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L’altro lato della fotografia

nassirya

Il giorno dopo l’attentato di Nassirya. Viene il mio capo.
Non uno qualunque. Aveva inventato la rubrica per cui lavoravo, allora il massimo in tema di approfondimenti, aveva la scorza del giornalista d’altri tempi, aveva lo sguardo grifagno, le sopracciglia i baffi e i capelli bianchi, sembrava Robert Mitchum, sembrava un cowboy che se ti vede a dieci metri di distanza estrae la pistola. Sembrava quello che resta in piedi, dei due.
Oggi è in pensione, fino a poco tempo fa passava ancora a trovarci.

Quel giorno mi mise davanti il giornale con sopra quella foto. Spiegò bene la pagina e disse la sua.
Più tardi mi mostrò alcune immagini arrivate in redazione.

Non ci pensai più di tanto. Eravamo presi a fare pezzi su pezzi. La grandezza della tragedia era sproporzionata rispetto ad alcuni particolari sulla foto e su chi l’aveva scattata. Poi tutto passò, come sempre. Arrivano altre notizie.

Ci ho ripensato quando ho saputo dell’assassinio della fotografa Anja Niedringhaus e la sua foto è tornata sulle prime pagine dei quotidiani. Ho pensato a quello che ne sapevo.
Ho immaginato che tra quella foto e il momento della morte di Anja si stendesse un filo lungo dieci anni e quattro mesi. Che i due eventi fossero collegati: una foto su un attentato, un attentato che uccide il fotografo.
Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto se avesse saputo che le restavano poco più di dieci anni di vita mentre azzeccava quello scatto. Forse le stesse cose, forse no.

Poi sono corso in redazione domandandomi se avevamo ancora le immagini. Nel frattempo siamo passati dall’analogico al digitale: come fare un trasloco, si perde il meglio.
Da noi c’è questo assistente, da sempre, una delle anime della redazione: un italo-etiope di mezza età. Alterna una flemma apocalittica a scatti di podismo olimpico. Distilla la sua onniscienza in fatto di archivi e di immagini con pochi oracolari accenni. Anche grazie a lui nel nostro trasloco non si è perso nulla.
Chiedergli di cercare un’immagine è rischioso: ci si può trovare sommersi in pochi istanti di grosse cassette, con immagini precedenti, successive, collegate, prossime, pertinenti; di suggerimenti spiazzanti, nuove prospettive, altri punti di vista.

È quello che è successo a me. Mi sono tuffato nella ricerca e dopo aver passato un paio di grosse cassette, con mia sorpresa, ho visto quello che cercavo.
Ho fatto cenno a un collega, il più sensibile a temi come questo. Lui si è entusiasmato.

Dopo averne parlato in direzione abbiamo messo su lo speciale che vedrete questa sera nel Tg2 delle 20.30

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Haute couture

La colpa è tutta della strada vicina al posto dove mi sono trovato a lavorare a Parigi. Una strada dedicata alla haute couture: i grandi sarti.
Non potevo allontanarmi troppo dalla redazione in nessun momento del giorno, né a pranzo né tardi la sera. Se fosse successo qualcosa a quel campione ricoverato i telefoni avrebbero iniziato a squillare come trombe del giudizio.
Quindi, per il regalo di compleanno a mia moglie, non avevo scelta: dovevo percorrere quella strada. Fortunatamente avevo individuato subito, nell’atelier dell’italiano, un jeans semplice nelle linee e abbordabile nel prezzo.
Ma la strada l’ho percorsa lo stesso. Mi è sembrato che ogni firma esprimesse un modo di star male. Si poteva pure scegliere, avendo i soldi, quella borsa o quelle scarpe. Ma a vestirsi completamente da P o da C o da Y, si diceva al mondo solamente: io sto male.
Sto male in modo cupo o euforico; alienato o distruttivo. Ma di star male si trattava.
Una cosa perfino onesta da dire, poi, anche se forse ci sono modi più economici per farlo.
Nel negozio dell’italiano, dove sono tornato, per esempio, andavano le borchie. Quelle dei collari dei cani, più o meno. Borchie ovunque: sulle scarpe, lungo le borse, intorno al portamonete, sulle spalline dei vestiti.
Ad averle tutte addosso…
Ce n’erano anche sul jeans che avevo visto, ma solo un paio, irrilevanti. Altezza cinta.

L’ho chiesto alla francese:

– Vorrei vedere il gin
– Misura?
– 42 in Italia
– Arriviamo solo fino al 41
– Mannaggia
– Però tende a essere un po’ grande. Vi faccio vedere. Forse andrà bene per madame

E’ scomparsa per un tempo interminabile. Il tempo che passerebbe tra l’ingresso della zebra e quello dell’ornitorinco nell’arca di Noè, posto che tra la zebra e l’ornitorinco ci fossero altre 72 specie, di cui almeno 3 molto lente.
In una sala c’era una coppia di asiatici, forse giapponesi, bassi, lui con un piumino tagliato come una giacca da uomo, violaceo e attillatissimo, gli occhiali scuri. Lei seduta sulla poltrona, vastita di bianco con pelliccia ai polsi e al collo. Avevano ognuno i capelli tinti e un cane pechinese al guinzaglio. Sembravano statue.

La commessa è tornata con una scatola che mi pareva adatta a tutto meno che a un gin. Ha estratto un sandalo con una grossa piuma rosa all’attaccatura sopra le dita e me lo ha mostrato con orgoglio.
Il modello doveva chiamarsi Gin, ho dedotto.
Mi sono raggelato pensando all’equivoco: lei che si immaginava la mia madame con dei piedoni immensi e, premurosa, cercava di venirmi incontro. Chissà quanto diavolo costava quel sandalo.
Le ho chiesto di portarmi un jeans.
Di nuovo un tempo lunghissimo (passano anche la formica, la biscia e il tapiro). I giapponesi erano ancora là, sempre fermi, ogni tanto una commessa intorno.
Poi è arrivato il jeans, della taglia giusta, e andava bene. Ed è iniziato lo strazio del pagamento.
Mi hanno fatto riempire una scheda che nemmeno per chiedere un passaporto. Mi hanno detto di metterci i dati di madame. Li ho messi tutti sbagliati. Avevo fretta. Ma bisognava aspettare ancora che la stanza dei pagamenti fosse libera. Dovevano esserci i giapponesi dentro.
Minuti su minuti (Immagino sfilare il tarsio, il becco a scarpa) mentre la commessa cercava di intrattenermi in una conversazione sulla sua ultima visita nell’atelier di Milano.
Poi un’altra ragazza androgina – sembrava uscita da uno spot – visto che la situazione nella stanza accanto non si sbloccava, mi ha fatto segno di seguirla verso una parete. E una porta si è aperta su un altro stanzino, di un bianco accecante, dedicato ai pagamenti.

Con molta gentilezza mi ha detto che una carta come la mia non l’aveva mai vista.
È il bancomat con cui faccio la spesa al supermarket… Stavo per risponderle.
Naturalmente non funzionava. E nemmeno la carta di credito. Sapete quando un programma non gira sul vostro computer troppo vecchio?
Con il massimo dell’autocontrollo ho chiesto se c’era una banca nelle vicinanze e sono andato a prelevare.
Quando sono tornato hanno tirato fuori il mio pacco da un ripostiglio. Ho sentito le commesse dirsi qualcosa e ridacchiare. Dovevano aver scommesso sul mio ritorno.

Era passata più di un’ora. L’arca di Noè era partita lasciando a terra me e chissà quanti frequentatori di negozi esclusivi, sicuramente i due giapponesi.
Ero molto preoccupato per quel campione ricoverato in ospedale e per tutto il resto.

Ecco, mi sono detto uscendo: anche questo nella vita l’ho fatto!

Papà Goriot a Tunisi

Voglio parlarvi di un tunisino. No, non si trata di un personaggio esotico: di un salafita che insegna in una madrassa o di un venditore di spezie della Medina.
Si tratta anzi di uno che in tutto e per tutto assomiglia a un italiano, se si escludono alcuni tratti somatici, tra cui la carnagione olivastra. Ma di quegli italiani che si trovavano 50 o 60 anni fa e che oggi sembrano scomparsi.
Quando ci ha portato a vedere i capannoni che ha costruito in una zona industriale fuori Tunisi, per affittarli come studi televisivi, sono rimasto a bocca aperta.
Non immaginavo il titolare della ditta di servizi che mi metteva a disposizione il cameramen avesse tanta ambizione e tante capacità. Forse lo avevo sottovalutato per il suo modo di vestire molto semplice. Con noi c’erano: un produtore televisivo di eventi sportivi internazionali, biondo, brasiliano, molto tirato, elegante, naso all’insù e diceva la settimana prossima sarò in Oman; una vecchietta francese simpatica che pure doveva gestire affari televisivi in mezza Europa e conosceva qualcuno della Rai; e un direttore della televisione nazionale tunisina.
Tutti ad ammirare la grande opera e a congratularsi con il nostro ospite, poco distante dai silos dove Airbus fabbrica componenti di aerei. Lui sfoderava il sorriso sbiadito di chi ormai ha una certa età ma i denti ancora forti, di chi è timido ma orgoglioso.

Quando ero stato invitato a quella cena avevo subito rimpianto una tranquilla serata alla polleria sotto l’hotel. Ma adesso mi stavo appassionando. E ancora di più quando siamo arrivati a casa sua. Una casa bellissima, con la cucina a isola e sopra la tavola, in salone, un lucernario pronto ad aprirsi a comando nelle sere d’estate.

Te la sei costruita da solo? Ha buttato là qualcuno.

Gli ho guardato le mani grosse, la pelle spessa. Doveva aver cominciato da muratore. Mi sono immaginato che avesse costruito anche i capannoni per gli studi, da solo. O almeno, stando sempre lì a controllare ogni cosa.

La moglie e la figlia, molto bella, portavano il velo, secondo la tradizione. Ma più che un dovere religioso, sembrava una sciccheria.
Lui continuava a sorridere, a compiacersi del nostro compiacimento, della cena eccellente. Ci ha presentato il figlio: un ragazzone forte che fa già il direttore della fotografia.

Adesso devo dirvi del mio cameramen: chiama questo signore, che è il suo datore di lavoro, “mio padre”.
Lui è bassino, inizia a perdere i capelli, non certo bello. Ma è uno dei ragazzi più svegli e coraggiosi con cui abbia lavorato. Mi è apparso subito chiaro che il “padre” e datore di lavoro lo avsse già destinato a sposare sua figlia.
E i due ragazzi sembrano contenti: insieme stanno come l’acqua con la brocca.

Ha sistemato proprio tutto per bene quest’uomo.
Un giorno lascerà la sua famiglia, sempre senza rinunciare a quel suo sorriso sbiadito ma fermo, nella migliore delle situazioni possibili.

E tutto questo non sarà servito a nulla.
Perché c’erano uomini così in Italia. E guardate cosa hanno fatto i figli.
E i figli dei figli.

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Le prostitute di Beirut

Ci sfioravamo ignorandoci a vicenda come pesci di specie diverse nello stesso acquario.

Circa due mesi fa ho passato una settimana in un albergo di Beirut aspettando un visto per la Siria che non è mai arrivato. Era la prima volta che vedevo la capitale del Libano. Ci ho messo alcuni giorni per scoprire quello che, a parole, già sapevo: che le città sono due, almeno. Una, quella cristiana, borghese ed europea; l’altra, quella araba, popolare (oltre che sovrappopolata), tumultuosa e frenetica, piena di neon, pubblicità, traffico: americanizzante.
E chissà quante altre Beirut non ho avuto tempo di scoprire.
Nell’albergo c’erano altri giornalisti e tutti come me aspettavano il visto, anche se le ragioni per averlo scemavano, dal momento che gli Stati Uniti sembravano sempre più restii ad attaccare Damasco. C’era chi lo aveva già avuto, chi non l’avrebbe avuto mai, chi glielo avevano promesso, chi ci stava lavorando eccetera.
Si andava in giro in cerca di qualche storia attinente alla guerra in Siria da poter offrire al giornale. Si andava a rompere le scatole ai ceffi dell’ambasciata siriana chiedendo di sapere a che punto fossero le carte per il permesso, si veniva respinti in modo bruscamente cordiale.
Prima di arrivare qualcuno mi aveva avvertito: l’albergo è pieno di escort. Ma quello che avevo immaginato, unito al ricordo di altri hotel, era ben lontano dalla realtà.
Le ragazze, di una bellezza fuori da ogni regola, che non sono capace di descrivere, c’erano e si aggiravano nei saloni dalla mattina alla sera. I vestiti erano provocanti, a volte estremi. Il trucco e i capelli curati fin dall’ora di colazione. Ma per il resto non sembrava proprio che fossero lì per fare affari, che avessero interesse per noi o per chiunque altro.
Ci ho messo un po’ a capire, lo stesso tempo che ci è voluto per arrivare a distinguere le due Beirut: si trattava di escort, credo almeno, ma quello non era il luogo in cui lavoravano. Era il luogo in cui vivevano.
Per alcuni giorni abbiamo condiviso la quotidianità di uno dei miti più abusati del nostro tempo.
Le si tira in ballo spesso, in Italia specialmente. A Roma, Muhammar Gheddafi aveva radunato centinaia di hostess in una stanza e si era messo a catechizzarle sul Corano, ricordate? Hostess, escort, prostitute: la prima caratteristica di un mito è di essere inafferrabile in un’unica versione.

Quelle che stavano lì erano brasiliane, serbocroate, qualcuna di origini africane. Sembravano uscite da una pubblicità anni 80 della Benetton.
Non c’è molto da dire. Prevalentemente passavano il giorno con la testa fissa nel computer, a parlare con qualcuno, dall’altra parte del mondo immagino.
Una notte, era la prima per me nell’hotel ed ero arrivato molto tardi, quindi quelle voci non avevano un corpo, mi hanno svegliato alle quattro del mattino. Dovevano essere in quattro o cinque, completamente ubriache e ricominciavano a cantare sempre lo stesso passaggio musicale, TARA RA RA RA RAAAAAA e poi scoppiavano a ridere senza riuscire a finire. Saranno andate avanti per decine di minuti.
Qualche volta una andava via a bordo di una grossa macchina.
Una sera due erano sedute su un gradino delle scale e una parlava con qualcuno al computer e l’altra sembrava assisterla, starle vicino. Ho sentito qualcosa del dialogo mentre scendevo le scale. Dall’altra parte dicevano in inglese alla ragazza che quella, per lei, non era la destinazione finale ma solo un luogo di transito. La destinazione finale era Doha.

Eppure era come condividere l’albergo con delle divinità. Non perché bellissime ma per il loro essere inavvicinabili. Era come se camminassero protette da una bolla trasparente e nulla passava: nemmeno uno sguardo diretto.

Un giorno la porta dell’ascensore si è aperta e davanti, all’improvviso, mi sono trovato a un palmo da una di loro. Ho creduto che la porta si fosse aperta al secondo invece che al terzo piano, il mio, perché al terzo non l’avevo mai vista. Mi ha detto con un sorriso che lei scendeva. Le ho risposto che mi dispiaceva ma io salivo ancora. C’è rimasta male o almeno perplessa. Le ho detto che se voleva poteva entrare e poi sarebbe riscesa. Ha scosso la testa come se rinunciasse a spiegarmi qualcosa, mi ha fatto un altro grande sorriso e si è allontanata. Le porte si sono richiuse e si sono riaperte.

Così ho capito: eravamo già al terzo piano e più su non si poteva andare. Passando nel corridoio l’ho incrociata davanti a un altro ascensore e ci siamo scambiati un cenno allegro in cui io ammettevo di essere tonto e lei di essersene accorta e che non faceva nulla.
Era una ragazzina lontana da casa e aveva voglia di scherzare e sorridere.
Ma all’incontro successivo era come se non ci fossimo mai visti e non c’è stato neanche l’accenno di un saluto.
Mi sono chiesto allora come ci vedessero loro. Se anche noi gli sembrassimo inavvicinabili, separati, con quell’aria sempre indaffarata e anche un po’ incazzata che dovevamo avere. In fondo anche noi passavamo il tempo con la testa ficcata nel computer. Anche per noi quello era un luogo di transito e non la destinazione finale.
Ma non so.

Adesso, che di visto in tasca ne ho un altro e mi preparo a usarlo, so solo questo: che ci sfioravamo ignorandoci a vicenda, come pesci di specie diverse intrappolati nello stesso acquario.

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Quirico, Drogo e Yossarian

Mi ha chiamato A, ieri. Mi ha detto di portare due maschere antigas, se potevo. Il suo accento ternano, un po’ brusco.
Me lo sono immaginato lontano, sfocato, carico del giubbotto antiproiettile e del casco militare di misura sbagliata, come l’ho visto l’ultima volta che abbiamo lavorato insieme.
A è un operatore, lavora in appalto ma viaggia molto fuori dall’Italia, in zone di guerra. Naturalmente gli hanno quasi sparato addosso, una volta.
Gli hanno quasi sparato addosso in piazza Colonna, davanti palazzo Chigi. Quando Luigi Preiti ha aperto il fuoco su un carabiniere lui era lì davanti, ha girato le prime immagini, poi è stato intervistato dalle televisioni di mezzo mondo.
Che si possano avere delle maschere antigas A lo ha saputo da P, il giornalista che vado a sostituire domani a Beirut. Quelli che fanno a lungo gli inviati tendono a vivere in un mondo loro: pensare che la nostra azienda fornisca le maschere antigas, in questo momento, è come credere che esistano fiumi di Gatorade, su Marte.

E poi non ce ne è bisogno. Noi, io e A, staremo sul confine, almeno per ora, in Libano non in Siria. Sul confine come l’altra volta, la prima che ho incrociato Domenico Quirico, davanti alla Libia ma ancora in Tunisia. Non avevo idea di chi fosse. Tra tanti giornalisti con la pashmina e gli occhiali scuri, lui sfoggiava giacca, cravatta e scarpe da città. Ma la cosa buffa era questa: eravamo tutti nel deserto, davanti al confine, ad aspettare che il regime di Gheddafi mandasse un fantomatico autobus per portarci in Libia, a vedere che meraviglia di paese. Naturalmente non è mai arrivato. E Quirico, in fondo, era l’unico vestito in modo adatto: come uno che aspetta l’autobus.

L’ho rincontrato più avanti in una situazione difficile. Ero in cerca di qualcuno da intervistare e lui, con molta gentilezza, si è offerto di darmi dei contatti. Nel ricordo di quella gentilezza, rara tra i colleghi, ho seguito la vicenda della sua scomparsa e poi letto avidamente quanto ha scritto appena tornato.

Mi ha colpito sapere che porta sempre con sé dei romanzi, dei classici per la precisione, e che la prossima volta vuole portarne di più lunghi.
Anche io scelgo con attenzione i libri da portare, prima di ogni partenza, e mi chiedo se le pagine basteranno nei casi più disperati.
Naturalmente non penso a sequestri. Sono tipo da aeroporti bloccati, io.

E comunque fra poco si parte. Di nuovo al confine, senza maschere antigas e con qualche libro. Aspettando non si sa bene cosa. Non lo sa nessuno nel mondo, in questo momento, con certezza.
Figuriamoci io, sospeso come mi sento tra il tenente Giovanni Drogo e il soldato Yossarian

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Il tratto del ritratto (Feat. Marco Petrella)

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Anni fa giravo in una libreria, quella di Testaccio, annusando volumi, quando notai un’esposizione di piccoli pannelli disegnati, sparsi tra i libri. Il tratto era sofisticato, i disegni semplici e surreali. Newyorkese, avrei detto. Accostandomi scoprii che ogni pannello raccontava un libro uscito da poco. Erano recensioni, per essere precisi. L’autore si chaimava Marco Petrella. Newyorkese quanto Trastevere e il Pigneto (non poco, quindi). Negli stessi giorni usciva per Mattioli un suo libro di storie a fumetti brevissime, da leggere in una corsa d’ascensore. Le storie erano state scritte da autori di tutto il mondo per lui, che le aveva disegnate. E che autori! c’erano Jonhatan Lethem e Aimee Bender, Rick Moody e Feridun Zaimoglu, Paolo Nori e Maurizio Maggiani.
Allora collaboravo anche con la redazione cultura del Tg2 e feci un pezzettino su questo libro. Durante l’intervista con Petrella, parlammo della sua attività di recensore a fumetti. La esercitava, mi raccontò, tramite un personaggio inventato, che compare nelle strisce, un libraio e lettore onnivoro: Arturo.
A quel tempo mia moglie era in cinta e sapevamo già che il bambino si sarebbe chiamato proprio così: Arturo. Io e Marco Petrella non affrontammo sul momento la questione, spinosissima, della provenienza di ciascun Arturo: se il nome dovesse più a Elsa Morante o a John Fante. Se insomma fosse più un Gerace o un Bandini.

Oggi il mio Arturo ha quasi 5 anni ed è appassionato di fiabe, fumetti e racconti, per interposta persona (la mamma, me, i nonni); in attesa che impari a fare da solo. Intanto escono in volume le recensioni di Marco Petrella. Il libro si chiama STRIPBOOK, editore Clichy.

In Italia si pensa che l’unico vero giornalismo sia d’inchiesta e il resto robaccia. Ma il giornalismo ha tante forme, di pari dignità: una è il ritratto. Ne ho fatti molti per Tg2 Storie. Quando si tratta di farlo a qualcuno che di mestiere realizza a sua volta ritratti, però, la cosa si complica. Recentemente, con una pittrice russa, ho fatto cilecca. E’ la ritrattista uffciale di tre Papi (fino a Benedetto XVI) e, sebbene lontanissima dai miei gusti, ne riconoscevo la strabiliante abilità tecnica. Ci tenevo ad essere all’altezza. Ma ho scambiato la civetta con cui vive, Rufus, per un gufo. Ritratto rovinato. Mi ha chiamato per farmelo notare. E aveva ragione. Vai a prendere gufi per civette e pretenderesti pure di far ritratti.

Ora con Petrella ho una seconda opportunità. Certo, gioco in casa: è molto più vicino a me per stile ed effetti. Eppure il ritratto di un artista figurativo resta una sfida e un rischio: non sai mai se ti stai facendo prendere la mano dal tuo soggetto, sbandando o semplicemente acchiappando gufi per civette.
Speriamo bene.
Va in onda, con la fotografia di marco Gobbini, nella notte tra sabato 8 e domenica 9, verso mezzanotte e mezza, su Rai 2.

C’è dentro anche Arturo, Bandini o Gerace.
E l’essere padri. E l’essere figli.

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La fine dell’Europa

La fine dell’Europa è un posto qualunque.
Senza clamore o fracasso o boati.
Naturalmente è un crocevia, l’incrocio tra due strade. Me le sono dovute segnare sul cellulare, quando me le hanno indicate, perché non me le sarei mai ricordate a memoria, e non avevo un taccuino. Ecco, riprendo il telefono, apro l’appunto; si tratta precisamente del punto in cui fanno angolo Petrou Ralli e Aghias Ani, nella periferia di Atene.
Vacci, mi hanno detto, a questa ora di venerdì notte, che l’Europa finisce lì.
Di venerdì notte?
Si.
A quell’ora?
Si, più o meno.

Naturalmente si tratta anche di un budello orribile e lercio. Come potrebbe essere altrimenti? Centinaia di corpi buttati per terra e accatastati contro un muro, dello stesso colore -e odore – del buio, per la maggior parte. La polizia, in quattro o cinque, intorno a un suv, sorseggiando un caffè, li guarda e sogghigna. C’è qualcosa di losco nelle espressioni dei poliziotti greci che tengono sotto controllo il gruppo. Sembrano soddisfatti di essere dalla parte giusta del lampeggiante. Del resto non potrebbero essere soddisfatti di altro. Vivono all’inferno pure loro. Penso che lo sappiano.
Il loro ghigno contrasta con gli occhi bianchi sbarrati e le facce tirate degli uomini e delle donne buttati contro il muro. Davvero è una notte di Goya, questa in cui finisce l’Europa.

Il punto è che quest’angolo è anche una delle porte d’ingresso all’Europa. Di qui si entra. Si entra per davvero. Il regolamento europeo di Dublino stabilisce che i migranti, quando arrivano nell’Unione, facciano domanda di asilo nel paese in cui sono sbarcati per la prima volta. E finché la domanda non è stata esaminata ed accolta, non possono muoversi da lì. Quindi quest’angolo è esattamente la sede dell’unica caserma di polizia, in tutta l’Attica, attrezzata per raccogliere le richieste di asilo. Come in un rito magico, la domanda si può presentare solo il venerdì notte.
Perché di notte? Boh, non c’è un perché. Forse perché di giorno lo spettacolo della gente ammassata in fila sarebbe disdicevole.

Su questa cosa c’è anche un rapporto di una Ong greca, Aitima.

A volte, però, le trovi in fila dalla notte prima, quelle due o trecento persone. Del resto le domande che vengono accettate ogni settimana, sono solo 20. Sarà importante mettersi in fila per tempo.
Di più, sarà da accoltellarsi pur di essere davanti. Perché poi è la fila che conta, no?
Nemmeno per sogno. Le persone che potranno scrivere la propria domanda, ogni venerdì notte, vengono estratte a sorte, scelte a caso, selezionate a gusto, non saprei come dire.
È risaputo e non c’è una spiegazione. Le autorità non ne hanno mai data una. Forse è per impedire che la fila abbia troppa importanza e inizi a formarsi dal lunedì, invece che dal giovedì notte. O che divenga perenne. Quindi scelgono a caso.

Quando arriviamo molti ci si fanno incontro: degli Afghani ci dicono che loro non vengono mai scelti, che c’è un preciso programma per accettare i neri e scartare i bianchi. Una donna di colore ci prega di aiutarla a ritrovare suo marito. E’ stato portato in un centro di raccolta e lei non ne sa più nulla da qualche mese. Lei è in cinta.

Stanno qui, col freddo o col caldo. La notte. Non ci sono bagni. Non c’è nulla. Nessuno dà acqua da bere. 

Questa è una delle porte dell’Europa. Per chi chiede asilo, per chi nella propria terra, probabilmente, ha subito persecuzioni o è dovuto fuggire da una guerra.

Qui, del resto, in questo budello nero, l’Europa finisce anche.

Paura

Camminavo a Tunisi con l’operatore, un fotografo del posto. Ne era venuto uno diverso, quel giorno, e non mi ci trovavo bene. Mi sembrava che filmasse poco, in modo svogliato e senza un’idea su come risolvere una scena. Insomma, mi domandavo “chi me l’ha mandato, questo…”
Forse era che quel giorno non funzionava nulla. O forse era lui.
Poco male, mi dicevo e continuavo a camminare scontento.

C’eri già stato in Tunisia? Mi ha chiesto.
Si ma solo a Ras Jedir, al confine con la Libia, quando c’era la guerra.

Poi, visto che non diceva nulla, ho aggiunto: ho mangiato un sacco di fegato d’agnello lì. C’era quasi solo quello da mangiare.
Strano ma di 21 giorni sull’orlo di una guerra ciò che ricordavo di più era il fegato d’agnello.

All’inizio degli scontri in Libia – mi ha risposto – molte mandrie sono state abbandonate, si sono perse e hanno superato il confine. Quindi c’erano un sacco di agnelli da macellare. È per questo che ne hai mangiato così tanto.
Eri anche tu a Ras Jedir?
No, io ero dentro, in Libia. Prima ero stato in Ciad. Facevo parte di una troupe della Bbc, per un documentario sui mercenari.
Una troupe della Bbc! Una troupe della Bbc è stata arrestata dai miliziani di Gheddafi, in quel periodo, in Libia.
No, noi non eravamo quelli, ha sorriso.
Ho sentito raccontare che li hanno torturati in una strana maniera. Gli hanno detto che li avrebbero giustiziati. Li hanno portati in un cortile, li hanno messi contro un muro e gli hanno sparato. Senza colpirli. E così anche il giorno dopo, ma mirando molto più vicino. E il giorno dopo ancora. Da perderci la ragione.
Ho sentito anche io questa storia.
Ma è vera? Non sono mai riuscito a saperlo con certezza.
Ha fatto un gesto, come a dire che non aveva grande importanza.
E quando hai sentito la storia per la prima volta…
Ero ancora in Ciad. Ma poi siamo entrati in Libia.
Gli ho chiesto della paura. Ho ripensato alla mia paura di allora. Quando temevo che, da un istante all’altro, si sarebbe aperto un varco alla frontiera e noi giornalisti ci saremmo trovati a poter e dover passare dall’altra parte, dove si consumava il macello.
Guarda – mi ha risposto – è così: finché sei vivo non hai nulla di cui preoccuparti. Se sei morto, vuol dire che hanno dato dei soldi alla tua famiglia e tu non ci sei più. E anche in quel caso non hai nulla di cui preoccuparti.
Ho pensato che qualche filosofo doveva avere detto qualcosa di molto simile. E poi ho pensato a quella troupe della Bbc e alla zona grigia in cui, forse, aveva vissuto per alcuni giorni.

La sera ho guardato le immagini girate.
Avevo ragione, non erano nulla di speciale. Le aveva filmate senza attenzione né fantasia.
Ma adesso mi sembrava che, in qualche modo, fosse giusto così.

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La maledizione della cattiva luna

Sette condannati a 19 anni. Uno a 16. Il Pubblico ministero Francesco Scavo mi ha anticipato al telefono la sentenza, che presto sarà pubblica, inflitta dalla Corte di Assise di Roma al primo gruppo di Somali sotto processo, nel nostro paese, per il reato di pirateria: atti di depredazione con l’aggravante della finalità di terrorismo, per essere precisi.

Gli otto erano stati catturati, insieme ad altri, a bordo della nave italiana Montecristo, durante un blitz delle forze speciali britanniche, avvenuto poco dopo il sequestro.  Colti in flagrante, si potrebbe dire. Non è facile né comune, per un pescatore somalo, trovarsi a bordo di una nave da carico, sequestrata poco prima, nel bel mezzo dell’oceano indiano.

Io quei ragazzi, tra i 18 e i 20 anni di età, li ho intervistati nel carcere di Benevento, mentre preparavo uno speciale sulla pirateria. Mi hanno raccontato tutti una storia che sapeva di preconfezionato, di imparato a memoria: sarebbero stati loro le prime vittime dei pirati. Erano fuori per una battuta di pesca ma sono stati catturati e poi trasportati di peso sulla Montecristo. Quando le forze d’assalto britanniche si sono avvicinate, i pirati veri sono scappati lasciando loro lì, e mettendogli, per giunta, i propri abiti indosso. Non ho mai capito questo particolare, a cui sembravano tenere molto. Forse, in Somalia, ci sono davvero vestiti da pirata.

Ecco, grossomodo, il racconto che ho raccolto. Ma mi hanno anche detto parecchie cose indubbiamente vere: di essere nati pescatori di aragoste e di squali; figli di allevatori di capre andati in rovina a causa delle carestie; di aver lasciato, lungo le coste somale, famiglie numerose e bisognose d’aiuto. Uno di loro mi ha chiesto se secondo lui in Italia avrebbe potuto trovare un lavoro, per mandare i soldi alla madre.
Madre che probabbilmente, oggi, non ha proprio idea di dove sia finito quel suo figlio pescatore o pirata.

19 anni è una condanna pesante. Forse giusta per chi si preparava a tenere in ostaggio per mesi marinai inermi, in condizioni pietose. Forse eccessiva per dei ragazzetti senza futuro, arruolati e mandati allo sbaraglio, che ben poco avrebbero avuto dei riscatti milionari frutto del sequestro.

Ma non è questo che mi preme adesso. E’ un’altra cosa. Di questa condanna, sono certo, troverete molto poco in giro sulla stampa e televisione italiane. In generale, nel nostro paese, pochi sanno che ci sono dei pirati e presunti pirati somali sotto processo; che vivono nelle nostre galere. Una storia rimossa come tutte quelle che vengono dalla Somalia. Nostra ex colonia e più di recente meta di una fallimentare missione dell’Onu.
Terra alla fine abbandonata all’infuriare della guerra civile.

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Il moltiplicatore di Napoli

A un certo punto ho iniziato a dargli del voi. E’ stato più forte di me. La conversazione prendeva quella piega. Non c’era nulla da fare.

Ma voi davvero dite?

E come no

Si era sulla tangenziale di Napoli, tradizionalmente ricolma di traffico, verso le sei di sera.  Eravamo andati con la troupe a girare un servizio su una squadra di calcio locale che ha deciso di schierarsi per la legalità, scegliendo come sponsor una nota associazione che lotta contro la camorra. L’eterno ritorno, da queste parti.
L’operatore guidava la macchina: né giovane né vecchio, né magro né grasso, gli occhi chiari e trasparenti, i capelli radi e quel po’ di barba con qualche filo d’argento; a un certo punto il traffico si è congelato e lui ha detto:

Sapete perché la tangenziale è sempre trafficata?

Beh…

Io ho studiato da geometra e il nostro professore di topografia ci insegnava che, nel costruire una tangenziale, il numero delle corsie e la frequenza e larghezza degli svincoli sono programmati in base a criteri precisi, tenendo conto della popolazione, del numero di auto in circolazione…

Lo immagino, certo

Ma poi tutti questi dati vanno moltiplicati per un coefficiente, che è quello della crescita prevista della popolazione nei decenni seguenti

Si

E l’ingegnere che ha progettato la tangenziale di Napoli si è dimenticato di fare la moltiplicazione

Il muro di macchine è percorso da un brivido. Una scossa leggera. Anche la nostra auto avanza ma non molto. I soliti due metri.

Ma voi davvero dite?

E come no

Il fatto è che io mi immagino subito di trasformare la storia in un servizio per la televisione. Rintracciamo uno di quelli che hanno partecipato alla progettazione e lui, ormai vecchissimo, punta il dito nodoso verso la telecamera e gracchia: Quello si dimenticò di moltiplicare…

Dunque  approfondisco.  Ma voi come lo sapete?

Il mio professore di topografia, l’ingegner Salerno – risponde – era figlio di uno dei progettisti della tangenziale e ci diceva che glielo raccontava sempre suo padre: il responsabile del progetto aveva dimenticato il coefficiente di crescita. E dirò di più…

Dite

Era un milanese! Un ingegnere di Milano

State dicendo che se siamo qui, bloccati nel traffico, e non arriveremo in sede in tempo per il turno di montaggio, la colpa è di un milanese che ha dimenticato di fare una moltiplicazione?

Eh….

E a questo punto è partito con una serie di altri particolari: il padre dell’ingegner Salerno, il suo professore, ingegner Salerno anche il padre, immaginino io, oltre che far parte del gruppo che aveva costruito la tangenziale, con tanto risultato, produceva anche i tombini per la città, insieme a Pomicino, si, proprio lui, il politico, infatti, a Napoli, su tutti i tombini, potete leggere “Pomicino e Salerno”…

E ancora, ancora. Moltiplicando aneddoti e storie.

Tanto che io, tornato in albergo, molto tardi, non sono andato a verificare nulla: i progettisti della tangenziale, il coefficiente da moltiplicare, i tombini, i politici…

E’ così e basta.

Perché così parlò…

Come si chiamava?

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