Archivio mensile:agosto 2012

Il fascismo e Elsa Morante

Un amico mi fa visitare una casa colonica dei primi del 900 nelle campagne del litorale romano. Mi mostra le pareti spesse, le grosse travi di legno che sostengono il soffitto, i due patii, che guardano uno a oriente e l’altro a occidente, quindi l’alba e il tramonto.  Fa fresco anche se fuori ci saranno 40 gradi.
L’amico dice: però, le sapevano costruire le case. Si parla tanto male del fascismo ma certe cose le facevano come si deve.
Eh già. Lì, in quella bella casa, non riesco a replicare. E poi qualcosa risuona. Amo l’architettura del Foro Italico e dell’Eur, soprattutto il Palazzo delle Civiltà. Quindi ci penso. La risposta arriva facile e da sé, col tempo: il vizio del fascismo era tutto nella parola e nel gesto. I discorsi di Mussolini. La sua mimica.  Quella supposta grandezza disponeva forse di  architetti e  artisti adeguati. Forse perfino di scienziati. Ma la lingua era quella di una nazione rimasta indietro, una provincia composta a sua volta di tante provincie. E la lingua, si sa, è tutto.

Mi capita fra le mani un libro di Stefan Zweig, lo scrittore che ha narrato la fine dell’impero austroungarico, su Erasmo da Rotterdam. La traduzione italiana è del 1937.  Leggo il risvolto di copertina:
Stefan Zweig, l’ultramoderno creatore di novelle, l’acuto autore di saggi critici, il trascinante interprete psicologico della storia….
Il fascismo. Gli annunci dell’Eiar.
Chiunque ricorda alle elementari o al liceo la fobia degli insegnanti per gli aggettivi.  Ancora nelle scuole di giornalismo e nei libri su come si scrive, la prima esortazione è sempre quella: limitare gli aggettivi.  Una fuga dal fascismo e dalla sua ridondanza. Che poi era un modo per ribadire, sottolineare, affermare. Insomma, una forma di insicurezza.

Anche la scrittura italiana degli anni ’50 e ’60, in gran parte, è un tentativo di inventare una lingua nuova e allontanarsi da quella del fascismo: i dialetti di Gadda,  la controparodia chic di Arbasino, l’ironia di Moravia.

Prendiamo invece l’inizio di Menzogna e Sortilegio, il primo romanzo di Elsa Morante, del 1948:
Guardo la gracile, nervosa persona infagottata nel solito abito rossigno. Le nere trecce torreggianti sul suo capo in una foggia antiquata e negligente, il suo volto patito, con la pelle alquanto scura e gli occhi grandi e accesi, che paion sempre aspettare incanti e apparizioni.

Non voglio dire che la prosa di Elsa Morante sia quella del fascismo. Ma è l’unica ad essere partita proprio da lì, come dal punto più naturale. Con un gesto da maga, ha afferrato, per la punta delle dita, quel tessuto pacchiano e sporco di sangue e lo ha rovesciato in uno scialle variopinto e pieno di storie. Ha capito che quello stile poteva essere piegato a raccontare favole fantastiche. Molto dell’umorismo dei libri della Morante nasce dal contrasto tra una scritttura altisonante e i protagonisti dei romanzi: prostitute, nobili decaduti, poveri diavoli innamorati senza speranza, ragazzini ignari di tutto.
L’italia come era e l’Italia come si era sognata.

Non voglio seguire adesso tutti gli sviluppi e gli esiti di quello stile.
Voglio solo dire che Menzogna e Sortilegio mi sembra, di conseguenza, il romanzo italiano piu’ bello del secondo dopoguerra, la Morante lo scrittore più importante. Ancora oggi, a cento anni dalla sua nascita.

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