Archivio mensile:giugno 2013

Dubai Palace for kids

Ho sbancato una di quelle macchinette. Mi sembrava giusto dirlo.

E pensare che pochi giorni prima avevo trattenuto mio figlio, 4 anni, dall’infilarsi, attratto dalle luci, in una sala giochi vicino casa. E mi ero fermato a riflettere su quanti ami ci siano, a pochi passi, per prendere i nostri bambini. Poi, quando si abita all’inizio di una consolare divenuta in pochi anni il tempio del gioco d’azzardo romano, con decine di locali che si chiamano Dubai Palace o Las Vegas, il futuro sembra davvero brutto.

Invece capita proprio a te di ritrovarti davanti alla macchinetta che continua a sputar fuori tutto, ma proprio tutto, circondato da una folla dove distingui l’invidioso, il fanatico, uno ti indica a dito e un altro dice “lo vedete: si vince, lo sapevo io, è tutto autentico”. E la cosa peggiore: ero con mio figlio, lo ripeto: 4 anni. E anche con mia figlia: di anni ne ha poco più di due.

A questo punto vorrete sapere come ci sono arrivato e quanto ho vinto. Curiosità legittima.
Diciamo che in un posto in cui 250 o 300 vengono considerate grosse vincite, una cosa da sogno, io ho vinto 1000.

Mille!

Mille orsetti.

Ah, già, dimenticavo: le macchinette in questione sono quelle di un parco per bambini. Il piccolo tira martellate su animaletti che sporgono la testa o infila palline a canestro e dalla macchina escono fuori strisce di cartoncini colorati, convertibili in un giocattolo. Non era la prima volta per noi. Ma qui di cartoncini con l’orsetto ne uscivano parecchi e mio figlio iniziava ad eccitarsi più per il numero accumulato che per il gioco. E c’erano un paio di macchine in cui non bisognava fare quasi nulla: premere un pulsante, tirare una leva e aspettare…
Così li prepariamo, pensavo.

Intanto era arrivato il momento di portar via i bambini e trasformare quegli orsetti in qualche brutto giocattolo. Ne avevamo 96 e ce ne volevano minimo cento. Ho messo un’ultima moneta nel gioco, ho tirato qulla leva e ho sbancato. mentre le striscioline di cartone uscivano a getto, per minuti e minuti, intorno si è radunato un crocchio di bambini. Ma in Italia, in certi posti, il termine bambini copre una realtà che può toccare anche i 13 e perfino i 16 anni. C’era una, un po’ ciccia, sui 14, che diceva “co’ queste ce ne piji armeno due de orologi”. Ho visualizzato la teca in cui splendono patacche digitali da polso e qualche simil I-phone e mi sono ingolosito: perché non il telefono?
L’omino del chiosco, invece, aumentando ad arte il numero di punti necessario per giocattolacci di plastica, ci ha congedato con un aeroplanino e una casetta di bambole. Valore stimato 9 euro: uno in meno di quelli cambiati. Anzie due, considerando l’ultima, fatale, moneta.

E questa era la lezione che avrei voluto imparasse mio figlio. Invece, poco dopo, mentre sgranocchiavamo una pizza da forno elettrico nel bar del parco, andava in giro a vantarsi: “mio padre ha un sederone!” (espressione appresa da poco) “abbiamo sbancato!”
E qualche mamma borlotta, che si aggirava lì vicino, gli ha anche chiesto di indicare con quale macchinetta e si è avviata: “ora ci proviamo anche noi”.

Il tratto del ritratto (Feat. Marco Petrella)

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Anni fa giravo in una libreria, quella di Testaccio, annusando volumi, quando notai un’esposizione di piccoli pannelli disegnati, sparsi tra i libri. Il tratto era sofisticato, i disegni semplici e surreali. Newyorkese, avrei detto. Accostandomi scoprii che ogni pannello raccontava un libro uscito da poco. Erano recensioni, per essere precisi. L’autore si chaimava Marco Petrella. Newyorkese quanto Trastevere e il Pigneto (non poco, quindi). Negli stessi giorni usciva per Mattioli un suo libro di storie a fumetti brevissime, da leggere in una corsa d’ascensore. Le storie erano state scritte da autori di tutto il mondo per lui, che le aveva disegnate. E che autori! c’erano Jonhatan Lethem e Aimee Bender, Rick Moody e Feridun Zaimoglu, Paolo Nori e Maurizio Maggiani.
Allora collaboravo anche con la redazione cultura del Tg2 e feci un pezzettino su questo libro. Durante l’intervista con Petrella, parlammo della sua attività di recensore a fumetti. La esercitava, mi raccontò, tramite un personaggio inventato, che compare nelle strisce, un libraio e lettore onnivoro: Arturo.
A quel tempo mia moglie era in cinta e sapevamo già che il bambino si sarebbe chiamato proprio così: Arturo. Io e Marco Petrella non affrontammo sul momento la questione, spinosissima, della provenienza di ciascun Arturo: se il nome dovesse più a Elsa Morante o a John Fante. Se insomma fosse più un Gerace o un Bandini.

Oggi il mio Arturo ha quasi 5 anni ed è appassionato di fiabe, fumetti e racconti, per interposta persona (la mamma, me, i nonni); in attesa che impari a fare da solo. Intanto escono in volume le recensioni di Marco Petrella. Il libro si chiama STRIPBOOK, editore Clichy.

In Italia si pensa che l’unico vero giornalismo sia d’inchiesta e il resto robaccia. Ma il giornalismo ha tante forme, di pari dignità: una è il ritratto. Ne ho fatti molti per Tg2 Storie. Quando si tratta di farlo a qualcuno che di mestiere realizza a sua volta ritratti, però, la cosa si complica. Recentemente, con una pittrice russa, ho fatto cilecca. E’ la ritrattista uffciale di tre Papi (fino a Benedetto XVI) e, sebbene lontanissima dai miei gusti, ne riconoscevo la strabiliante abilità tecnica. Ci tenevo ad essere all’altezza. Ma ho scambiato la civetta con cui vive, Rufus, per un gufo. Ritratto rovinato. Mi ha chiamato per farmelo notare. E aveva ragione. Vai a prendere gufi per civette e pretenderesti pure di far ritratti.

Ora con Petrella ho una seconda opportunità. Certo, gioco in casa: è molto più vicino a me per stile ed effetti. Eppure il ritratto di un artista figurativo resta una sfida e un rischio: non sai mai se ti stai facendo prendere la mano dal tuo soggetto, sbandando o semplicemente acchiappando gufi per civette.
Speriamo bene.
Va in onda, con la fotografia di marco Gobbini, nella notte tra sabato 8 e domenica 9, verso mezzanotte e mezza, su Rai 2.

C’è dentro anche Arturo, Bandini o Gerace.
E l’essere padri. E l’essere figli.

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