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Mettiamo pure che qualcuno avesse capito tutto in anticipo. Che avesse messo insieme il film “V per vendetta”, con quella rivoluzione fatta da tanti “ognuno di noi”, il caso Wikileaks, con la sua ossessione per la trasparenza assoluta, e i primi incontri a 5 stelle. E avesse capito e previsto tutto.
Bene, non saremmo un solo passo avanti.
Del resto qualche giornalista che ha seguito il movimento fin dall’inizio c’è e non mi sembra che la stampa si contenda i suoi editoriali.

E perché? Perché il Movimento 5 Stelle si nega alla narrazione. Dove sono i suoi scrittori? Dove i pensatori (a parte qualche economista lontano e poco citato?) Dove le canzoni o i canti? Dove il modello di famiglia, dove la ministra giovane e  in cinta? oppure i gay sposati? O anche i single come modello? Oppure padre, madre e tanti figli?
Dario Fo, Celentano, sono orpelli. Neanche a parlarne.
Ovviamente il movimento di Grillo dice molto di sé e si mostra volentieri, su internet e nelle piazze. Ma in quel che dice c’è pochissimo racconto, quasi nulla.  Ne viene fuori un’utopia di buon senso, civismo ed ecologia. Molto auspicabile. Molto poco avvincente.

Non è la prima utopia che si incontra. Ma le altre, come il comunismo o il fascismo, sovrabbondavano di narrazioni: conflitti di classe, purezza della razza, antichità da rievocare. Erano seguite da uno stuolo di poeti, apologeti, cantori. Qui tutto è ridotto davvero al minimo. Un solo simbolo, un paio di volti al massimo davanti agli altri, qualsiasi classe sociale benvenuta, poche bandiere,  lo tsunami e la traversata dello stretto. E poi sì, la rete, la sua burocrazia, la sua estensione difficile da esprimere.

E un unico discorso ripetuto sempre: i cittadini presto avranno il potere.

Puoi leggere quante volte vuoi il programma del movimento (con il rischio di un po’ di noia) ma se provi ad articolare il racconto inevitabilmente ti si affaccia l’idea del suo contrario: una distopia. Un inferno di gente che non è d’accordo su nulla e continua a cliccare proposte e referendum. Salvo, poi, essere messa in riga.
A una distopia fa pensare subito anche il resort della Costa Rica attribuito dall’Espresso a Grillo, sperando di screditarlo, e che i suoi invece sbandiereranno come un modello paradisiaco: così pulito, opulento, sociale e solidale da risulatare più che sospetto a chiunque sappia qualcosa di narrazioni. E dei loro sviluppi.

È per questo che gli appelli dei giornalisti, negli ultimi giorni, all’umiltà (anzi al “bagno di umiltà) e al bisogno di capire e approfondire, si fermano lì e non vanno oltre. Non possono andare oltre. È per questo che appaiono tanto penitenziali. Perché non è possibile varcare la porta del tempio e continuare a fare il proprio mestiere. Nessuno lo impedisce ma non è possibile.
Il movimenteo dice: il potere è della gente, è già della gente, quindi non c’è niente da raccontare. Fine.
Potete tornare a casa.

Naturalmente qualcuno obietterà: siete voi a non essere capaci di elaborare un racconto convincente e positivo. Possibile, ma io sostengo il contrario. E sostengo che questo non è un fatto accidentale: è l’essenza.
Un’essenza molto, molto rivoluzionaria. Ai limiti del’insostenibile.

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