La statua che nacque due volte

Spiegare la botta di simpatia che mi prese per l’odiatissima statua di Papa Giovanni Paolo II, installata a Roma, davanti alla stazione Termini, circa un anno fa, non è facilissimo.

Dovessi dire che mi sembrava la migliore vendetta contro la facile oleografia che aveva accompagnato la morte del Papa, oleografia transitata nelle foto di migliaia di cellulari, scattate davanti al feretro, e poi passata sui cartelloni pubblicitari, non coglierei nel segno.  Dovessi parlare della mia insofferenza per i gusti estetici dei Romani, nemmeno.

Quella statua non mi piaceva contro qualcuno o qualcosa. Mi piaceva in sé e per sé.
Irrimediabilmente brutta, sembrava scappata fuori da tutti gli schemi che potevano prevederla.
Venuta male, mi ispirava la tenerezza delle cose che nascono storte. Si era sottratta – mi pareva – al proprio destino: di diventare una delle tante statue urbane a cui nessuno si sognerebbe di dare mai uno sguardo: come la statua equestre di Vittorio Emanuele II; come quella di Cavour; come i busti del Pincio o del Gianicolo; come le tante statue di granatieri, fanti, finanzieri, che si incrociano nelle piazze, cercando sempre di non sbatterci contro. Al contrario: aveva fatto come Pinocchio, concepito sì per diventare un burattino che balla e recita ma non certo per prendere vita, scapparsene via e iniziare a far monellerie e linguacce alla gente.
Ed era questa indipendenza, non certo la bruttezza, che nessuno le perdonava: grossa, senza forma, con una testa cilindrica e corrucciata, è subito stata paragonata a un’immagine di Mussolini. A me ricordava di più l’uomo di latta del mago di Oz, anche lui con la testa cilindrica e senza espressione, non perché cattivo ma perché convinto di non avere un cuore.

Potevano tollerare i romani una statua del Papa senza cuore? No.
E nessuno che abbia provato un poco di pietà. Dajje al mostro, è stato il grido corale.

Ma cos’altro poteva arrivare lì, di giusto, di esatto, di naturale, mi domando io, se non un mostro? Lì, davanti alla stazione Termini,  tra i negozi di chincaglierie cinesi e i fast food fusion; tra la massa di turisti sandalopodi e sudati e i treni vecchi di cent’anni e perennemente in ritardo; tra i marciapiedi zozzissimi e il traffico espressionista?

In questo mondo straniato e irriconoscibile è piombata una statua altrettanto straniata e irriconoscibile, per esserne il pastore e il patrono.
Vabbè, dirà qualcuno, ma cosa c’entra tutto questo con l’oggetto della rappresentazione: Papa Giovanni Paolo II? Eppure, anche qui, mi pare che nella statua fosse filtrato qualcosa dell’ultimo periodo di vita del Papa: la malattia, il corpo diventato grosso e ingovernabile, il dubbio sui giorni passati legato alle macchine, il coma. Tutte cose che per me fanno parte dell’estrema umanità di quel pontefice.

Cava nel centro, a simulare l’apertura di un manto, la statua è stata accostata a una garitta. E subito qualcuno l’ha immaginata, con disprezzo, come ricovero per vagabondi. E qui non c’è niente da aggiungere.
L’immagine notturna dell’opera mostruosa, odiata da tutti, e del clochard, che si fanno compagnia alla luce della luna, sconfina in un’altra oleografia, simmetrica e opposta a quella di cui abbiamo parlato prima.

Ora la statua verrà inaugurata di nuovo.  Ha un’espressione benevola.  Da oggi nessuno la degnerà più della minima attenzione. Fatta per essere dimenticata, come ogni brava statua di città.
Tranne che in un particolare: il sorriso affiorato è più vicino a quello di Alberto Sordi che a quello del Papa.

Sembra dire ai romani: “Ma n’aavevate capito ch’era tutto ‘no scherzo?  Annate, va’… circolare, sù, circolare”

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