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Sogno

Ho sognato una fila di uomini volanti che approdavano a una spiaggia. Io dovevo filmarli.
Lo facevo dalla spiaggia per le inquadrature strette: il piede che tocca la sabbia, i muscoli del polpaccio, il vertice dell’ala; e da una terrazza, da dove li si vedeva aggruppati nel cielo all’orizzonte, per quelle larghe.
Ma io ero solo l’operatore di ripresa. Mi dirigeva – lui si spostava su un monopattino – Sergio Leone

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A fine der monno

Er monno sta a finì pé certo
Disce er barista, pé via d’a callara
che ‘ntigna puro dopo i morti

N’a capoccia tua è finito de sicuro
penzo io ncazzato nero
tanto che me scordo de pagà

So du euri e scinquanta
S’arivorta a comare sua
come na biscia

Io un po’ me vergogno
un po’ Je’o vorre’ dì
A sora Lé, e tanto
s’er monno sta a finì

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In cerca del padre

Era il 1991 quando uscì un’antologia di racconti scritti da giovani. si chiamava “Italiana” ed era pubblicata da Mondadori. Avevo meno di 20 anni e indovinare subito quale scrittore si sarebbe affermato nel decennio successivo mi sembrava di importanza fondamentale. C’erano Erri De Luca e c’era Sandro Veronesi.
Mi innamorai di Paola Capriolo che poi non ha mantenuto tutte le promesse (ha scritto comunque alcuni bei libri). C’era Susanna Tamaro, ancora sconosciuta.

Ma la nota più entusiasta accanto al titolo di un racconto – perché stendevo anche delle note, da vero fanatico – è quella per Il bambino scettico di un certo Edoardo Albinati: ricordi dall’infanzia ipersensibile e protetta di un bambino che, da grande, è diventato un terrorista.

A 20 anni di distanza non rinnego quella scelta anzi sono felice di averla fatta. Capisco solo adesso che non si trattava di scoprire lo scrittore che si sarebbe affermato nel nostro panorama letterario (espressione orribile) ma nella mia vita, insieme ad altri.
Non potevo sbagliare. O forse si, avrei potuto.

Ho continuato a seguire Albinati attraverso tanti libri, anche quelli di poesia, anche quelli più strani, come Orti di guerra. Li ho letti, con qualche perplessità, più o meno fino in fondo, tranne Tuttalpiù muoio, l’unico che gli ha dato successo di pubblico.
Per il resto un’onesta carriera, la sua, di autore minore. Lontano dalle grandezze di chi cambia la storia della letteratura, come Moresco, o di chi vende migliaia di copie finendo per stare sulle scatole a tutti, come Baricco.

L’ultimo, Vita e morte di un ingegnere, pubblicato qualche tempo fa ma scritto prima, finalmente è bellissimo.
Non lo stavo aspettando dai tempi de “Il bambino scettico”?

L’ingegnere di cui si fa il ritratto è il padre dello scrittore. Come sembra inevitabile, un ingegnere vissuto negli anni del boom italiano è una maschera rigida e scostante. Le Parole utilizzate fin dall’inizio sono scoraggianti: un uomo spaventosamente ambiguo; calmo e freddo; indifferente alla maggior parte dei problemi degli altri e perfino ai propri; una sensibilità morbosa; timido; vestito in maniera convenzionale; giacca, cravatta, pantaloni grigi eccetera; indifferente all’abbigliamento. Uno di cui al massimo si può sostenere che “gli piaceva guidare l’automobile” ma non che “gli piacessero le automobili. Anzi si può dire che delle automobili non gli importasse nulla.”

Cosa fare di una maschera così? Dietro non c’è davvero nulla. Oppure c’è il nulla.
L’unica forma di espressione che traspira è però terribile: il gusto della beffa, lo spiazzamento, la provocazione, la capacità di sottrarsi a ogni giudizio prevedibile, in continuazione, con “un’energia senza limiti”.
“Non gli dispiaceva farsi avanti quando si trattava di dimostrare anticonformismo e sprezzo delle convenzioni, di quelle stesse convenzioni che poi formavano la quasi totalità del suo modo di vivere e concepire il mondo.”
Come quando, nell’estate del ’66, per vincere una scommessa con sua nonna, si infila una camicetta da donna colorata di vistosi ricami e si mette seduto al bar, all’aperto, sotto lo sguardo di tutti. “Poi a casa naturalmente non pretese da mia nonna i soldi della scommessa vinta”.

Ma questa maschera ora rigida ora beffarda e inafferrabile è il padre. E tocca farci i conti. nel suo ritratto Albinati la insegue, la cerca, ci combatte. Poi arrivano la malattia e la morte a deformarla fin quasi allo schianto. Ma non si spacca nemmeno con la morte. Finisce consumata nell’iceneritore, piuttosto.

A un certo punto Albinati scrive:

“Ho letto migliaia di libri sugli argomenti più lontani da me, sulle arti marziali, sulla vita contadina in Normandia, sul problema del bene e del male dai vichinghi a Budda a Dostoevskij, sulle classi sociali medievali, sulle balene e i merluzzi, sulle città invisibili, sull’essere e il non essere e il divenire, sui giovani omosessuali di Milano Los Angeles e New York, Ho ascoltato con un certo interesse centinaia di ore di chiacchiere su Botticelli, Kant, Edipo, sul pensiero artificiale e su Eduardo De Filippo, mi sono chinato sulla polemica tra Vittorini e Togliatti, Tra Pasolini e gli studenti, tra Alcibiade e i suoi amici, tra i gesuiti e Paolo Sarpi, e ho studiato a lungo pagine di critica letteraria marxista a proposito di Balzac e freudiana a proposito di Pinocchio, conosco molti fatti salienti delle biografie di Csanaova, di Alfieri e di Tenco, di Gigi Riva e di almeno un’altra dozzina di italiani illustri, e anche quelle di Cary Grant e Mick Jagger, ho letto la Farsaglia e le Upanishad, ho letto Matteo Maria Boiardo, Richardson e la corrispondenza tra Groddeck e Frenczi, le lettere persiane, le favole di Andersen e quelle di Afanas’ev, ho divorato i libri degli epigoni degli epigoni, le vite degli imperatori, i trattati sulla malinconia, ho raccolto dati sull’esistenza infelice di Giordano Bruno e Campanella e Vico, ho accumulato nozioni innumerevoli su Spengler e Michelstaedter, su Kracauer e Weber, sulla moglie di Mahler e la sorella di Nietzsche – e non so niente di mio padre.”

Restituisce, allo specchio, quanto scriveva di tutti noi Cristina Campo ne Gli imperdonabili.
Quando diceva che abbiamo barattato il destino, ciò che fa essere il guerriero un guerriero, il santo un santo e chi lavora nei campi un contadino, con un mondo dove possiamo scegliere: “un mondo di esseri erranti, intercambiabili nei volti, nei costumi, nell’indescrivibile lingua franca, che a fatica ricordavano se arrivassero da Casablanca o da Tokio, se si fossero incontrati a Washington o a Dakar, mondo del solvente universale e del ritorno al caos, meticciato perfetto di destini nei quali tutto era possibile e indifferente.”

Eppure Albinati lotta fino alla fine con la maschera che ha davanti.
Distorta dalla malattia, la sua ultima espressione è ancora la beffa.
Al figlio che, per parlare, gli racconta della morte improvvisa dello scrittore Alberto Moravia, il padre risponde, secco: “immagino che non lo abbia strangolato la balia”.
Questo mentre si veste a fatica per tornare dall’ospedale a casa, per l’ultima volta.

Il ritratto, banale dirlo, è un autoritratto. Cosa ci può essere in comune tra un ingegnere conformista, impenetrabile, devoto all’ironia distruttiva e un figlio scrittore, artista di difficile classificazione, che ha pubblicato un po’ di tutto: prosa, poesia, prosa poetica, romanzi, diari; uno che ha immaginato, in un racconto, una propria relazione omosessuale con lo scrittore Eraldo Affinati, solo perché i nomi si assomigliano e i rispettivi libri, sugli scaffali delle librerie, stanno vicini?

Cosa può esserci in comune? Nulla, tutto.
Le due maschere convergono, si fronteggiano, si sovrappongono, si dissolvono a vicenda.

E alla fine non resta nulla. Nemmeno l’ombra di un destino.

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Il quinto romanzo di Elsa Morante

Le lettere di Elsa Morante, raccolte e ordinate dal nipote Daniele, sono il suo quinto romanzo. Quel romanzo autobiografico che lei non ha scritto ma a cui, forse, aveva pensato, con il titolo di Superman.

Davvero non me lo aspettavo: in questo calderone di minute mai spedite, cartoline e, soprattutto, lettere ricevute. Ma è così. Un romanzo.

la Morante afferma, in una lettera al poeta Rodolfo J. Wilcock, che quella è una delle 6 o 7 in tutto scritte negli ultimi 20 anni.
Strano, pensa il lettore che, indubbiamente, si trova a pagina 490 dell’epistolario.
Ma poi, controllando meglio, si rassicura e le dà ragione. Nelle ultime cento e più pagine, ha letto quasi solo lettere scritte da altri, a lei indirizzate; e qualche rara risposta.
Ma allora, se nemmeno è scritto da lei questo libro?

Allora il demone che abitava dentro Elsa Morante era così potente da dare forma, in modo inconsapevole, anche agli altri, quando vanivano in contatto con lei. Pungolati da questo demone antichissimo (spesso Elsa scrive di avere un’età che non è più in grado di calcolare e – dice – non si tratta certo di quella anagrafica) tutti, nelle lettere che le scrivono, si contorcono, si agitano, soffrono e finiscono per rivelarsi, per tirar fuori il personaggio che si portano dentro. O per smascherare la persona che nascondono dietro il personaggio, se, per caso, quello è momento di smascheramenti.

E che personaggi: l’inglese dall’identità nascosta, legato all’ambasciata britannica, forse una spia?, innamorato furioso di lei, che vorrebbe portarla via da Roma prima che l’Italia entri nella seconda guerra mondiale, tra esasperazioni, rabbie, dolcezze e scambi di accuse spietate; la pittrice e scenografa italoargentina, trasferitasi a Parigi, dominatrice di uomini e di gatti, circondata da una corte innamorata – pittori italiani o americani, scrittori polacchi – che la segue ovunque, fino agli eremitaggi corsi, dove lei vorrebbe trascinare anche Elsa; il compositore e commediografo statunitense rifugiatosi in una idillica tenuta in Galles, dove si diletta di alchimia, secondo alcuni di stregoneria… E registi narcisi, giovani vagabondi, poeti.
Molti scrivono in un italiano che appena conoscono e sforzano pur di comunicare con lei. E queste lettere strampalate, tirate giù con foga in una lingua inesistente, sembrano l’invenzione artistica più bella del libro.

Pensate di leggere le lettere di Bulgakov e scoprire che aveva corrispondenza regolare con il dottor Woland, Azazello e il gatto Behemoth. Ecco, il punto è che la Morante, con Azazello, Behemoth e Woland, si scriveva davvero.
Consumate dal demone che le pungola le amicizie si esauriscono, i personaggi, uno per volta, si fanno da parte. È un vero dolore leggere la lettera definitiva, ultima, di ognuno di loro. O quella con cui la Morante, soffrendo, li congeda dalla scena.
E intanto senti che si avvicendano come in una partitura musicale. Al tenore segue il soprano, il baritono e poi c’è spazio anche per il basso buffo: incredibilmente a una Elsa Morante già consumata dalle sue esperienze si presenta uno stralunato Francesco Leonetti, per dichiararle la propria passione.
Così: “A me piace l’Elsa Morante; in modo illecito”.
Bof…
E lei non la prende nemmeno troppo male.

Qualcuno le tiene testa, non soccombe nella lotta. Tra questi il poeta argentino Rodolfo J. Wilcock. Spaccone, dolce, intemerato, pratica quella sincerità assoluta che lei pretende. Litigano, si accapigliano e si ritrovano. È durante una di queste baruffe che la Morante impartisce una lezione di letteratura sapienziale, degna dei Tao o dei poemi indiani. A Wilcock che le rimprovera, quando discute con lui, “di parlare con un altro che c’è dietro di me, un vero intruso”, lei risponde così:

“Non sei tu solo ad aver da fare con un secondo Wilcock, che ti fa addannare. Credo più o meno è la sorte di tutti. Io pure, per quanto mi riguarda, sono costretta alla convivenza non con un’altra sola ma per lo meno con 9 o 10 alre E.M., una vera folla ripugnante , – che mi costringono al loro rumore, alla loro puzza, urla, sberleffi, cachinni, traffici, radioline, immondezza ecc. E non essendo mai riuscita, né riuscendo, a liberarmene – schifezza, da una parte, tanto più grave, in quanto me ne era stato trasmesso il segreto (cioè, per liberarsene) – non sarei davvero io, propria a dare consigli (!!!) comunque, ti accenno a quel segreto (che magari è un’altra allucinazione? In ogni caso sarebbe più riposante delle altre):
è inutile che Wilcock n.1 speri di isolare, o sequestrare, il Wilcock n.2; e nemmeno W.1 può presumere che i suoi amici siano in potere di rivolgersi solo a lui, e trattare con lui, ignorando W.2. È impossibile, perché W.2 interviene sempre, quando meno lo si aspetta, essendo – W.1 e W.2 – legati terribilmente, soprattutto da un odio terribile. Sarebbe meglio, forse, che W.1, invece di proteggersi continuamente da questo odio intestino ruminando le colpe degli altri – si decidesse ad affrontare W.2, senza tanta paura, riconoscendolo com’è proprio nella sua realtà, e quindi in sostanza perdonandolo.”

Nella partitura musicale di cui dicevo c’è anche un coro popolare. Entra in scena verso la fine, dopo la pubblicazione de “la storia”. Gente mai conosciuta le scrive per ringraziarla e raccontarle la propria storia: violenze subite, lutti, ricordi della guerra.
Un grande coro prima del congedo, che tutti sanno essere stato lungo e doloroso. Ma accompagnato, ancora, dalle lettere di pochi amici. Allegri buffoni, pronti a seguire il loro Re Lear fin nel deserto dell’ultimo esilio.

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L’altro

È di seconda mano
Questo libro di poesia
A volte sottolineo due versi
A volte inciampo
Nei segni dell’altra mano

A volte ricalco

Uno non sa nulla dell’altro
Uno quasi nulla
Del compagno di viaggio

Per un voto baol

È allora che sono andato a riprendere i suoi libri.

Credo che il primo che lessi fu proprio Baol. Aveva l’aria di quei Feltrinelli scritti al momento giusto, libri che raccontavano il tuo tempo, anzi, anche i dieci o venti anni successivi.

Come tuttt i veri scrittori, Benni vedeva un po’ più avanti. Non nel modo lucido e drammatico di altri ma nel suo modo scanzonato e sornione.

Così Bed è un mago baol, Ha frequentato la scuola Baolian quasi dieci anni prima che si sentisse parlare di Hogwarts. Ha una missione, in un paese dominato dal Grande Gerarca: ritrovare un filmato censurato del comico Grapatax, finito sul libro nero del regime. Grapatax che potrebbe decidere di tornare in scena e dirgliene quattro a tutti…

Grapatax che era Beppe Grillo, amico e collaboratore di Benni, e il Grande Gerarca era un’anticipazione di Berlusconi.  E alla fine del romanzo, il ritorno di Grapatax è già l’inizio di un mvovimento politico. C’è un gruppo intorno a lui.

Ma il mago baol, qui, non lo segue. Perché, come gli viene detto, “tu sei un’idea, baol. E nessuna idea può mantenersi pura. Saresti svanito, come una bolla di sapone, ai primi compromessi”.
No,  il mago Bed non segue il comico che diventa tribuno. E neanche Benni, lo ha detto in più interviste: rispetto per Grillo ma non abbiamo le stesse idee. Meno male.

Un givanissimo Enrico Brizzi un giorno riconobbe Benni in bicicletta, a Bologna, lo inseguì e lo fermò solo per dirgli: tu, secondo me, sei il più grande scrittore italiano vivente. E Benni gli rispose, strascicando la cadenza romagnola, ma guarda che devi avermi scambiato per Aldo Busi.

Altri tempi. Il secondo libro è stato La compagnia dei Celestini. Acquistato deliberatamente durante la depressione per essere stato mollato da una ragazza austriaca. Nel giro di un giorno e mezzo, tempo di lettura del libro, ero tornato la persona più allegra del mondo. Romanzo fantasmagorico in cui bambini da tutto il mondo convergono a Gladonia per il campionato di pallastrada….

Vabbè, lo avete letto tutti, lo so! E allora ricorderete che la parabola dell’Egoarca, ormai definitivamente e senza dubbio Berlusconi, anche se era solo il 1992, termina in una immensa nevicata. Una nevicata che ricopre tutto il paese di Gladonia, fino alla cima dei palazzi, compresa la reggia dell’Egoarca.  Chi rimetterà la testa fuori lo farà in una terra purificata da un’immensa distesa bianca.

E allora, sentendo le previsioni per questo fine settimana, di neve e gelo ovunque, mi sono detto, bisognerà pure che si vada a votare, anzi mi sono anche immaginato qualche anziano di qualche paesino del centro che sfida la neve per raggiungere il seggio.

E ho ripensato ai suoi libri e mi è tornato anche un po’ di ottimismo, come quando la Compagnia dei Celestini mi fece dimenticare un amore in poche ore.

Votate. Votate e ricordate: Il vero baol non si annoia mai, tutt’al più si addormenta.

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Il cazzo e l’arte. La sprezzatura in Bolaño

Avrei voluto assistere ai funerali di Riccardo Schicchi. Me li sono immaginati come un gigantesco carnevale di tutte le immagini sovrabbondanti e abnormi che hanno popolato la mia adolescenza. Schicchi, nel fantastico racconto di Bolaño, Joanna Silvestri, non c’è. Cicciolina si. Chi conosce la ricchezza di particolari di cui è capace lo scrittore cileno e ha letto le due pagine fitte dei nomi di poeti e artisti  d’avanguardia del ‘900, provenienti da tutto il mondo, e tra gli Italiani c’è perfino Nivasio Dolcemare, scodellate al centro de “I detective selvaggi”, non si meraviglierebbe di trovare nel racconto, dedicato al mondo del porno, anche lui: Schicchi in persona. Del resto, viene ricordato anche il cantante Nicola di Bari.

E’ la storia di una pornodiva italiana, Joanna Silvestri. Facile indovinare il profilo di Moana Pozzi, morta tre anni prima della pubblicazione.  E’ malata in una clinica: Le trapèzes, di Nîmes. Si rivolge a un detective così simile a un fantasma da non entrare mai per davvero in scena.  Al centro del racconto c’è l’incontro, in California, tra lei e la star del porno Jack Holmes, ormai ritiratosi e malato di Aids.
Il racconto  lo trovate nella raccolta “Chiamate telefoniche”.  Nessuno dei libri di Bolaño letti prima  mi aveva dato la sensazione, così netta, di afferrare una delle chiavi del suo universo.

In realtà è un periodo complesso della mia vita. Dormo poco. Oltre a fare il mio lavoro sto tenendo delle lezioni. Insomma, dimentico tutto con una facilità straordinaria. Stamattina, nel traffico, mi sembrava di aver trovato una definizione perfetta per questi racconti e per i personaggi che li riempiono. Nulla, dimenticata.
Allora mi sono messo a buttar giù una serie di termini che girano intorno a quello perso, per ritrovarmi. Ecco la lista:

Insulsi
Reietti
Miserabili
Diseredati
Inutilizzabili

Niente. Quello che intuisci nel traffico e poi dimentichi è perduto per sempre.  Qualcuno dei termini elencati, comunque, va ancora bene per i racconti, qualcuno più per i protagonisti. Ma inutili o insulsi, i personaggi, nel senso che sono prossimi a scomparire, che esistono solo perché qualcuno racconta qualcosa di loro e loro pure raccontano qualcosa a qualcun altro. Giri viziosi. Tra ectoplasmi di killer dimenticati sulle panchine pubbliche,  boss della mafia russa che si fanno fregare la donna (un’atleta, naturalmente) e la vita dal loro portaborse, anoressiche ninfomani, e tanti, tanti scrittori o pretesi tali, più o meno falliti, che si trovano e ritrovano nei bar o da amici, si prendono le misure a vicenda, si ripetono le loro storie: una gran dissipazione di tempo.

La scrittura piana, fatta di frasi brevi, tirate una dietro l’altra, come nei trattamenti cinematografici, dove bisogna dire tutto e subito: accatastare fatti senza costruire uno stile. Buona per dare ragione ad alcuni tromboni nostrani, secondo cui Bolaño è un autore sopravvalutato.

Ma in mezzo a tanta trascuratezza e ostentato disinteresse si nasconde altro. Dio, come sempre anche qui, sta nei particolari.

In “Clara” il protagonista si innamora di una diciottenne tettona, molto sexy, gli occhi azzurri e le gambe magre. La sogna come un angelo. La va a trovare nella sua città. Come nella più trita delle storie adolescenziali lei non si sente sicura, si sottrae, finisce per darsi a uno degli amici che frequenta e sposarlo. Noi non sappiamo ancora nulla dello sposo. solo che, ed è una vera coltellata nel buio, “prima aveva avuto dei problemi mentali: sognava dei topi, di notte li sentiva in camera sua, e per mesi, i mesi prima del suo matrimonio, aveva dormito sul divano in sala. Immagino che con le nozze quei fottuti topi sparirono.”
E così, subito,  spariscono anche dal racconto.

Uno scrittore che ne ha preso velatamente in giro un altro, molto più famoso, in un suo libro, si trova ad essere portato in alto nelle critiche, sui giornali, proprio dalla vittima della sua satira.  Durante una festa la padrona di casa, una contessa, gli dice che qualcuno vuole incontrarlo. E lui subito crede che si tratti dell’altro e che voglia ucciderlo. “Dev’essere armato” pensa. Il giorno dopo telefona diverse volte a casa dello scrittore più famoso. Gli risponde una ragazza.
Poco ci viene detto dei due scrittori, nemmeno il nome: sono B, quello meno noto, e A. Tanto meno della ragazza. Bolaño accenna solo a una situazione piuttosto scontata: lei è più giovane dello scrittore famoso, “probabilmente energica, decisa a crearsi uno spazio nella vita di A e a farlo rispettare”. Ma dopo aver risposto al telefono ed essere rimasta in silenzio ad ascoltare, “con un gesto che si indovina lento e riflessivo” la donna riattacca.
Con un gesto che si indovina lento e riflessivo! In un film proiettato a massima velocità, improvvisamente un’unica scena viene  rallentata.

E’ come se una mente che cerchi di rappresentare se stessa vi riuscisse solo nei dettagli più infimi, aberranti o comunque improbabili. Qualcosa di molto simile succede nel cinema di David Lynch.

Eppure, in questo affollarsi fitto di nulla e di nullità, si aprono ogni tanto momenti di grazia. O illuminazione, rivelazione, conoscenza. Oppure è solo l’intuizione della scomparsa vicina.

Joanna Silvestri, per esempio, è sul set. “Io ero concentrata sul lavoro – Dice – e per di più, a causa della mia posizione, non potevo vedere cosa succedeva intorno a me”.  In quel momento arriva qualcuno.  Si tratta di Jack Holmes, che da tempo nessuno più incontrava. “E allora sul set calò il silenzio, non un silenzio pesante, non un silenzio di quelli che preannunciano brutte notizie, ma un silenzio luminoso, se posso definirlo così, un silenzio d’acqua che cade al rallentatore, e io sentii quel silenzio e pensai dev’essere per come sto bene, per come sono belli questi giorni in California”. E poi “ricordo che guardai con la coda dell’occhio le sagome intorno a noi nella zona d’ombra, tutte immobili, tutte pietrificate, questo fu esattamente quello che pensai: sono rimasti pietrificati, dev’essere un produttore veramente importante… ma pensai anche: può darsi che non sia un produttore, può darsi che sia entrato un angelo, e proprio allora lo vidi.”
Il tutto è intervallato dalla descrizione dell’orgasmo raggiunto, in quell’istante, dai due attori che accompagnano Joanna in quella scena. Come faccia Bolaño a mescolare un doppio orgasmo, sul set di un film porno, quanto di più abusato si possa immaginare, a un momento di estasi, questo riguarda la sua maestria. Che fa da contraltare a tanta sprezzatura.

Ma simili istanti di conoscenza, in cui la mente riesce e contemporaneamente rinuncia a rappresentare se stessa, in genere non sono il fine del racconto, come per altri scrittori, ma picchi da cui si è costretti a guardare a tutto il resto: a quell’ammasso di storie sconclusionate, di personaggi improbabili che si perdono e ritrovano senza molto senso. E qui Ćechov, che al libro dà l’epigrafe, è davvero vicino.

Uno dei racconti più sgangherati di “Chiamate telefoniche” si intitola “Un altro racconto russo”.
Un coscritto della divisione azzurra spagnola combatte, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte russo. E’ un andaluso, viene da Siviglia. Nella sua testa la parola coscritto, il modo in cui tutti gli si rivolgono, comincia a trasformarsi nella parola corista. E per coincidenza, nel ’41, mentre i Russi attaccano, si trova anche a dirigere il coro dei canti natalizi. Poi viene ferito e curato in un ospedale militare di Riga. Ma per errore invece di essere rispedito alla sua divisione, viene mandato a un battaglione tedesco di retroguardia, SS che si occupano di interrogatori. Lo mettono a pulire i pavimenti. Torna a sentirsi nient’altro che un coscritto. I Russi prendono la caserma. Passano per le armi la maggior parte dei nemici. Cercano di interrogare il sivigliano senza capirci nulla. Gli pinzano la lingua con un paio di tenaglie che i tedeschi riservavano a ben altre parti anatomiche. Quello inizia a urlare “cazzo”, tra le lacrime. E un russo che conosce un po’ di tedesco capisce kunst, cioè artista, in quella lingua. Fermi, dice ai compagni, dev’essere una specie di artista.
Dunque,  un sivigliano, cui stanno strappando la lingua con una tenaglia destinata ad altre parti anatomiche, se ne esce in qualche modo con la parola artista, ma lui vorrebbe urlare cazzo, e questo gli salva la vita.

Il cazzo e l’arte. I poeti Arturo Belano, Ulisses Lima e José Garcia Madeiro, insieme alla giovane prostituta Lupe, sono in una macchina diretti verso i deserti di Sonora, nel nord del Messico. E’ il capitolo più strabiliante del romanzo di  Bolaño “I detective selvaggi”.
Quando arriviamo a leggerlo, dopo più di 600 pagine, di due dei personaggi nell’auto, Arturo Belano e Ulisses Lima, conosciamo già tutta la vita successiva a quel momento: una sfilza di fallimenti sospesi tra il grottesco e la tragedia; di un altro, Juan Garcia Madeiro, dubitiamo ormai che sia mai esistito. Ma tant’è, adesso sono tutti nella stessa macchina e per passare il tempo fanno un gioco.
Garcia Madeiro sottopone gli altri a una specie di quiz sulla poesia. Nomina figure retoriche, generi di componimento poetico, metri impiegati raramente, e aspetta che qualcuno gli spieghi di cosa si tratta. Dopo poco, quasi a controbilanciare questo surreale interrogatorio, la piccola, bella ma inquietane Lupe entra nel gioco: lei fa domande su parole provenienti dalla lingua della strada, dal gergo dei papponi di Città del Messico. E se uno vuol sapere cos’è un chiasmo o un’alcaica, l’altra chiede di super carranza e inchiumare.

E la macchina procede sparata nel deserto, con a bordo queste strane divinità, che si interrogano sulla lingua, nel momento in cui nasce, per strada o in un bordello, e nel momento in cui muore e si trasfigura, nelle stanze di un’accademia. Si interrogano sull’esistenza. Ma per gioco, mai sul serio.
Anche se un’ombra sembra seguirli.

Perché l’espressione, per essere compiuta, ha bisogno di un binario su cui correre, fatto di due rotaie:  sublime e triviale, maestria e sprezzatura; il cazzo e l’arte!

Che fine farà Joanna Silvestri il racconto non lo dice. La lascia lì, nella clinica Les Trapèzes di Nîmes, a parlare con il suo detective, che intanto le guarda il profilo delle gambe, sotto le coperte.
Siamo due fantasmi, è l’ultima cosa che pensa lei, ma se ne resta zitta, per non fare male a quell’uomo, che le sembra buono: “E poi, chi mi dice che non lo sappia già?”.

Moana Pozzi è morta nel ’94 in una clinica francese, non di Aids ma di una malattia al fegato. Sembra ormai provato.
Attendendo un trapianto di fegato, in una clinica, morirà anche Roberto Bolaño, 9 anni dopo di lei, 7 dopo aver scritto il racconto Joanna Silvestri.

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Il fascismo e Elsa Morante

Un amico mi fa visitare una casa colonica dei primi del 900 nelle campagne del litorale romano. Mi mostra le pareti spesse, le grosse travi di legno che sostengono il soffitto, i due patii, che guardano uno a oriente e l’altro a occidente, quindi l’alba e il tramonto.  Fa fresco anche se fuori ci saranno 40 gradi.
L’amico dice: però, le sapevano costruire le case. Si parla tanto male del fascismo ma certe cose le facevano come si deve.
Eh già. Lì, in quella bella casa, non riesco a replicare. E poi qualcosa risuona. Amo l’architettura del Foro Italico e dell’Eur, soprattutto il Palazzo delle Civiltà. Quindi ci penso. La risposta arriva facile e da sé, col tempo: il vizio del fascismo era tutto nella parola e nel gesto. I discorsi di Mussolini. La sua mimica.  Quella supposta grandezza disponeva forse di  architetti e  artisti adeguati. Forse perfino di scienziati. Ma la lingua era quella di una nazione rimasta indietro, una provincia composta a sua volta di tante provincie. E la lingua, si sa, è tutto.

Mi capita fra le mani un libro di Stefan Zweig, lo scrittore che ha narrato la fine dell’impero austroungarico, su Erasmo da Rotterdam. La traduzione italiana è del 1937.  Leggo il risvolto di copertina:
Stefan Zweig, l’ultramoderno creatore di novelle, l’acuto autore di saggi critici, il trascinante interprete psicologico della storia….
Il fascismo. Gli annunci dell’Eiar.
Chiunque ricorda alle elementari o al liceo la fobia degli insegnanti per gli aggettivi.  Ancora nelle scuole di giornalismo e nei libri su come si scrive, la prima esortazione è sempre quella: limitare gli aggettivi.  Una fuga dal fascismo e dalla sua ridondanza. Che poi era un modo per ribadire, sottolineare, affermare. Insomma, una forma di insicurezza.

Anche la scrittura italiana degli anni ’50 e ’60, in gran parte, è un tentativo di inventare una lingua nuova e allontanarsi da quella del fascismo: i dialetti di Gadda,  la controparodia chic di Arbasino, l’ironia di Moravia.

Prendiamo invece l’inizio di Menzogna e Sortilegio, il primo romanzo di Elsa Morante, del 1948:
Guardo la gracile, nervosa persona infagottata nel solito abito rossigno. Le nere trecce torreggianti sul suo capo in una foggia antiquata e negligente, il suo volto patito, con la pelle alquanto scura e gli occhi grandi e accesi, che paion sempre aspettare incanti e apparizioni.

Non voglio dire che la prosa di Elsa Morante sia quella del fascismo. Ma è l’unica ad essere partita proprio da lì, come dal punto più naturale. Con un gesto da maga, ha afferrato, per la punta delle dita, quel tessuto pacchiano e sporco di sangue e lo ha rovesciato in uno scialle variopinto e pieno di storie. Ha capito che quello stile poteva essere piegato a raccontare favole fantastiche. Molto dell’umorismo dei libri della Morante nasce dal contrasto tra una scritttura altisonante e i protagonisti dei romanzi: prostitute, nobili decaduti, poveri diavoli innamorati senza speranza, ragazzini ignari di tutto.
L’italia come era e l’Italia come si era sognata.

Non voglio seguire adesso tutti gli sviluppi e gli esiti di quello stile.
Voglio solo dire che Menzogna e Sortilegio mi sembra, di conseguenza, il romanzo italiano piu’ bello del secondo dopoguerra, la Morante lo scrittore più importante. Ancora oggi, a cento anni dalla sua nascita.

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Che cos’è l’amor

Leggo sempre con avidità i foglietti che si trovano nei Baci Perugina. Cerco anche di indovinare chi ha scritto la massima. Fingo di stupirmi della saggezza degli anonimi e della banalità di Shakespeare.
Avvolgere il cioccolato è come amare: si diventa tutti uguali (Anonimo!).

Questa volta sono stato proprio fortunato. Trovo: Cos’è un bacio? Un apostrofo rosa tra le parole ti e amo. Dal Cyrano de Bergerac, di Rostand. Corro a vedere le altre versioni. Diciamolo subito: l’italiana è la migliore!

Anche meglio dell’originale francese:
Qu’est-ce un baiser? Un point rose qu’on met sur le i du verb aimer.
Mah… Se ne sta tutto solo, questo bacio. Così piccato. L’importanza di mettere i puntini sulle i, l’importanza di baciare… Viene subito a noia. E sì che i francesi sono stati dei gran baciatori. Ma in passato. Ai tempi della foto di Doisneau, forse.  Adesso, invece, te li credi davvero Nicolas e Carla…

Passo all’inglese. L’andatura è marziale.
What is a kiss?  It is the pink excalmation mark that comes after “I love You!”. BANG. Prima esito, rintronato. Poi, opto decisamente per la fuga.
Questo inglese (o questa inglese, non voglio fare nessun tipo di discriminazione) che avanza, deciso, brandendo il suo punto esclamativo, un aggeggio che assomiglia molto a un manganello, rosa per giunta, non promette nulla di  buono. Non saprà usarlo. Ne verranno fuori solo guai.  Il fatto, poi, che l’Inghilterra sia la patria delle due forme di pensiero che, praticamente, esauriscono il presente, anche in amore, il pop e il kitsch, non migliora in nulla la situazione.
Anzi. Quel bacio mi sembra proprio da evitare. Fosse anche di Pippa Middleton.

Devo dire che dalla Germania mi aspettavo molto. Che so, un vuoto. Qualcosa di metafisico. Lo spazio tra due parole. Non conosco la lingua, quindi ho dovuto chiedere aiuto. Niente, pure loro con ‘sto punto esclamativo rosa.
Ma assume subito un altro aspetto. I tedeschi, le tedesche, sono feroci in finanza e in guerra.  Quando si innamorano, però, diventano di un romanticismo così sfasciato da credere davvero in quel rosa.
Non c’è nessun bisogno di fuggire, prima. Basta farlo dopo.

Per tornare in Italia. L’apostrofo è ancora lì: alto, leggero, stretto in un abbraccio. Separa e unisce. Come l’Isola di Capri i golfi di Napoli e Salerno.
Banale ma questo è davvero il paese dell’amore.
Di Rodolfo Valentino e Ruby Rubacuori.

illeggibile

Sto leggendo Kant. Cosa ti sei portato da leggere? Leibniz. Hai letto anche le ultime cose che ha scritto Aristotele o solo i primi libri?  Queste affermazioni o domande, comunque possibili, suonano abbastanza stonate. Sebbene leggere sia indispensabile per conoscere la filosofia, questa non si esaurisce nella lettura. Si può studiare, meditare, apprendere, discutere, tramandare. E’ oggetto di ricerca. Se ne può avere una, senza aver letto una riga. 

Vale anche per la letteratura: ha a che vedere con la lettura. Ma fino a un certo punto. Non è detto che sia – sempre – un affare per lettori. Oggi, anni in cui alla lettura viene assegnato un valore positivo a metà tra i voti buoni a scuola e la più sfacciata propaganda commerciale, è quasi vero il contrario. Molti lettori – anche di buonissimi libri – non suppongono l’esistenza della letteratura e di ciò che comporta. Se la supponessero, nella stanza accanto a quella in cui godono il racconto, e forse perfino la poesia, che si sono scelti, fuggirebbero inorriditi. A dire il vero,  supporla costantemente è quasi impossibile. Entrare nell’altra stanza costa un prezzo che pochi hanno pagato.

Cosa è dunque l’esperienza della letteratura? Due libri usciti da poco in Italia danno una versione comune. Credo che gli autori non fossero consapevoli di portare avanti discorsi tanto simili. Entrambi sembrano parlare da un’epoca che viene infinitamente dopo, spiegare l’esperienza della letteratura ai visitatori di un museo.

La risposta, poi, è anche banale. Si tratta del processo con cui un corpo (scrittore, opera, comunità, perfino il lettore) si trasforma in un mostro capace di impregnare con i propri residui un luogo, un’epoca, una lingua. In una parola: un fantasma.

I due libri sono: Fantasmagonia, di Michele Mari e Qualcosa di scritto, di Emanuele Trevi.

Il primo è fatto di una serie di racconti, intessuti di ossessione per i temi letterari, e da un ultimo racconto che spiega come  tutti i precedenti non siano altro che tappe (quasi iniziatiche) nella creazione di un fantasma. Un fantasma vero e proprio, destinato a infestare, tra indicibili sofferenze, una casa. Ma anche, insieme, un’opera letteraria. Quell’opera: Fantasmagonia.

Il secondo, intrecciando storie di vita vissuta all’analisi del testo di Petrolio, racconta come Pasolini, a un certo momento della vita, abbia deciso di mettere il proprio corpo nella sua ultima opera, e contemporaneamente abbia deciso (si, lui!) di morire. Di annullarsi. Di diventare, a tutti gli effetti, il fantasma che stava creando.

Questa è solo una possibile descrizione, tra tante. Ma mostra come parte della letteratura richieda altri sensi e altra percezione, oltre agli occhi e alla capacità di leggere, per rivelarsi. Quanto, spesso, possa permettersi anche il lusso dell’illeggibilità.

Nel libro di Trevi c’è un capitolo molto divertente. Un gruppo di intellettuali, nel 94, si riunisce a casa di Laura Betti per ascoltare i risultati elettorali che consegnano, per la prima volta, l’Italia, a Berlusconi. Di fronte ai primi dati, questo strano miscuglio di esseri mostruosi, forse provenienti da altre epoche, inizia letteralmente a grugnire, lamentarsi, gemere. E si capisce, visto l’orrore naturale che provano per il commerciante milanese. Ma viene da chiedersi che tipo di orrore proverebbe un esponente di quel partito, allora Forza Italia, nel leggere il libro di Trevi, così trasudante umori, metamorfosi, oscenità, pazzie e, soprattutto, morte.

Nel salone in cui la televisione scandisce proiezioni, Trevi percepisce il fantasma di Pasolini, su un divano. Lui, se la ride. Ormai può entrare e uscire da tutte le stanze. Ancor più di quanto facesse da vivo. Può sapere quanto quella della letteratura e quella del potere siano simili. Quanto siano diverse. Quanto entrambe abbiano a che fare con il male, la violenza e la rabbia. Quanto sia possibile oltrepassare anche quell’esperienza.

Un fantasma davvero perfetto.

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