Archivio mensile:luglio 2013

Il quinto romanzo di Elsa Morante

Le lettere di Elsa Morante, raccolte e ordinate dal nipote Daniele, sono il suo quinto romanzo. Quel romanzo autobiografico che lei non ha scritto ma a cui, forse, aveva pensato, con il titolo di Superman.

Davvero non me lo aspettavo: in questo calderone di minute mai spedite, cartoline e, soprattutto, lettere ricevute. Ma è così. Un romanzo.

la Morante afferma, in una lettera al poeta Rodolfo J. Wilcock, che quella è una delle 6 o 7 in tutto scritte negli ultimi 20 anni.
Strano, pensa il lettore che, indubbiamente, si trova a pagina 490 dell’epistolario.
Ma poi, controllando meglio, si rassicura e le dà ragione. Nelle ultime cento e più pagine, ha letto quasi solo lettere scritte da altri, a lei indirizzate; e qualche rara risposta.
Ma allora, se nemmeno è scritto da lei questo libro?

Allora il demone che abitava dentro Elsa Morante era così potente da dare forma, in modo inconsapevole, anche agli altri, quando vanivano in contatto con lei. Pungolati da questo demone antichissimo (spesso Elsa scrive di avere un’età che non è più in grado di calcolare e – dice – non si tratta certo di quella anagrafica) tutti, nelle lettere che le scrivono, si contorcono, si agitano, soffrono e finiscono per rivelarsi, per tirar fuori il personaggio che si portano dentro. O per smascherare la persona che nascondono dietro il personaggio, se, per caso, quello è momento di smascheramenti.

E che personaggi: l’inglese dall’identità nascosta, legato all’ambasciata britannica, forse una spia?, innamorato furioso di lei, che vorrebbe portarla via da Roma prima che l’Italia entri nella seconda guerra mondiale, tra esasperazioni, rabbie, dolcezze e scambi di accuse spietate; la pittrice e scenografa italoargentina, trasferitasi a Parigi, dominatrice di uomini e di gatti, circondata da una corte innamorata – pittori italiani o americani, scrittori polacchi – che la segue ovunque, fino agli eremitaggi corsi, dove lei vorrebbe trascinare anche Elsa; il compositore e commediografo statunitense rifugiatosi in una idillica tenuta in Galles, dove si diletta di alchimia, secondo alcuni di stregoneria… E registi narcisi, giovani vagabondi, poeti.
Molti scrivono in un italiano che appena conoscono e sforzano pur di comunicare con lei. E queste lettere strampalate, tirate giù con foga in una lingua inesistente, sembrano l’invenzione artistica più bella del libro.

Pensate di leggere le lettere di Bulgakov e scoprire che aveva corrispondenza regolare con il dottor Woland, Azazello e il gatto Behemoth. Ecco, il punto è che la Morante, con Azazello, Behemoth e Woland, si scriveva davvero.
Consumate dal demone che le pungola le amicizie si esauriscono, i personaggi, uno per volta, si fanno da parte. È un vero dolore leggere la lettera definitiva, ultima, di ognuno di loro. O quella con cui la Morante, soffrendo, li congeda dalla scena.
E intanto senti che si avvicendano come in una partitura musicale. Al tenore segue il soprano, il baritono e poi c’è spazio anche per il basso buffo: incredibilmente a una Elsa Morante già consumata dalle sue esperienze si presenta uno stralunato Francesco Leonetti, per dichiararle la propria passione.
Così: “A me piace l’Elsa Morante; in modo illecito”.
Bof…
E lei non la prende nemmeno troppo male.

Qualcuno le tiene testa, non soccombe nella lotta. Tra questi il poeta argentino Rodolfo J. Wilcock. Spaccone, dolce, intemerato, pratica quella sincerità assoluta che lei pretende. Litigano, si accapigliano e si ritrovano. È durante una di queste baruffe che la Morante impartisce una lezione di letteratura sapienziale, degna dei Tao o dei poemi indiani. A Wilcock che le rimprovera, quando discute con lui, “di parlare con un altro che c’è dietro di me, un vero intruso”, lei risponde così:

“Non sei tu solo ad aver da fare con un secondo Wilcock, che ti fa addannare. Credo più o meno è la sorte di tutti. Io pure, per quanto mi riguarda, sono costretta alla convivenza non con un’altra sola ma per lo meno con 9 o 10 alre E.M., una vera folla ripugnante , – che mi costringono al loro rumore, alla loro puzza, urla, sberleffi, cachinni, traffici, radioline, immondezza ecc. E non essendo mai riuscita, né riuscendo, a liberarmene – schifezza, da una parte, tanto più grave, in quanto me ne era stato trasmesso il segreto (cioè, per liberarsene) – non sarei davvero io, propria a dare consigli (!!!) comunque, ti accenno a quel segreto (che magari è un’altra allucinazione? In ogni caso sarebbe più riposante delle altre):
è inutile che Wilcock n.1 speri di isolare, o sequestrare, il Wilcock n.2; e nemmeno W.1 può presumere che i suoi amici siano in potere di rivolgersi solo a lui, e trattare con lui, ignorando W.2. È impossibile, perché W.2 interviene sempre, quando meno lo si aspetta, essendo – W.1 e W.2 – legati terribilmente, soprattutto da un odio terribile. Sarebbe meglio, forse, che W.1, invece di proteggersi continuamente da questo odio intestino ruminando le colpe degli altri – si decidesse ad affrontare W.2, senza tanta paura, riconoscendolo com’è proprio nella sua realtà, e quindi in sostanza perdonandolo.”

Nella partitura musicale di cui dicevo c’è anche un coro popolare. Entra in scena verso la fine, dopo la pubblicazione de “la storia”. Gente mai conosciuta le scrive per ringraziarla e raccontarle la propria storia: violenze subite, lutti, ricordi della guerra.
Un grande coro prima del congedo, che tutti sanno essere stato lungo e doloroso. Ma accompagnato, ancora, dalle lettere di pochi amici. Allegri buffoni, pronti a seguire il loro Re Lear fin nel deserto dell’ultimo esilio.

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