Archivio mensile:dicembre 2012

Il cazzo e l’arte. La sprezzatura in Bolaño

Avrei voluto assistere ai funerali di Riccardo Schicchi. Me li sono immaginati come un gigantesco carnevale di tutte le immagini sovrabbondanti e abnormi che hanno popolato la mia adolescenza. Schicchi, nel fantastico racconto di Bolaño, Joanna Silvestri, non c’è. Cicciolina si. Chi conosce la ricchezza di particolari di cui è capace lo scrittore cileno e ha letto le due pagine fitte dei nomi di poeti e artisti  d’avanguardia del ‘900, provenienti da tutto il mondo, e tra gli Italiani c’è perfino Nivasio Dolcemare, scodellate al centro de “I detective selvaggi”, non si meraviglierebbe di trovare nel racconto, dedicato al mondo del porno, anche lui: Schicchi in persona. Del resto, viene ricordato anche il cantante Nicola di Bari.

E’ la storia di una pornodiva italiana, Joanna Silvestri. Facile indovinare il profilo di Moana Pozzi, morta tre anni prima della pubblicazione.  E’ malata in una clinica: Le trapèzes, di Nîmes. Si rivolge a un detective così simile a un fantasma da non entrare mai per davvero in scena.  Al centro del racconto c’è l’incontro, in California, tra lei e la star del porno Jack Holmes, ormai ritiratosi e malato di Aids.
Il racconto  lo trovate nella raccolta “Chiamate telefoniche”.  Nessuno dei libri di Bolaño letti prima  mi aveva dato la sensazione, così netta, di afferrare una delle chiavi del suo universo.

In realtà è un periodo complesso della mia vita. Dormo poco. Oltre a fare il mio lavoro sto tenendo delle lezioni. Insomma, dimentico tutto con una facilità straordinaria. Stamattina, nel traffico, mi sembrava di aver trovato una definizione perfetta per questi racconti e per i personaggi che li riempiono. Nulla, dimenticata.
Allora mi sono messo a buttar giù una serie di termini che girano intorno a quello perso, per ritrovarmi. Ecco la lista:

Insulsi
Reietti
Miserabili
Diseredati
Inutilizzabili

Niente. Quello che intuisci nel traffico e poi dimentichi è perduto per sempre.  Qualcuno dei termini elencati, comunque, va ancora bene per i racconti, qualcuno più per i protagonisti. Ma inutili o insulsi, i personaggi, nel senso che sono prossimi a scomparire, che esistono solo perché qualcuno racconta qualcosa di loro e loro pure raccontano qualcosa a qualcun altro. Giri viziosi. Tra ectoplasmi di killer dimenticati sulle panchine pubbliche,  boss della mafia russa che si fanno fregare la donna (un’atleta, naturalmente) e la vita dal loro portaborse, anoressiche ninfomani, e tanti, tanti scrittori o pretesi tali, più o meno falliti, che si trovano e ritrovano nei bar o da amici, si prendono le misure a vicenda, si ripetono le loro storie: una gran dissipazione di tempo.

La scrittura piana, fatta di frasi brevi, tirate una dietro l’altra, come nei trattamenti cinematografici, dove bisogna dire tutto e subito: accatastare fatti senza costruire uno stile. Buona per dare ragione ad alcuni tromboni nostrani, secondo cui Bolaño è un autore sopravvalutato.

Ma in mezzo a tanta trascuratezza e ostentato disinteresse si nasconde altro. Dio, come sempre anche qui, sta nei particolari.

In “Clara” il protagonista si innamora di una diciottenne tettona, molto sexy, gli occhi azzurri e le gambe magre. La sogna come un angelo. La va a trovare nella sua città. Come nella più trita delle storie adolescenziali lei non si sente sicura, si sottrae, finisce per darsi a uno degli amici che frequenta e sposarlo. Noi non sappiamo ancora nulla dello sposo. solo che, ed è una vera coltellata nel buio, “prima aveva avuto dei problemi mentali: sognava dei topi, di notte li sentiva in camera sua, e per mesi, i mesi prima del suo matrimonio, aveva dormito sul divano in sala. Immagino che con le nozze quei fottuti topi sparirono.”
E così, subito,  spariscono anche dal racconto.

Uno scrittore che ne ha preso velatamente in giro un altro, molto più famoso, in un suo libro, si trova ad essere portato in alto nelle critiche, sui giornali, proprio dalla vittima della sua satira.  Durante una festa la padrona di casa, una contessa, gli dice che qualcuno vuole incontrarlo. E lui subito crede che si tratti dell’altro e che voglia ucciderlo. “Dev’essere armato” pensa. Il giorno dopo telefona diverse volte a casa dello scrittore più famoso. Gli risponde una ragazza.
Poco ci viene detto dei due scrittori, nemmeno il nome: sono B, quello meno noto, e A. Tanto meno della ragazza. Bolaño accenna solo a una situazione piuttosto scontata: lei è più giovane dello scrittore famoso, “probabilmente energica, decisa a crearsi uno spazio nella vita di A e a farlo rispettare”. Ma dopo aver risposto al telefono ed essere rimasta in silenzio ad ascoltare, “con un gesto che si indovina lento e riflessivo” la donna riattacca.
Con un gesto che si indovina lento e riflessivo! In un film proiettato a massima velocità, improvvisamente un’unica scena viene  rallentata.

E’ come se una mente che cerchi di rappresentare se stessa vi riuscisse solo nei dettagli più infimi, aberranti o comunque improbabili. Qualcosa di molto simile succede nel cinema di David Lynch.

Eppure, in questo affollarsi fitto di nulla e di nullità, si aprono ogni tanto momenti di grazia. O illuminazione, rivelazione, conoscenza. Oppure è solo l’intuizione della scomparsa vicina.

Joanna Silvestri, per esempio, è sul set. “Io ero concentrata sul lavoro – Dice – e per di più, a causa della mia posizione, non potevo vedere cosa succedeva intorno a me”.  In quel momento arriva qualcuno.  Si tratta di Jack Holmes, che da tempo nessuno più incontrava. “E allora sul set calò il silenzio, non un silenzio pesante, non un silenzio di quelli che preannunciano brutte notizie, ma un silenzio luminoso, se posso definirlo così, un silenzio d’acqua che cade al rallentatore, e io sentii quel silenzio e pensai dev’essere per come sto bene, per come sono belli questi giorni in California”. E poi “ricordo che guardai con la coda dell’occhio le sagome intorno a noi nella zona d’ombra, tutte immobili, tutte pietrificate, questo fu esattamente quello che pensai: sono rimasti pietrificati, dev’essere un produttore veramente importante… ma pensai anche: può darsi che non sia un produttore, può darsi che sia entrato un angelo, e proprio allora lo vidi.”
Il tutto è intervallato dalla descrizione dell’orgasmo raggiunto, in quell’istante, dai due attori che accompagnano Joanna in quella scena. Come faccia Bolaño a mescolare un doppio orgasmo, sul set di un film porno, quanto di più abusato si possa immaginare, a un momento di estasi, questo riguarda la sua maestria. Che fa da contraltare a tanta sprezzatura.

Ma simili istanti di conoscenza, in cui la mente riesce e contemporaneamente rinuncia a rappresentare se stessa, in genere non sono il fine del racconto, come per altri scrittori, ma picchi da cui si è costretti a guardare a tutto il resto: a quell’ammasso di storie sconclusionate, di personaggi improbabili che si perdono e ritrovano senza molto senso. E qui Ćechov, che al libro dà l’epigrafe, è davvero vicino.

Uno dei racconti più sgangherati di “Chiamate telefoniche” si intitola “Un altro racconto russo”.
Un coscritto della divisione azzurra spagnola combatte, durante la seconda guerra mondiale, sul fronte russo. E’ un andaluso, viene da Siviglia. Nella sua testa la parola coscritto, il modo in cui tutti gli si rivolgono, comincia a trasformarsi nella parola corista. E per coincidenza, nel ’41, mentre i Russi attaccano, si trova anche a dirigere il coro dei canti natalizi. Poi viene ferito e curato in un ospedale militare di Riga. Ma per errore invece di essere rispedito alla sua divisione, viene mandato a un battaglione tedesco di retroguardia, SS che si occupano di interrogatori. Lo mettono a pulire i pavimenti. Torna a sentirsi nient’altro che un coscritto. I Russi prendono la caserma. Passano per le armi la maggior parte dei nemici. Cercano di interrogare il sivigliano senza capirci nulla. Gli pinzano la lingua con un paio di tenaglie che i tedeschi riservavano a ben altre parti anatomiche. Quello inizia a urlare “cazzo”, tra le lacrime. E un russo che conosce un po’ di tedesco capisce kunst, cioè artista, in quella lingua. Fermi, dice ai compagni, dev’essere una specie di artista.
Dunque,  un sivigliano, cui stanno strappando la lingua con una tenaglia destinata ad altre parti anatomiche, se ne esce in qualche modo con la parola artista, ma lui vorrebbe urlare cazzo, e questo gli salva la vita.

Il cazzo e l’arte. I poeti Arturo Belano, Ulisses Lima e José Garcia Madeiro, insieme alla giovane prostituta Lupe, sono in una macchina diretti verso i deserti di Sonora, nel nord del Messico. E’ il capitolo più strabiliante del romanzo di  Bolaño “I detective selvaggi”.
Quando arriviamo a leggerlo, dopo più di 600 pagine, di due dei personaggi nell’auto, Arturo Belano e Ulisses Lima, conosciamo già tutta la vita successiva a quel momento: una sfilza di fallimenti sospesi tra il grottesco e la tragedia; di un altro, Juan Garcia Madeiro, dubitiamo ormai che sia mai esistito. Ma tant’è, adesso sono tutti nella stessa macchina e per passare il tempo fanno un gioco.
Garcia Madeiro sottopone gli altri a una specie di quiz sulla poesia. Nomina figure retoriche, generi di componimento poetico, metri impiegati raramente, e aspetta che qualcuno gli spieghi di cosa si tratta. Dopo poco, quasi a controbilanciare questo surreale interrogatorio, la piccola, bella ma inquietane Lupe entra nel gioco: lei fa domande su parole provenienti dalla lingua della strada, dal gergo dei papponi di Città del Messico. E se uno vuol sapere cos’è un chiasmo o un’alcaica, l’altra chiede di super carranza e inchiumare.

E la macchina procede sparata nel deserto, con a bordo queste strane divinità, che si interrogano sulla lingua, nel momento in cui nasce, per strada o in un bordello, e nel momento in cui muore e si trasfigura, nelle stanze di un’accademia. Si interrogano sull’esistenza. Ma per gioco, mai sul serio.
Anche se un’ombra sembra seguirli.

Perché l’espressione, per essere compiuta, ha bisogno di un binario su cui correre, fatto di due rotaie:  sublime e triviale, maestria e sprezzatura; il cazzo e l’arte!

Che fine farà Joanna Silvestri il racconto non lo dice. La lascia lì, nella clinica Les Trapèzes di Nîmes, a parlare con il suo detective, che intanto le guarda il profilo delle gambe, sotto le coperte.
Siamo due fantasmi, è l’ultima cosa che pensa lei, ma se ne resta zitta, per non fare male a quell’uomo, che le sembra buono: “E poi, chi mi dice che non lo sappia già?”.

Moana Pozzi è morta nel ’94 in una clinica francese, non di Aids ma di una malattia al fegato. Sembra ormai provato.
Attendendo un trapianto di fegato, in una clinica, morirà anche Roberto Bolaño, 9 anni dopo di lei, 7 dopo aver scritto il racconto Joanna Silvestri.

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Viale delle provincie 196, risponde okkupato. (VIDEO)

Le guardie giurate se ne sono andate e sono rimasti solo gli occupanti, a fare la loro prima assemblea nel palazzo che fu dell’Inpdai, l’Istituto Nazionale Previdenza Dirigenti d’Azienda, in Viale delle Provincie 196.

L’edificio lo tenevo d’occhio da un po’ di tempo. Grande, abbandonato, non lontano da dove vivo. Edilizia degli anni 60. Sarà pieno d’amianto, mi dicevo. Un ampio parcheggio che avrebbe fatto gola a molti, in una zona sovrappopolata; sullo sfondo anche l’ingresso di un garage.
E ogni giorno, solo un’auto posteggiata al di là del cancello.

Si trattava di vigilantes. Me lo hanno raccontato i negozianti della zona: stanno lì per impedire l’occupazione di un immobile vuoto da anni.
Il palazzo l’ho ritrovato sul sito del Fip, il Fondo immobili pubblici. Commercializza il patrimonio dello stato che si è deciso di vendere. Una nota aggiunge che, per questo edificio, la trattativa è conclusa.
Mi stavo giusto chiedendo cosa ne sarebbe stato del palazzo fantasma, alto 8 piani più uno interrato, composto da due corpi comunicanti tra loro, con un’autorimessa di 34 posti auto, dove per anni si sono recati i titolari di azienda per chiedere dilazioni nel pagamento di crediti verso l’Inpdai, quando oggi, verso mezzogiorno, ho visto la lunga fila di gente, romani e immigrati, uomini, donne, bambini, giovani e anziani, attraversare a passo spedito Viale delle Provincie.
Ho capito e ho cominciato a riprendere.

Le guardie giurate sono state fatte uscire poco dopo, in macchina, quella che ho visto sempre lì, giorno per giorno durante mesi. Qualcuno sostiene che sono state rapidamente dissuase dal mettere mano alla pistola. Fuori dai cancelli arriva la polizia.
Ci parla Paolo di Vetta, dei Blocchi precari metropolitani. Dice che non è solo qui, che ci sono occupazioni in corso in altre 8 zone di Roma. Per sottrarre case alla speculazione e darle a chi ne ha bisogno, aggiunge.

Parlo a telefono con Massimo Livi, della Dtz, la società che si occupava dell’intermediazione nella vendita dell’immobile.  La trattativa era conclusa -mi assicura –  però mancava ancora il rogito. L’acquirente, un fondo d’investimento immobiliare, era in attesa di notizie dal comune di Roma, di una modifica nella destinazione d’uso.

E adesso? Chiedo. Adesso niente, risponde. non si concluderà più nulla. Queste occupazioni vanno avanti per anni. E mi cita il caso del palazzo della Siae, in Via Valadier; quello di Viale del Policlinico.

Insomma, vendere il patrimonio pubblico, una delle ricette miracolose per il risanamento dei conti pubblici, in un momento di crisi economica, non è una cosa così semplice come sembrava.

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