Archivio mensile:ottobre 2012

Il moltiplicatore di Napoli

A un certo punto ho iniziato a dargli del voi. E’ stato più forte di me. La conversazione prendeva quella piega. Non c’era nulla da fare.

Ma voi davvero dite?

E come no

Si era sulla tangenziale di Napoli, tradizionalmente ricolma di traffico, verso le sei di sera.  Eravamo andati con la troupe a girare un servizio su una squadra di calcio locale che ha deciso di schierarsi per la legalità, scegliendo come sponsor una nota associazione che lotta contro la camorra. L’eterno ritorno, da queste parti.
L’operatore guidava la macchina: né giovane né vecchio, né magro né grasso, gli occhi chiari e trasparenti, i capelli radi e quel po’ di barba con qualche filo d’argento; a un certo punto il traffico si è congelato e lui ha detto:

Sapete perché la tangenziale è sempre trafficata?

Beh…

Io ho studiato da geometra e il nostro professore di topografia ci insegnava che, nel costruire una tangenziale, il numero delle corsie e la frequenza e larghezza degli svincoli sono programmati in base a criteri precisi, tenendo conto della popolazione, del numero di auto in circolazione…

Lo immagino, certo

Ma poi tutti questi dati vanno moltiplicati per un coefficiente, che è quello della crescita prevista della popolazione nei decenni seguenti

Si

E l’ingegnere che ha progettato la tangenziale di Napoli si è dimenticato di fare la moltiplicazione

Il muro di macchine è percorso da un brivido. Una scossa leggera. Anche la nostra auto avanza ma non molto. I soliti due metri.

Ma voi davvero dite?

E come no

Il fatto è che io mi immagino subito di trasformare la storia in un servizio per la televisione. Rintracciamo uno di quelli che hanno partecipato alla progettazione e lui, ormai vecchissimo, punta il dito nodoso verso la telecamera e gracchia: Quello si dimenticò di moltiplicare…

Dunque  approfondisco.  Ma voi come lo sapete?

Il mio professore di topografia, l’ingegner Salerno – risponde – era figlio di uno dei progettisti della tangenziale e ci diceva che glielo raccontava sempre suo padre: il responsabile del progetto aveva dimenticato il coefficiente di crescita. E dirò di più…

Dite

Era un milanese! Un ingegnere di Milano

State dicendo che se siamo qui, bloccati nel traffico, e non arriveremo in sede in tempo per il turno di montaggio, la colpa è di un milanese che ha dimenticato di fare una moltiplicazione?

Eh….

E a questo punto è partito con una serie di altri particolari: il padre dell’ingegner Salerno, il suo professore, ingegner Salerno anche il padre, immaginino io, oltre che far parte del gruppo che aveva costruito la tangenziale, con tanto risultato, produceva anche i tombini per la città, insieme a Pomicino, si, proprio lui, il politico, infatti, a Napoli, su tutti i tombini, potete leggere “Pomicino e Salerno”…

E ancora, ancora. Moltiplicando aneddoti e storie.

Tanto che io, tornato in albergo, molto tardi, non sono andato a verificare nulla: i progettisti della tangenziale, il coefficiente da moltiplicare, i tombini, i politici…

E’ così e basta.

Perché così parlò…

Come si chiamava?

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Lo spirito di El Charro

A tavola, durante uno di quei silenzi che inevitabilmente accompagnano i pranzi su una nave, dove gli eventi nuovi non sono molti, il mio collega Luciano se ne è uscito così: “Ma lo sapete che io sono amico di quello che aveva fondato El Charro. Sapete cosa fa ora?”
Questa, per quanto mi riguarda, è una seconda puntata. Per la prima bisogna tornare indietro di cinque anni.

Il fondatore di El Charro  lo avevo incontrato in un monastero tra le montagne dell’Umbria, la Romita, lì dove presto mi sarei sposato e dove andavamo circa due volte al mese, con la mia fidanzata, per prepararci all’evento.

Da adolescente una cinta del Charro non l’ho mai avuta, tanto meno un paio di stivali. Lo confesso, in quell’epoca remota mi dispiaceva. A casa mia vigeva una strana regola: le marche (Marina Yachting, Best Company, Lloyd possibilmente giallo, ricordate?) erano tenute in gran conto (ti abbiamo regalato una felpa della Best Company!) ma spesso aggirate con i tarocchi. E, sarà perché nemmeno gli originali erano un gran che, ma i falsi EL Charro erano davvero orridi. Non c’era nulla da fare: non si potevano portare.

Così quando il tipo con i capelli bianchi lunghi, legati a coda di cavallo, i sandali di cuoio, la figura scarna e l’aria da novizio, seduto a tavola accanto al frate che ci avrebbe sposato, ha detto: “Io, da giovane, sono stato l’inventore del marchio El Charro”, ho provato un segreto senso di soddisfazione.
Ecco, mi sono detto, la cinta mai, vabbè… ma un giorno doveva toccare a me di conoscere lui in persona,  l’inventore, quello che a lungo ha contribuito a tracciare la linea tra figo e sfigato.  Le uniche due forme dell’essere note negli anni 80.

L’inventore di El Charro, Marcello, un uomo estremamente affabile e comunicativo, ci ha raccontato che aveva venduto il marchio in tempo, prima che passasse di moda, ai giapponesi. Con i soldi fatti se ne era andato in Brasile e aveva aperto un albergo sulle palafitte, nella foresta amazzonica. Un albergo illuminato solo con candele, uno di quei posti dove gli ultravip vanno quando sono in vena di stranezze. Credo che ci abbia nominato anche un paio di ospiti eccelsi, forse perfino Madonna o Bruce Willis, mentre io continuavo a ripetermi: Ah gli anni 80…

Adesso era tornato dall’Amazzonia, dopo aver venduto l’albergo infrascato, con un nuovo progetto: aprire un resort dello spirito, aconfessionale però, un posto dove ritrovare il contatto con qualsiasi Dio ti passasse per la testa, dove si sarebbe potuti restare senza pagare, lasciando alla fine un’offerta proporzionale alla pace conquistata o all’illuminazione raggiunta, secondo il caso. Un posto da Sting, insomma.
Ci ha detto che lui aveva un raggio laser nella testa, che vedeva in anticipo cosa avrebbe avuto successo e che quando formulava un progetto nulla lo poteva fermare. Ecco perché era lì: voleva comprarsi La Romita, il monastero dove noi volevamo sposarci.
Il monaco lo guardava con simpatia e diffidenza, come si guarderebbe un cucciolo di tigre che ti viene a leccare il latte nella mano. Naturalmente non aveva alcuna intenzione di vendere il monastero, che si era ricostruito da solo e dove solo viveva, da eremita.
Ma ogni volta ecco di nuovo lì Marcello, con il suo laser nella testa e la sua serena determinazione.

Dopo sposati, essendo tornati al monastero e non avendo più saputo nulla di lui, uno dei tormentoni tra me e mia moglie è diventato, inevitabilmente: ma che fine avrà fatto il tipo strano di El Charro?

E così la risposta doveva arrivarmi su una nave, in mezzo al Mar Arabico.
Marcello ha creato il suo resort. Aprirà presto a Parrano, in Umbria. Assomiglia – mi dicono – molto alla Romita. Con le cellette spartane allineate in fila lungo un grande corridoio, un patio, la cappelletta, l’orto.  Non so se davvero sarà gratuito, con l’invito a lasciare un’offerta alla partenza. Non so se avrà il successo sperato, se Sting vi scriverà una nuova canzone o addirittura un album in stile francescano.

Direi che così esce dalla mia vita un uomo singolare. Uno con il suo raggio laser nella testa, idee originali e la capacità di realizzarle. Con le sue invenzioni straordinarie ma così superflue che non è possibile sentirne la mancanza, una vola passate. Come per gli anni 80.

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Il codice dell’anima, in breve

Tu sei solo alle prese con il tuo demonio. Altro che anima.

Il codice dell’anima
di James Hillman
Adelphi pag. 409

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