Archivio mensile:febbraio 2013

I canti del caos in breve

La pornografia non è il contenuto o il fine di quest’opera. È la lingua scelta dall’autore. Perchè? Perché è la più parlata dell’epoca che si sta concludendo.

I canti del Caos
Mondadori 2009
Pag. 1069

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Er Papa

Ma allora se n’è annato?

Sono entrato in un bar della Salaria alle 8 del mattino. Tutto pur di non arrivare a quello del lavoro, intasato come un autobus all’ora di punta. Ci trovo tre Romani da cappuccino e cornetto, cappotti, sciarpe e qualche cappello per il grande freddo. Parlano del Papa.

No, domani va via co’ ll’elicottero.

Che poi, a quer punto, nun è più nessuno. Che c’ha bisogno de pjià l’elicottero?

Ce mette più tempo a’ accenne ‘r motore ch’ a arrivà.

Poteva pjià ‘r tram.

Faceva prima a annà a piedi.

Sé… ssé, quello mica ‘o fanno tornà ‘ndietro. Seconno me l’ammazzeno prima.

Mi fermo a pensare – una bomba al cioccolato alle labbra – all’idea che i Romani hanno del potere, alla ferocia che vi presumono ma sempre come se fosse uno spettacolaccio senza conseguenze per loro. E mi perdo un passaggio, forse due…

Che nun lo sapete che Papa Giovanni usciva spesso pe’ fasse ‘n goccetto, se faceva accompagnà, annava ‘n quer buchetto che sta dietro ar Viminale, nella strada dopo via Torino, come se chiama…

Ma che ne sanno, in un bar della Salaria, in che buchetto annava a ‘mbricasse Papa Giovanni?
Ecco, anche io ho cominciato a ragionare come loro, in romanesco, più che un dialetto un modo di disimpegnarsi dal mondo. No, Roma non darà mai un Grillo o un Bossi. Al massimo l’antidoto.

Ora stanno parlando di buchetti: un’osteria in particolare, a Garbatella, dove fanno carbonare da tre etti e poi polpette al pomodoro.

Entro nella conversazione, mi faccio dire l’indirizzo e il nome del posto. Il dialogo che ho ascoltato garantisce per la cucina. Ci porterò mia moglie.

Magari incontriamo pure il Papa.

Un Papa.

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Per un voto baol

È allora che sono andato a riprendere i suoi libri.

Credo che il primo che lessi fu proprio Baol. Aveva l’aria di quei Feltrinelli scritti al momento giusto, libri che raccontavano il tuo tempo, anzi, anche i dieci o venti anni successivi.

Come tuttt i veri scrittori, Benni vedeva un po’ più avanti. Non nel modo lucido e drammatico di altri ma nel suo modo scanzonato e sornione.

Così Bed è un mago baol, Ha frequentato la scuola Baolian quasi dieci anni prima che si sentisse parlare di Hogwarts. Ha una missione, in un paese dominato dal Grande Gerarca: ritrovare un filmato censurato del comico Grapatax, finito sul libro nero del regime. Grapatax che potrebbe decidere di tornare in scena e dirgliene quattro a tutti…

Grapatax che era Beppe Grillo, amico e collaboratore di Benni, e il Grande Gerarca era un’anticipazione di Berlusconi.  E alla fine del romanzo, il ritorno di Grapatax è già l’inizio di un mvovimento politico. C’è un gruppo intorno a lui.

Ma il mago baol, qui, non lo segue. Perché, come gli viene detto, “tu sei un’idea, baol. E nessuna idea può mantenersi pura. Saresti svanito, come una bolla di sapone, ai primi compromessi”.
No,  il mago Bed non segue il comico che diventa tribuno. E neanche Benni, lo ha detto in più interviste: rispetto per Grillo ma non abbiamo le stesse idee. Meno male.

Un givanissimo Enrico Brizzi un giorno riconobbe Benni in bicicletta, a Bologna, lo inseguì e lo fermò solo per dirgli: tu, secondo me, sei il più grande scrittore italiano vivente. E Benni gli rispose, strascicando la cadenza romagnola, ma guarda che devi avermi scambiato per Aldo Busi.

Altri tempi. Il secondo libro è stato La compagnia dei Celestini. Acquistato deliberatamente durante la depressione per essere stato mollato da una ragazza austriaca. Nel giro di un giorno e mezzo, tempo di lettura del libro, ero tornato la persona più allegra del mondo. Romanzo fantasmagorico in cui bambini da tutto il mondo convergono a Gladonia per il campionato di pallastrada….

Vabbè, lo avete letto tutti, lo so! E allora ricorderete che la parabola dell’Egoarca, ormai definitivamente e senza dubbio Berlusconi, anche se era solo il 1992, termina in una immensa nevicata. Una nevicata che ricopre tutto il paese di Gladonia, fino alla cima dei palazzi, compresa la reggia dell’Egoarca.  Chi rimetterà la testa fuori lo farà in una terra purificata da un’immensa distesa bianca.

E allora, sentendo le previsioni per questo fine settimana, di neve e gelo ovunque, mi sono detto, bisognerà pure che si vada a votare, anzi mi sono anche immaginato qualche anziano di qualche paesino del centro che sfida la neve per raggiungere il seggio.

E ho ripensato ai suoi libri e mi è tornato anche un po’ di ottimismo, come quando la Compagnia dei Celestini mi fece dimenticare un amore in poche ore.

Votate. Votate e ricordate: Il vero baol non si annoia mai, tutt’al più si addormenta.

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L’assedio

Ogni città prima o poi conosce un assedio. Alcune prima.

La città di cui parlo ha tra i 600 e gli 800 abitanti, circa centocinquanta famiglie.
E’ abitata da sudamaricani, asiatici, africani e italiani. Non è ricca, anzi la governa una discreta povertà, vissuta come sempre: andando avanti.
Le sue porte in ferro si sono aperte per me a metà mattina, poco dopo che una delle sentinelle si era allontanata di corsa verso l’interno.
Mentre entravo ho gettato appena un’occhiata al cavallo di legno, sistemato lì davanti, a poca distanza dalla città, tra scarse siepi e alberi stenti.
Dentro il cavallo, naturtalmente, ci sono degli uomini. Due, a rotazione. In tutto, ad alternarsi saranno in sei o in otto. Entrano nel cavallo, ci passano più di mezza giornata, poi gli viene dato il cambio. Altri due entrano.

E’ venuto a prendermi e mi ha accompagnato dentro Nunzio, romano di 35 anni, l’aspetto di un gladiatore su un fisico esile. Di un gladiatore ha anche le ammaccature. Mi racconta di essere stato tossicodipendente e di aver passato un periodo in carcere, di non riuscire a trovare un lavoro anche se, prima, è stato impiegato in un bar. Qui è una specie di sindaco.

Se bisognasse descriverla secondo lo schema inventato da un nostro scrittore famoso, si direbbe che si tratta di una città verticale. Piani su piani. Mentre salgo dal primo verso il terzo – scale nude, mura di intonaco vecchio, ringhiere screpolate e freddo: il riscaldamento non funziona – ripenso però a un romanzo albanese, in cui si immagina l’assedio di un cavallo di legno; siamo in epoca sovietica, nel romanzo, e il cavallo ha l’aspetto di un furgoncino abbandonato nel mezzo di una pianura. Troia è una capitale di grattacieli e periferie.

Se devo essere del tutto sincero anche il cavallo che ho visto io, poco prima, aveva l’aspetto di un’auto della sicurezza privata: la scritta blu su un fianco, un lampeggiante sul tetto.
Piani su piani. E le etnie sono divise per piano: al quinto eritrei, al terzo peruviani. E’ lì che ci fermiamo. Nancy è un’infermiera, ci segue dall’inizio. Ci mostra alcune stanze. Sono grandi, luminose: questa, in fondo, è una città di vetro. In una delle  stanze, in un letto grande, ci sono due bambini, due gemelli, tirano fuori le teste da sotto le coperte e sorridono. In altre vediamo computer, scrivanie molto grandi, sedie da ufficio, schedari, foto di calciatori. Mi tornano in mente le cabine delle navi mercantili: in ognuna, condensata, tutta una vita nomade ma ordinata. Qui, però, le proporzioni sono dilatate, si naviga nella luce e si resta abbagliati. In ogni stanza ci si aggira a lungo.
I bagni e le lavatrici sono in comune. Al terzo piano anche la cucina è in comune, su una lavagna sono segnati i turni ai fornelli. Altri piani si organizzano in modo diverso. E poi, chi ha competenze da idraulico si occupa degli impianti dell’acqua, chi è giardiniere dei giardini, gli elettricisti dei fili elettrici. Nancy, inevitabilmente, è il responsabile della sanità. Nella città vivono dipendenti di compagnie aeree o di imprese di pulzie, il mutuo è diventato difficile per tutti, disoccupati e gente che lavora in nero. 
Incrociamo due eritree, stanno dando una lucidata ai pavimenti, Nunzio ci scherza. Mentre mi porta a visitare la ludoteca mi racconta di quando è andato alla Asl e ha scoperto che per avere l’assistenza sanitaria gratuita, lui che non ha lavoro, doveva fare documenti per 387 euro.
Fin dall’ingresso ci  segue un’altra ragazza, all’apparenza sudamericana, piccola, i capelli neri e gli occhi grandi, sembra una bambina che si è truccata. Ma ha una fede al dito,  deve essere più grande. Non ha detto e non dirà una sola parola. Parla spalancando gli occhi scuri. 
Forse pensa all’assedio.

Qui, qualche giorno fa, è venuto Nicola Zingaretti.  Una tappa della campagna elettorale. Ha superato la prima linea di difese, una fila di estintori pronti ad essere impugnati e utilizzati. Si è fatto strada tra la folla dai molti colori. In una grande sala – se questa fosse Troia, sarebbe stata la sala del trono – ha parlato di diritto alla casa e blocco degli sfratti negli edifici di proprietà statale. Ha parlato di emergenza abitativa, come è giusto in Viale delle Province 196, nel palazzo che fu dell’Inpdai, poi dell’Inps, poi del Fondo per la vendita degli Immobili Pubblici, e dal 6 dicembre scorso è solo uno dei tanti palazzi occupati in Italia.

Quelli del cavallo lo hanno visto entrare.
Prima erano loro gli unici abitanti della città, giorno e notte soli tra scale, corridoi, schedari polverosi, scrivanie svuotate. Giorno e notte a far la guardia alle ombre di una burocrazia trapassata. A un palazzone messo in vendita per risanare i conti dello stato.
Poi sono stati messi fuori e si son ritrovati a vivere dentro il cavallo. Ancora giorno e notte, sempre lì, a guardare la città multietnica popolarsi e prendere forma davanti a loro. 
Cosi’ hanno visto entrare nel recinto il candidato, probabile vincitore, alla presidenza della Regione.

L’assedio sarà lungo, devono essersi detti.

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Paura

Camminavo a Tunisi con l’operatore, un fotografo del posto. Ne era venuto uno diverso, quel giorno, e non mi ci trovavo bene. Mi sembrava che filmasse poco, in modo svogliato e senza un’idea su come risolvere una scena. Insomma, mi domandavo “chi me l’ha mandato, questo…”
Forse era che quel giorno non funzionava nulla. O forse era lui.
Poco male, mi dicevo e continuavo a camminare scontento.

C’eri già stato in Tunisia? Mi ha chiesto.
Si ma solo a Ras Jedir, al confine con la Libia, quando c’era la guerra.

Poi, visto che non diceva nulla, ho aggiunto: ho mangiato un sacco di fegato d’agnello lì. C’era quasi solo quello da mangiare.
Strano ma di 21 giorni sull’orlo di una guerra ciò che ricordavo di più era il fegato d’agnello.

All’inizio degli scontri in Libia – mi ha risposto – molte mandrie sono state abbandonate, si sono perse e hanno superato il confine. Quindi c’erano un sacco di agnelli da macellare. È per questo che ne hai mangiato così tanto.
Eri anche tu a Ras Jedir?
No, io ero dentro, in Libia. Prima ero stato in Ciad. Facevo parte di una troupe della Bbc, per un documentario sui mercenari.
Una troupe della Bbc! Una troupe della Bbc è stata arrestata dai miliziani di Gheddafi, in quel periodo, in Libia.
No, noi non eravamo quelli, ha sorriso.
Ho sentito raccontare che li hanno torturati in una strana maniera. Gli hanno detto che li avrebbero giustiziati. Li hanno portati in un cortile, li hanno messi contro un muro e gli hanno sparato. Senza colpirli. E così anche il giorno dopo, ma mirando molto più vicino. E il giorno dopo ancora. Da perderci la ragione.
Ho sentito anche io questa storia.
Ma è vera? Non sono mai riuscito a saperlo con certezza.
Ha fatto un gesto, come a dire che non aveva grande importanza.
E quando hai sentito la storia per la prima volta…
Ero ancora in Ciad. Ma poi siamo entrati in Libia.
Gli ho chiesto della paura. Ho ripensato alla mia paura di allora. Quando temevo che, da un istante all’altro, si sarebbe aperto un varco alla frontiera e noi giornalisti ci saremmo trovati a poter e dover passare dall’altra parte, dove si consumava il macello.
Guarda – mi ha risposto – è così: finché sei vivo non hai nulla di cui preoccuparti. Se sei morto, vuol dire che hanno dato dei soldi alla tua famiglia e tu non ci sei più. E anche in quel caso non hai nulla di cui preoccuparti.
Ho pensato che qualche filosofo doveva avere detto qualcosa di molto simile. E poi ho pensato a quella troupe della Bbc e alla zona grigia in cui, forse, aveva vissuto per alcuni giorni.

La sera ho guardato le immagini girate.
Avevo ragione, non erano nulla di speciale. Le aveva filmate senza attenzione né fantasia.
Ma adesso mi sembrava che, in qualche modo, fosse giusto così.

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