Haute couture

La colpa è tutta della strada vicina al posto dove mi sono trovato a lavorare a Parigi. Una strada dedicata alla haute couture: i grandi sarti.
Non potevo allontanarmi troppo dalla redazione in nessun momento del giorno, né a pranzo né tardi la sera. Se fosse successo qualcosa a quel campione ricoverato i telefoni avrebbero iniziato a squillare come trombe del giudizio.
Quindi, per il regalo di compleanno a mia moglie, non avevo scelta: dovevo percorrere quella strada. Fortunatamente avevo individuato subito, nell’atelier dell’italiano, un jeans semplice nelle linee e abbordabile nel prezzo.
Ma la strada l’ho percorsa lo stesso. Mi è sembrato che ogni firma esprimesse un modo di star male. Si poteva pure scegliere, avendo i soldi, quella borsa o quelle scarpe. Ma a vestirsi completamente da P o da C o da Y, si diceva al mondo solamente: io sto male.
Sto male in modo cupo o euforico; alienato o distruttivo. Ma di star male si trattava.
Una cosa perfino onesta da dire, poi, anche se forse ci sono modi più economici per farlo.
Nel negozio dell’italiano, dove sono tornato, per esempio, andavano le borchie. Quelle dei collari dei cani, più o meno. Borchie ovunque: sulle scarpe, lungo le borse, intorno al portamonete, sulle spalline dei vestiti.
Ad averle tutte addosso…
Ce n’erano anche sul jeans che avevo visto, ma solo un paio, irrilevanti. Altezza cinta.

L’ho chiesto alla francese:

– Vorrei vedere il gin
– Misura?
– 42 in Italia
– Arriviamo solo fino al 41
– Mannaggia
– Però tende a essere un po’ grande. Vi faccio vedere. Forse andrà bene per madame

E’ scomparsa per un tempo interminabile. Il tempo che passerebbe tra l’ingresso della zebra e quello dell’ornitorinco nell’arca di Noè, posto che tra la zebra e l’ornitorinco ci fossero altre 72 specie, di cui almeno 3 molto lente.
In una sala c’era una coppia di asiatici, forse giapponesi, bassi, lui con un piumino tagliato come una giacca da uomo, violaceo e attillatissimo, gli occhiali scuri. Lei seduta sulla poltrona, vastita di bianco con pelliccia ai polsi e al collo. Avevano ognuno i capelli tinti e un cane pechinese al guinzaglio. Sembravano statue.

La commessa è tornata con una scatola che mi pareva adatta a tutto meno che a un gin. Ha estratto un sandalo con una grossa piuma rosa all’attaccatura sopra le dita e me lo ha mostrato con orgoglio.
Il modello doveva chiamarsi Gin, ho dedotto.
Mi sono raggelato pensando all’equivoco: lei che si immaginava la mia madame con dei piedoni immensi e, premurosa, cercava di venirmi incontro. Chissà quanto diavolo costava quel sandalo.
Le ho chiesto di portarmi un jeans.
Di nuovo un tempo lunghissimo (passano anche la formica, la biscia e il tapiro). I giapponesi erano ancora là, sempre fermi, ogni tanto una commessa intorno.
Poi è arrivato il jeans, della taglia giusta, e andava bene. Ed è iniziato lo strazio del pagamento.
Mi hanno fatto riempire una scheda che nemmeno per chiedere un passaporto. Mi hanno detto di metterci i dati di madame. Li ho messi tutti sbagliati. Avevo fretta. Ma bisognava aspettare ancora che la stanza dei pagamenti fosse libera. Dovevano esserci i giapponesi dentro.
Minuti su minuti (Immagino sfilare il tarsio, il becco a scarpa) mentre la commessa cercava di intrattenermi in una conversazione sulla sua ultima visita nell’atelier di Milano.
Poi un’altra ragazza androgina – sembrava uscita da uno spot – visto che la situazione nella stanza accanto non si sbloccava, mi ha fatto segno di seguirla verso una parete. E una porta si è aperta su un altro stanzino, di un bianco accecante, dedicato ai pagamenti.

Con molta gentilezza mi ha detto che una carta come la mia non l’aveva mai vista.
È il bancomat con cui faccio la spesa al supermarket… Stavo per risponderle.
Naturalmente non funzionava. E nemmeno la carta di credito. Sapete quando un programma non gira sul vostro computer troppo vecchio?
Con il massimo dell’autocontrollo ho chiesto se c’era una banca nelle vicinanze e sono andato a prelevare.
Quando sono tornato hanno tirato fuori il mio pacco da un ripostiglio. Ho sentito le commesse dirsi qualcosa e ridacchiare. Dovevano aver scommesso sul mio ritorno.

Era passata più di un’ora. L’arca di Noè era partita lasciando a terra me e chissà quanti frequentatori di negozi esclusivi, sicuramente i due giapponesi.
Ero molto preoccupato per quel campione ricoverato in ospedale e per tutto il resto.

Ecco, mi sono detto uscendo: anche questo nella vita l’ho fatto!

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