Dubai Palace for kids

Ho sbancato una di quelle macchinette. Mi sembrava giusto dirlo.

E pensare che pochi giorni prima avevo trattenuto mio figlio, 4 anni, dall’infilarsi, attratto dalle luci, in una sala giochi vicino casa. E mi ero fermato a riflettere su quanti ami ci siano, a pochi passi, per prendere i nostri bambini. Poi, quando si abita all’inizio di una consolare divenuta in pochi anni il tempio del gioco d’azzardo romano, con decine di locali che si chiamano Dubai Palace o Las Vegas, il futuro sembra davvero brutto.

Invece capita proprio a te di ritrovarti davanti alla macchinetta che continua a sputar fuori tutto, ma proprio tutto, circondato da una folla dove distingui l’invidioso, il fanatico, uno ti indica a dito e un altro dice “lo vedete: si vince, lo sapevo io, è tutto autentico”. E la cosa peggiore: ero con mio figlio, lo ripeto: 4 anni. E anche con mia figlia: di anni ne ha poco più di due.

A questo punto vorrete sapere come ci sono arrivato e quanto ho vinto. Curiosità legittima.
Diciamo che in un posto in cui 250 o 300 vengono considerate grosse vincite, una cosa da sogno, io ho vinto 1000.

Mille!

Mille orsetti.

Ah, già, dimenticavo: le macchinette in questione sono quelle di un parco per bambini. Il piccolo tira martellate su animaletti che sporgono la testa o infila palline a canestro e dalla macchina escono fuori strisce di cartoncini colorati, convertibili in un giocattolo. Non era la prima volta per noi. Ma qui di cartoncini con l’orsetto ne uscivano parecchi e mio figlio iniziava ad eccitarsi più per il numero accumulato che per il gioco. E c’erano un paio di macchine in cui non bisognava fare quasi nulla: premere un pulsante, tirare una leva e aspettare…
Così li prepariamo, pensavo.

Intanto era arrivato il momento di portar via i bambini e trasformare quegli orsetti in qualche brutto giocattolo. Ne avevamo 96 e ce ne volevano minimo cento. Ho messo un’ultima moneta nel gioco, ho tirato qulla leva e ho sbancato. mentre le striscioline di cartone uscivano a getto, per minuti e minuti, intorno si è radunato un crocchio di bambini. Ma in Italia, in certi posti, il termine bambini copre una realtà che può toccare anche i 13 e perfino i 16 anni. C’era una, un po’ ciccia, sui 14, che diceva “co’ queste ce ne piji armeno due de orologi”. Ho visualizzato la teca in cui splendono patacche digitali da polso e qualche simil I-phone e mi sono ingolosito: perché non il telefono?
L’omino del chiosco, invece, aumentando ad arte il numero di punti necessario per giocattolacci di plastica, ci ha congedato con un aeroplanino e una casetta di bambole. Valore stimato 9 euro: uno in meno di quelli cambiati. Anzie due, considerando l’ultima, fatale, moneta.

E questa era la lezione che avrei voluto imparasse mio figlio. Invece, poco dopo, mentre sgranocchiavamo una pizza da forno elettrico nel bar del parco, andava in giro a vantarsi: “mio padre ha un sederone!” (espressione appresa da poco) “abbiamo sbancato!”
E qualche mamma borlotta, che si aggirava lì vicino, gli ha anche chiesto di indicare con quale macchinetta e si è avviata: “ora ci proviamo anche noi”.

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