Archivio mensile:settembre 2013

Quirico, Drogo e Yossarian

Mi ha chiamato A, ieri. Mi ha detto di portare due maschere antigas, se potevo. Il suo accento ternano, un po’ brusco.
Me lo sono immaginato lontano, sfocato, carico del giubbotto antiproiettile e del casco militare di misura sbagliata, come l’ho visto l’ultima volta che abbiamo lavorato insieme.
A è un operatore, lavora in appalto ma viaggia molto fuori dall’Italia, in zone di guerra. Naturalmente gli hanno quasi sparato addosso, una volta.
Gli hanno quasi sparato addosso in piazza Colonna, davanti palazzo Chigi. Quando Luigi Preiti ha aperto il fuoco su un carabiniere lui era lì davanti, ha girato le prime immagini, poi è stato intervistato dalle televisioni di mezzo mondo.
Che si possano avere delle maschere antigas A lo ha saputo da P, il giornalista che vado a sostituire domani a Beirut. Quelli che fanno a lungo gli inviati tendono a vivere in un mondo loro: pensare che la nostra azienda fornisca le maschere antigas, in questo momento, è come credere che esistano fiumi di Gatorade, su Marte.

E poi non ce ne è bisogno. Noi, io e A, staremo sul confine, almeno per ora, in Libano non in Siria. Sul confine come l’altra volta, la prima che ho incrociato Domenico Quirico, davanti alla Libia ma ancora in Tunisia. Non avevo idea di chi fosse. Tra tanti giornalisti con la pashmina e gli occhiali scuri, lui sfoggiava giacca, cravatta e scarpe da città. Ma la cosa buffa era questa: eravamo tutti nel deserto, davanti al confine, ad aspettare che il regime di Gheddafi mandasse un fantomatico autobus per portarci in Libia, a vedere che meraviglia di paese. Naturalmente non è mai arrivato. E Quirico, in fondo, era l’unico vestito in modo adatto: come uno che aspetta l’autobus.

L’ho rincontrato più avanti in una situazione difficile. Ero in cerca di qualcuno da intervistare e lui, con molta gentilezza, si è offerto di darmi dei contatti. Nel ricordo di quella gentilezza, rara tra i colleghi, ho seguito la vicenda della sua scomparsa e poi letto avidamente quanto ha scritto appena tornato.

Mi ha colpito sapere che porta sempre con sé dei romanzi, dei classici per la precisione, e che la prossima volta vuole portarne di più lunghi.
Anche io scelgo con attenzione i libri da portare, prima di ogni partenza, e mi chiedo se le pagine basteranno nei casi più disperati.
Naturalmente non penso a sequestri. Sono tipo da aeroporti bloccati, io.

E comunque fra poco si parte. Di nuovo al confine, senza maschere antigas e con qualche libro. Aspettando non si sa bene cosa. Non lo sa nessuno nel mondo, in questo momento, con certezza.
Figuriamoci io, sospeso come mi sento tra il tenente Giovanni Drogo e il soldato Yossarian

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