se questa fosse Troia, sarebbe stata la sala del trono – ha parlato di diritto alla casa e blocco degli sfratti negli edifici di proprietà statale. Ha parlato di emergenza abitativa, come è giusto in Viale delle Province 196, nel palazzo che fu dell’Inpdai, poi dell’Inps, poi del Fondo per la vendita degli Immobili Pubblici, e dal 6 dicembre scorso è solo uno dei tanti palazzi occupati in Italia.

Quelli del cavallo lo hanno visto entrare.
Prima erano loro gli unici abitanti della città, giorno e notte soli tra scale, corridoi, schedari polverosi, scrivanie svuotate. Giorno e notte a far la guardia alle ombre di una burocrazia trapassata. A un palazzone messo in vendita per risanare i conti dello stato.
Poi sono stati messi fuori e si son ritrovati a vivere dentro il cavallo. Ancora giorno e notte, sempre lì, a guardare la città multietnica popolarsi e prendere forma davanti a loro. 
Cosi’ hanno visto entrare nel recinto il candidato, probabile vincitore, alla presidenza della Regione.

L’assedio sarà lungo, devono essersi detti.

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Viale delle provincie 196, risponde okkupato. (VIDEO)

Le guardie giurate se ne sono andate e sono rimasti solo gli occupanti, a fare la loro prima assemblea nel palazzo che fu dell’Inpdai, l’Istituto Nazionale Previdenza Dirigenti d’Azienda, in Viale delle Provincie 196.

L’edificio lo tenevo d’occhio da un po’ di tempo. Grande, abbandonato, non lontano da dove vivo. Edilizia degli anni 60. Sarà pieno d’amianto, mi dicevo. Un ampio parcheggio che avrebbe fatto gola a molti, in una zona sovrappopolata; sullo sfondo anche l’ingresso di un garage.
E ogni giorno, solo un’auto posteggiata al di là del cancello.

Si trattava di vigilantes. Me lo hanno raccontato i negozianti della zona: stanno lì per impedire l’occupazione di un immobile vuoto da anni.
Il palazzo l’ho ritrovato sul sito del Fip, il Fondo immobili pubblici. Commercializza il patrimonio dello stato che si è deciso di vendere. Una nota aggiunge che, per questo edificio, la trattativa è conclusa.
Mi stavo giusto chiedendo cosa ne sarebbe stato del palazzo fantasma, alto 8 piani più uno interrato, composto da due corpi comunicanti tra loro, con un’autorimessa di 34 posti auto, dove per anni si sono recati i titolari di azienda per chiedere dilazioni nel pagamento di crediti verso l’Inpdai, quando oggi, verso mezzogiorno, ho visto la lunga fila di gente, romani e immigrati, uomini, donne, bambini, giovani e anziani, attraversare a passo spedito Viale delle Provincie.
Ho capito e ho cominciato a riprendere.

Le guardie giurate sono state fatte uscire poco dopo, in macchina, quella che ho visto sempre lì, giorno per giorno durante mesi. Qualcuno sostiene che sono state rapidamente dissuase dal mettere mano alla pistola. Fuori dai cancelli arriva la polizia.
Ci parla Paolo di Vetta, dei Blocchi precari metropolitani. Dice che non è solo qui, che ci sono occupazioni in corso in altre 8 zone di Roma. Per sottrarre case alla speculazione e darle a chi ne ha bisogno, aggiunge.

Parlo a telefono con Massimo Livi, della Dtz, la società che si occupava dell’intermediazione nella vendita dell’immobile.  La trattativa era conclusa -mi assicura –  però mancava ancora il rogito. L’acquirente, un fondo d’investimento immobiliare, era in attesa di notizie dal comune di Roma, di una modifica nella destinazione d’uso.

E adesso? Chiedo. Adesso niente, risponde. non si concluderà più nulla. Queste occupazioni vanno avanti per anni. E mi cita il caso del palazzo della Siae, in Via Valadier; quello di Viale del Policlinico.

Insomma, vendere il patrimonio pubblico, una delle ricette miracolose per il risanamento dei conti pubblici, in un momento di crisi economica, non è una cosa così semplice come sembrava.

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La statua che nacque due volte

Spiegare la botta di simpatia che mi prese per l’odiatissima statua di Papa Giovanni Paolo II, installata a Roma, davanti alla stazione Termini, circa un anno fa, non è facilissimo.

Dovessi dire che mi sembrava la migliore vendetta contro la facile oleografia che aveva accompagnato la morte del Papa, oleografia transitata nelle foto di migliaia di cellulari, scattate davanti al feretro, e poi passata sui cartelloni pubblicitari, non coglierei nel segno.  Dovessi parlare della mia insofferenza per i gusti estetici dei Romani, nemmeno.

Quella statua non mi piaceva contro qualcuno o qualcosa. Mi piaceva in sé e per sé.
Irrimediabilmente brutta, sembrava scappata fuori da tutti gli schemi che potevano prevederla.
Venuta male, mi ispirava la tenerezza delle cose che nascono storte. Si era sottratta – mi pareva – al proprio destino: di diventare una delle tante statue urbane a cui nessuno si sognerebbe di dare mai uno sguardo: come la statua equestre di Vittorio Emanuele II; come quella di Cavour; come i busti del Pincio o del Gianicolo; come le tante statue di granatieri, fanti, finanzieri, che si incrociano nelle piazze, cercando sempre di non sbatterci contro. Al contrario: aveva fatto come Pinocchio, concepito sì per diventare un burattino che balla e recita ma non certo per prendere vita, scapparsene via e iniziare a far monellerie e linguacce alla gente.
Ed era questa indipendenza, non certo la bruttezza, che nessuno le perdonava: grossa, senza forma, con una testa cilindrica e corrucciata, è subito stata paragonata a un’immagine di Mussolini. A me ricordava di più l’uomo di latta del mago di Oz, anche lui con la testa cilindrica e senza espressione, non perché cattivo ma perché convinto di non avere un cuore.

Potevano tollerare i romani una statua del Papa senza cuore? No.
E nessuno che abbia provato un poco di pietà. Dajje al mostro, è stato il grido corale.

Ma cos’altro poteva arrivare lì, di giusto, di esatto, di naturale, mi domando io, se non un mostro? Lì, davanti alla stazione Termini,  tra i negozi di chincaglierie cinesi e i fast food fusion; tra la massa di turisti sandalopodi e sudati e i treni vecchi di cent’anni e perennemente in ritardo; tra i marciapiedi zozzissimi e il traffico espressionista?

In questo mondo straniato e irriconoscibile è piombata una statua altrettanto straniata e irriconoscibile, per esserne il pastore e il patrono.
Vabbè, dirà qualcuno, ma cosa c’entra tutto questo con l’oggetto della rappresentazione: Papa Giovanni Paolo II? Eppure, anche qui, mi pare che nella statua fosse filtrato qualcosa dell’ultimo periodo di vita del Papa: la malattia, il corpo diventato grosso e ingovernabile, il dubbio sui giorni passati legato alle macchine, il coma. Tutte cose che per me fanno parte dell’estrema umanità di quel pontefice.

Cava nel centro, a simulare l’apertura di un manto, la statua è stata accostata a una garitta. E subito qualcuno l’ha immaginata, con disprezzo, come ricovero per vagabondi. E qui non c’è niente da aggiungere.
L’immagine notturna dell’opera mostruosa, odiata da tutti, e del clochard, che si fanno compagnia alla luce della luna, sconfina in un’altra oleografia, simmetrica e opposta a quella di cui abbiamo parlato prima.

Ora la statua verrà inaugurata di nuovo.  Ha un’espressione benevola.  Da oggi nessuno la degnerà più della minima attenzione. Fatta per essere dimenticata, come ogni brava statua di città.
Tranne che in un particolare: il sorriso affiorato è più vicino a quello di Alberto Sordi che a quello del Papa.

Sembra dire ai romani: “Ma n’aavevate capito ch’era tutto ‘no scherzo?  Annate, va’… circolare, sù, circolare”

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Sotto l’effetto della ketamina

Nel mondo di sotto si trovano tutte le cose che daranno frutti – dolci o avvelenati – in quello di sopra.  Dall’oro dei Nibelunghi, al semino in attesa di germogliare, ai brutti sogni di un ragazzo convinto di essere il cattivo di un film.

Così anche nelle nostre banalissime fogne c’è molto – e forse tutto – di noi. Uomini esperti, palombari dell’impossibile, vi si calano e dopo sanno dire cosa mangiamo, cosa beviamo, in che quantita’, e che droghe assumiamo.

Così mi arriva nella posta elettronica un comunicato stampa nientemeno che del “Ministero per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione – dipartimento Politiche Antidroga”, per ragguagliarmi sui risultati degli esami condotti finora dai palombari.

Subito si precisa che le analisi mostrano, da alcuni anni, un calo nel consumo di droghe. Ecco, mi dico, anche qui l’effetto della crisi. Siamo spacciati: presto crollerà l’euro, saremo definitivamente travolti, scomparirà qualsiasi consumo. E tutti i coraggiosi palombari delle acque reflue verranno licenziati.

Ma il comunicato non fa nessun collegamento, come oggi chiunque, tra crollo dei consumi e crisi economica. Anzi, mostra una certa soddisfazione per il risultato, di cui pare prendersi il merito.
Poi, però, proprio come il bonzo del film “L’ultimo imperatore”, che sapeva tutto del bambino solo annusandone il vasino, tira fuori la ketamina.
Il consumo di ketamina sta aumentando.
Ma si tratta di un consumo di nicchia – precisa – senza spiegare quale nicchia: certi quartieri o una classe sociale o alcuni gruppi etnici.

Gli effetti della ketamina sugli esseri umani – dice il comunicato – comprendono modificazioni degli stati di coscienza, schizofrenia, disordini dissociativi, ansia, attacchi di panico, flashbacks e cambiamenti percettivi persistenti.

Mozzarelle di bufala e dolci siciliani, come spiega anche Saviano, sono spesso venduti dalla malavita organizzata per riciclare quanto guadagnato con i traffici illeciti. Molte imprese, in una società complessa e competitiva come la nostra, non sopravviverebbero senza i soldi della mafia. Alla gente, evidentemente, non importa abbastanza di mozzarelle e cannoli.
La gente vuole qualcosa che la faccia evadere proprio da una società tanto complessa: gioco d’azzardo, sesso a pagamento, pornografia, droghe. La ketamina. Per fortuna, poi, ci sono i coraggiosi palombari, che sanno ridire, con estrema precisione tutto questo, da laggiù. Finché non saremo travolti dalla crisi incombente.

Guardo fuori dalla finestra. Sulla Flaminia c’è traffico: gente che torna a casa per la cena. Qualcuno andrà al ristorante. Qualcuno si leggerà il giornale sulla poltrona. Il sole tramonta.

E le due visioni non si cancellano a vicenda ma procedono parallele come in un qualsiasi buon romanzo di Philip K. Dick. 
O come in una mente stravolta dalla ketamina.

Questo, naturalmente, voleva essere solo uno scherzo a proposito di un problema molto serio. Uno scherzo angosciante o divertente a seconda del tipo di droga assunto da chi legge.

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Requiem for a Bookshop

La Lion Bookshop si trovava in via dei Greci, a Roma. E’ un posto magico. All’ingresso della via c’è il Conservatorio. Ci si ferma e si ascoltano gorgheggi, armonie e dissonanze. A volte escono a sciami giovani bellissimi caricati dal peso di strumenti da sogno.
Poi, quasi solo quella libreria. Due vetrine e l’ingresso, con il leone rosso a fare da insegna. Oggi l’ho trovata svuotata, le vetrine buie. Dentro il deserto. Non più un solo libro, nemmeno per sbaglio, nemmeno buttato per terra. In compenso, c’era uno scooter posteggiato in mezzo alla sala.
Sono rimasto lì a bocca aperta, come un idiota. Non ci potevo credere: la libreria inglese di Roma; quella dove incontravo o, all’occasione, accompagnavo studentesse americane; quella dove ho acquistato Moby Dick, The great Gatzby e Tender is the night, le poesie di Derek Walcott e quelle di William Blake. Quando ero ragazzo mi sembrava uno di quei posti che esistono prima di te e continueranno a esistere dopo di te.
Aveva cambiato gestione più volte. L’ultima era strampalata: un libraio, credo omosessuale, gentilissimo. Ma si stupiva dell’esistenza di scrittori come Baldwin o McInernay, quando glieli chiedevo. E due signore assurde, di cui una parlava spagnolo.
Le librerie prima di morire si ammalano: prendono la polmonite. Il catalogo non si rinnova, i buchi nelle pareti restano lì. Vivono di novità, sempre meno però.
Io me ne ero accorto che la Lion si era ammalata ma avevo cercato di far finta di niente.
Oggi davanti a quelle vetrine scure ho sentito il vuoto aprirsi nella mia vita. Del resto cosa rimane di molti libri venuti da lì e poi letti? Cosa ricordo, alla fine? Nulla.
Presto partirò per un viaggio importante, conradiano, in nave lungo il tropico.
Ma la mia linea d’ombra l’ho definitivamente attraversata oggi, in via dei Greci.
Se qualcosa era rimasto della giovinezza se ne è andato via in un istante

Il guscio vuoto della stazione Tiburtina

Nei paesi dove tutto funziona, al comando deve esserci qualcuno capace. Nei paesi dove nulla funziona – no, mi dispiace, continuerebbe a non funzionare anche se al comando ci fossi tu – deve esserci qualcuno che non abbia senso del pudore. Uno spudorato.

Pensavo questo mentre mi aggiravo per l’immensa e deserta stazione Tiburtina, inaugurata pochi mesi fa dal sindaco di Roma.
Non un negozio aperto, non una sala accessibile. Un grande involucro vuoto. Io mi sarei vergognato a inaugurare un posto così.
Non vuol dire che sono buono. Potrei anche essere un omicida seriale. Ma me ne vergognerei.
E’ per questo che, qui, non vado bene per amministrare neanche un condominio.

Si può dire: cosa c’è di male? In fondo la stazione è lì. Negozi e servizi apriranno.
Ecco, mentre passeggiavo mi ha chiesto aiuto una signora anziana, evidentemente senza cellulare, dall’accento straniero. Aveva un appuntamento con un amico arrivato da lontano ma non si trovavano. Vicino all’uscita. Quale? Una.
Non c’era un solo punto di riferimento. Se ne è andata via come portata dal vento.

A seguirla ci si poteva trovare in un romanzo a metà strada tra Buzzati, Calvino e il Sud America.
Un momento, sto dicendo che dove la spudoratezza regna attecchisce l’arte del romanzo?
Bèh… Ma questa è un’altra storia.

Prima di andarmene ho concesso la prova del nove. O la Cassazione, che adesso va tanto di moda: neanche i bagni funzionano.
Io mi sarei vergognato.