Archivio mensile:marzo 2013

La fine dell’Europa

La fine dell’Europa è un posto qualunque.
Senza clamore o fracasso o boati.
Naturalmente è un crocevia, l’incrocio tra due strade. Me le sono dovute segnare sul cellulare, quando me le hanno indicate, perché non me le sarei mai ricordate a memoria, e non avevo un taccuino. Ecco, riprendo il telefono, apro l’appunto; si tratta precisamente del punto in cui fanno angolo Petrou Ralli e Aghias Ani, nella periferia di Atene.
Vacci, mi hanno detto, a questa ora di venerdì notte, che l’Europa finisce lì.
Di venerdì notte?
Si.
A quell’ora?
Si, più o meno.

Naturalmente si tratta anche di un budello orribile e lercio. Come potrebbe essere altrimenti? Centinaia di corpi buttati per terra e accatastati contro un muro, dello stesso colore -e odore – del buio, per la maggior parte. La polizia, in quattro o cinque, intorno a un suv, sorseggiando un caffè, li guarda e sogghigna. C’è qualcosa di losco nelle espressioni dei poliziotti greci che tengono sotto controllo il gruppo. Sembrano soddisfatti di essere dalla parte giusta del lampeggiante. Del resto non potrebbero essere soddisfatti di altro. Vivono all’inferno pure loro. Penso che lo sappiano.
Il loro ghigno contrasta con gli occhi bianchi sbarrati e le facce tirate degli uomini e delle donne buttati contro il muro. Davvero è una notte di Goya, questa in cui finisce l’Europa.

Il punto è che quest’angolo è anche una delle porte d’ingresso all’Europa. Di qui si entra. Si entra per davvero. Il regolamento europeo di Dublino stabilisce che i migranti, quando arrivano nell’Unione, facciano domanda di asilo nel paese in cui sono sbarcati per la prima volta. E finché la domanda non è stata esaminata ed accolta, non possono muoversi da lì. Quindi quest’angolo è esattamente la sede dell’unica caserma di polizia, in tutta l’Attica, attrezzata per raccogliere le richieste di asilo. Come in un rito magico, la domanda si può presentare solo il venerdì notte.
Perché di notte? Boh, non c’è un perché. Forse perché di giorno lo spettacolo della gente ammassata in fila sarebbe disdicevole.

Su questa cosa c’è anche un rapporto di una Ong greca, Aitima.

A volte, però, le trovi in fila dalla notte prima, quelle due o trecento persone. Del resto le domande che vengono accettate ogni settimana, sono solo 20. Sarà importante mettersi in fila per tempo.
Di più, sarà da accoltellarsi pur di essere davanti. Perché poi è la fila che conta, no?
Nemmeno per sogno. Le persone che potranno scrivere la propria domanda, ogni venerdì notte, vengono estratte a sorte, scelte a caso, selezionate a gusto, non saprei come dire.
È risaputo e non c’è una spiegazione. Le autorità non ne hanno mai data una. Forse è per impedire che la fila abbia troppa importanza e inizi a formarsi dal lunedì, invece che dal giovedì notte. O che divenga perenne. Quindi scelgono a caso.

Quando arriviamo molti ci si fanno incontro: degli Afghani ci dicono che loro non vengono mai scelti, che c’è un preciso programma per accettare i neri e scartare i bianchi. Una donna di colore ci prega di aiutarla a ritrovare suo marito. E’ stato portato in un centro di raccolta e lei non ne sa più nulla da qualche mese. Lei è in cinta.

Stanno qui, col freddo o col caldo. La notte. Non ci sono bagni. Non c’è nulla. Nessuno dà acqua da bere. 

Questa è una delle porte dell’Europa. Per chi chiede asilo, per chi nella propria terra, probabilmente, ha subito persecuzioni o è dovuto fuggire da una guerra.

Qui, del resto, in questo budello nero, l’Europa finisce anche.

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*****

Mettiamo pure che qualcuno avesse capito tutto in anticipo. Che avesse messo insieme il film “V per vendetta”, con quella rivoluzione fatta da tanti “ognuno di noi”, il caso Wikileaks, con la sua ossessione per la trasparenza assoluta, e i primi incontri a 5 stelle. E avesse capito e previsto tutto.
Bene, non saremmo un solo passo avanti.
Del resto qualche giornalista che ha seguito il movimento fin dall’inizio c’è e non mi sembra che la stampa si contenda i suoi editoriali.

E perché? Perché il Movimento 5 Stelle si nega alla narrazione. Dove sono i suoi scrittori? Dove i pensatori (a parte qualche economista lontano e poco citato?) Dove le canzoni o i canti? Dove il modello di famiglia, dove la ministra giovane e  in cinta? oppure i gay sposati? O anche i single come modello? Oppure padre, madre e tanti figli?
Dario Fo, Celentano, sono orpelli. Neanche a parlarne.
Ovviamente il movimento di Grillo dice molto di sé e si mostra volentieri, su internet e nelle piazze. Ma in quel che dice c’è pochissimo racconto, quasi nulla.  Ne viene fuori un’utopia di buon senso, civismo ed ecologia. Molto auspicabile. Molto poco avvincente.

Non è la prima utopia che si incontra. Ma le altre, come il comunismo o il fascismo, sovrabbondavano di narrazioni: conflitti di classe, purezza della razza, antichità da rievocare. Erano seguite da uno stuolo di poeti, apologeti, cantori. Qui tutto è ridotto davvero al minimo. Un solo simbolo, un paio di volti al massimo davanti agli altri, qualsiasi classe sociale benvenuta, poche bandiere,  lo tsunami e la traversata dello stretto. E poi sì, la rete, la sua burocrazia, la sua estensione difficile da esprimere.

E un unico discorso ripetuto sempre: i cittadini presto avranno il potere.

Puoi leggere quante volte vuoi il programma del movimento (con il rischio di un po’ di noia) ma se provi ad articolare il racconto inevitabilmente ti si affaccia l’idea del suo contrario: una distopia. Un inferno di gente che non è d’accordo su nulla e continua a cliccare proposte e referendum. Salvo, poi, essere messa in riga.
A una distopia fa pensare subito anche il resort della Costa Rica attribuito dall’Espresso a Grillo, sperando di screditarlo, e che i suoi invece sbandiereranno come un modello paradisiaco: così pulito, opulento, sociale e solidale da risulatare più che sospetto a chiunque sappia qualcosa di narrazioni. E dei loro sviluppi.

È per questo che gli appelli dei giornalisti, negli ultimi giorni, all’umiltà (anzi al “bagno di umiltà) e al bisogno di capire e approfondire, si fermano lì e non vanno oltre. Non possono andare oltre. È per questo che appaiono tanto penitenziali. Perché non è possibile varcare la porta del tempio e continuare a fare il proprio mestiere. Nessuno lo impedisce ma non è possibile.
Il movimenteo dice: il potere è della gente, è già della gente, quindi non c’è niente da raccontare. Fine.
Potete tornare a casa.

Naturalmente qualcuno obietterà: siete voi a non essere capaci di elaborare un racconto convincente e positivo. Possibile, ma io sostengo il contrario. E sostengo che questo non è un fatto accidentale: è l’essenza.
Un’essenza molto, molto rivoluzionaria. Ai limiti del’insostenibile.

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