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Il centrodestra italiano e la biancheria intima

Io so già quale sarà il nome del nuovo movimento che Silvio Berlusconi sta per lanciare nella politica italiana.  O almeno, ho indizi sufficienti per indicare i due o tre tra i quali sta scegliendo. O forse, ormai, ha già scelto.
Non è molto difficile: basta andare sul sito dell’Uami, l’ufficio dei marchi comunitari. Da alcuni anni i politici hanno cominciato a depositare il nome dei loro partiti anche come marchio. Quello che normalmente si fa per i jeans!
Una garanzia in più contro chi vorrebbe chiamare nello stesso modo il proprio gruppo o chi volesse mettere quel nome su delle magliette e poi venderle.

Bene. Proviamo a vedere questa pagina dell’Uami: http://oami.europa.eu/CTMOnline/RequestManager/it_SearchAdvanced_NoReg e ad inserire nella casella “titolare” il nome di Silvio Berlusconi.

Escono fuori i marchi registrati da lui. Normalmente ad effettuare le registrazioni presso l’Uami è un procuratore.  Ma lui ha fatto da solo: oltre che essere “il titolare” è anche “il richiedente”. Ha risparmiato o forse non si fidava di affidare nomi tanto preziosi ad altri.

Tralasciamo, in basso, tutta la parte sul Popolo delle Libertà: storia già conosciuta.

E scopriamo che il 18 luglio scorso Berlusconi depositava i marchi GRANDE ITALIA e GRANDEITALIA. Da circa un anno il segretario del Pdl è Angelino Alfano e il fondatore comincia a muoversi da battitore libero.
Ma il gran caldo agostano, e forse qualche gita nel resort di Flavio Briatore a Malindi in Kenya, portano consiglio. Così il 24 ottobre l’ex presidente del Consiglio dà l’annuncio che molti attendevano: lascia per sempre la politica.  “Ora i giovani” dichiara alla stampa.
Certo, il giorno prima, come si vede bene dalla pagina dell’Uami, il 23 ottobre, ha registrato il nome per un nuovo partito: ITALIA CHE LAVORA; anche nella versione: L’ITALIA CHE LAVORA. Ma non è detto che lo abbia fatto per sé. Forse pensava ai giovani, che di lavoro hanno tanto bisogno.

Veniamo a date più recenti. L’8 novembre.
Non molto tempo è passato dalla conferenza stampa fiume seguita alla condanna per frode fiscale, in cui il ritiro dalla politica è stato decisamente messo in dubbio. E il caimano passa al contrattacco. Registra una sfilza di denominazioni. Ruotano tutte intorno allo stesso centro. Anzi, centrodestra: IL CENTRODESTRA ITALIANO, ILCENTRODESTRAITALIANO, CENTRO DESTRA ITALIANO, CENTRODESTRA ITALIANO, IL CENTRO DESTRA ITALIANO.

Evidentemente ci tiene alla posizione del nuovo schieramento. E torna in mente quando, dall’altra parte, si discuteva di centrosinistra o centro-sinistra. Con il trattino o meno.

I marchi possono essere depositati all’ufficio europeo o solo a quello italiano. Nel primo caso, la scelta di Berlusconi, il costo è più alto. Anche se si tratta di un movimento che agirà prevalentemente in Italia, la tutela è estesa a tutta l’Unione.  Possono essere iscritti per una o più classi di prodotti e servizi. Ancora una volta, il costo è molto diverso. Come si può facilmente vedere dalla sfilza di numeri che si affiancano alla dicitura “classificazione di Nizza”, sempre nella pagina dell’Uami, i marchi di Silvio Berlusconi sono tutelati per tutte le categorie esistenti: si va dai prodotti chimici alle vernici, dai saponi da barba alle lavatrici a gettone, dalle lacche ai pettini, fino all’abbigliamento intimo.

Adesso, se qualcuno, in Europa, vorrà chiamare un paio di slip “Il centro destra italiano”, dovrà chiedere il permesso a Berlusconi Silvio.

Pensate un po’.

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Berlusconi fa la cosa giusta

Berlusconi una volta tanto ha fatto la cosa giusta. Quando ha rotto gli indugi e ha detto che si potrebbe tornare alla lira. Molto, in questi ultimi tempi, si va chiarendo. Per anni abbiamo vissuto una condizione straniante: l’euro era qualcosa di inevitabile, l’Europa unita altrettanto.

Le conseguenze:

1) Tutti potevano parlar male dell’euro, tanto era inevitabile tenerselo.

2) Tutti eravamo convinti che qualsiasi referendum: sull’Europa, su eventuali costituzioni, su processi di integrazione più stretta, avrebbe avuto come probabile risposta un no. E quasi nessun referendum si faceva, perchè l’integrazione europea era comunque considerata inevitabile.
I pochi che si facevano, si perdevano. E poi bisognava rimediare.

3) Si poteva descrivere l’Europa come una entita’ lontana dalla gente. Una rogna che toccava sopportare.

4) Ci siamo tenuti in Italia per 20 anni un leader (e un partito, la lega) chiaramente antieuropeo, inadatto a qualsiasi integrazione, impresentabile in Europa, magari buono per stringere un’alleanza con uno stato para-mafioso come la Russia.
E’ sempre stato evidente che Berlusconi si sarebbe volentieri liberato dell’Europa e dei suoi vincoli. Ma non poteva, l’Europa era distante, inevitabile e noi ci concedevamo una allegra vacanza ai suoi margini.

Oggi, come tutti sanno, non è più così. Fra pochi mesi potremmo non avere più l’euro e in poco tempo, evidentemente, neanche l’Unione.

Era tempo di gettare la maschera e Berlusconi l’ha fatto. immagino avrebbe voluto farlo in condizioni più favorevoli: dopo una vittoria della sinistra radicale in Grecia, nel pieno del caos. Gli è andata male. Motivo di una certa titubanza nell’annucio. A lui, lo sappiamo, piace vincere a colpo sicuro.

Perché la novità è questa. Ora che l’euro non è più qualcosa di inevitabile, anzi è a rischio, l’esito dei referendum torna ad essere incerto. In Irlanda, pochi giorni fa, ha vinto il si all’Europa. La Grecia, una popolazione sotto pressione e addirittura tormentata dall’Unione, a suo modo, ha detto si all’euro.

Gli schieramenti si vanno definendo. E’ giusto che sia così. Ci si trova ad avere strani compagni di viaggio: Berlusconi, i grillini, la sinistra più radicale, vanno insieme.

A volte mi chiedo da che parte stia la Merkel. Forse se lo chiede, spesso, anche lei.

L’esito finale della battaglia è incerto. l’Europa unita potrà sopravvivere o no. Potrà essere migliore o peggiore.

Di una cosa ci siamo liberati: l’atteggiamento di rassegnata insofferenza di alcuni, l’indifferenza esibita di altri, verso L’Europa, quella cosa lontana e inevitabile.
Quella cosa che ci ha impedito per vent’anni, dico io, di scivolare nella più ridicola dittatura populista immaginabile, qui in Italia.

Ah… a proposito. Tu da che parte stai?

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L’Europa sognata da Beckett

L’ Europa di oggi sembra progettata dal grande scrittore irlandese. Togliendo qualche soggetto, i vertici che si svolgono a Bruxelles assomigliano molto a questo:

– Faremo di tutto per salvarla
–  Chi?
– La nazione che bisogna assolutamente salvare
– E se non si salva?
– Allora deve uscire
– Se esce, gli altri si salveranno?
– Non si sa
– Se invece resta, si salveranno?
– Neanche questo si sa
– Allora, perché salvarla?
– Chi?

Può venire il panico: di dover per forza restare insieme. O di doversi per forza separare. O che alcuni resteranno insieme e altri saranno buttati a mare.

Il panico di tutto.

Ma, per lo più, la platea resta indifferente. Tutti, in Europa, fanno finta che l’Europa unita riguardi gli altri.  Sia stata fatta male da altri. Andrà in pezzi per gli altri.
Nessuno che provi a spiegare come la vorrebbe, questa Europa. Come la farebbe lui.
Pochi hanno il coraggio di affermare che sarebbe meglio tornare alle singole nazioni e, forse, anche alle guerre tra l’una e l’altra. In generale l’Unione è un argomento da cui sembra prudente stare alla larga. Tanto, in fondo, riguarda sempre gli altri. 

In realtà mai una generazione è cresciuta dentro l’Europa come questa: scambiando esperienze di studio, di viaggio, di lavoro. Considerando ogni stato come una possibile casa.

Lo spettacolo più impressionante sono gli scrittori. Dovrebbero essere la coscienza critica di un processo unitario . Oggi, per uno scrittore francese è molto più comune occuparsi dei diritti negati in Cina, della difficile situazione russa o della primavera araba che dell’uscita della Grecia dall’Euro. Per uno Italiano va bene anche il tracciato di una ferrovia, lo sgombero di un centro sociale o l’eccessivo spazio dato dai media a un collega poco amato.
Vederli che si accalorano per gli espropri in Val di Susa mentre il castello di carte dell’Unione rischia di volare via e una sua prima tessera già scivola verso probabili dittature, fa la stessa impressione che trovarsi su una spiaggia minacciata da un’onda immensa e vedere i bagnanti discutere delle alghe rastrellate male.

Ci sono alcune generazioni a cui tocca di vedere i propri ideali sbriciolati e calpestati più che ad altre.  E’ la strada verso cui sembra incamminarsi la nostra. Ma, a differenza di altre, non è nemmeno capace di ammettere che erano stati i suoi ideali.

Del resto, è o non è l’Europa songata da Samuel Beckett?

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