L’assedio

Ogni città prima o poi conosce un assedio. Alcune prima.

La città di cui parlo ha tra i 600 e gli 800 abitanti, circa centocinquanta famiglie.
E’ abitata da sudamaricani, asiatici, africani e italiani. Non è ricca, anzi la governa una discreta povertà, vissuta come sempre: andando avanti.
Le sue porte in ferro si sono aperte per me a metà mattina, poco dopo che una delle sentinelle si era allontanata di corsa verso l’interno.
Mentre entravo ho gettato appena un’occhiata al cavallo di legno, sistemato lì davanti, a poca distanza dalla città, tra scarse siepi e alberi stenti.
Dentro il cavallo, naturtalmente, ci sono degli uomini. Due, a rotazione. In tutto, ad alternarsi saranno in sei o in otto. Entrano nel cavallo, ci passano più di mezza giornata, poi gli viene dato il cambio. Altri due entrano.

E’ venuto a prendermi e mi ha accompagnato dentro Nunzio, romano di 35 anni, l’aspetto di un gladiatore su un fisico esile. Di un gladiatore ha anche le ammaccature. Mi racconta di essere stato tossicodipendente e di aver passato un periodo in carcere, di non riuscire a trovare un lavoro anche se, prima, è stato impiegato in un bar. Qui è una specie di sindaco.

Se bisognasse descriverla secondo lo schema inventato da un nostro scrittore famoso, si direbbe che si tratta di una città verticale. Piani su piani. Mentre salgo dal primo verso il terzo – scale nude, mura di intonaco vecchio, ringhiere screpolate e freddo: il riscaldamento non funziona – ripenso però a un romanzo albanese, in cui si immagina l’assedio di un cavallo di legno; siamo in epoca sovietica, nel romanzo, e il cavallo ha l’aspetto di un furgoncino abbandonato nel mezzo di una pianura. Troia è una capitale di grattacieli e periferie.

Se devo essere del tutto sincero anche il cavallo che ho visto io, poco prima, aveva l’aspetto di un’auto della sicurezza privata: la scritta blu su un fianco, un lampeggiante sul tetto.
Piani su piani. E le etnie sono divise per piano: al quinto eritrei, al terzo peruviani. E’ lì che ci fermiamo. Nancy è un’infermiera, ci segue dall’inizio. Ci mostra alcune stanze. Sono grandi, luminose: questa, in fondo, è una città di vetro. In una delle  stanze, in un letto grande, ci sono due bambini, due gemelli, tirano fuori le teste da sotto le coperte e sorridono. In altre vediamo computer, scrivanie molto grandi, sedie da ufficio, schedari, foto di calciatori. Mi tornano in mente le cabine delle navi mercantili: in ognuna, condensata, tutta una vita nomade ma ordinata. Qui, però, le proporzioni sono dilatate, si naviga nella luce e si resta abbagliati. In ogni stanza ci si aggira a lungo.
I bagni e le lavatrici sono in comune. Al terzo piano anche la cucina è in comune, su una lavagna sono segnati i turni ai fornelli. Altri piani si organizzano in modo diverso. E poi, chi ha competenze da idraulico si occupa degli impianti dell’acqua, chi è giardiniere dei giardini, gli elettricisti dei fili elettrici. Nancy, inevitabilmente, è il responsabile della sanità. Nella città vivono dipendenti di compagnie aeree o di imprese di pulzie, il mutuo è diventato difficile per tutti, disoccupati e gente che lavora in nero. 
Incrociamo due eritree, stanno dando una lucidata ai pavimenti, Nunzio ci scherza. Mentre mi porta a visitare la ludoteca mi racconta di quando è andato alla Asl e ha scoperto che per avere l’assistenza sanitaria gratuita, lui che non ha lavoro, doveva fare documenti per 387 euro.
Fin dall’ingresso ci  segue un’altra ragazza, all’apparenza sudamericana, piccola, i capelli neri e gli occhi grandi, sembra una bambina che si è truccata. Ma ha una fede al dito,  deve essere più grande. Non ha detto e non dirà una sola parola. Parla spalancando gli occhi scuri. 
Forse pensa all’assedio.

Qui, qualche giorno fa, è venuto Nicola Zingaretti.  Una tappa della campagna elettorale. Ha superato la prima linea di difese, una fila di estintori pronti ad essere impugnati e utilizzati. Si è fatto strada tra la folla dai molti colori. In una grande sala – se questa fosse Troia, sarebbe stata la sala del trono – ha parlato di diritto alla casa e blocco degli sfratti negli edifici di proprietà statale. Ha parlato di emergenza abitativa, come è giusto in Viale delle Province 196, nel palazzo che fu dell’Inpdai, poi dell’Inps, poi del Fondo per la vendita degli Immobili Pubblici, e dal 6 dicembre scorso è solo uno dei tanti palazzi occupati in Italia.

Quelli del cavallo lo hanno visto entrare.
Prima erano loro gli unici abitanti della città, giorno e notte soli tra scale, corridoi, schedari polverosi, scrivanie svuotate. Giorno e notte a far la guardia alle ombre di una burocrazia trapassata. A un palazzone messo in vendita per risanare i conti dello stato.
Poi sono stati messi fuori e si son ritrovati a vivere dentro il cavallo. Ancora giorno e notte, sempre lì, a guardare la città multietnica popolarsi e prendere forma davanti a loro. 
Cosi’ hanno visto entrare nel recinto il candidato, probabile vincitore, alla presidenza della Regione.

L’assedio sarà lungo, devono essersi detti.

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