La signora Bathurst e la televisione

La signora Bathurst scende da un treno, in Europa, agli inizi del novecento. Fino a poco tempo prima gestiva un ritrovo per marinai ad Auckland, in Nuova Zelanda: birra e ragazze facili. Ora sta cercando qualcuno, un uomo, lo si vede chiaramente dal suo sguardo vagante (e un po’ miope).
Fa qualche passo incerto nella nostra direzione, al braccio una borsetta a rete. Ed esce dallo schermo. 
E’ l’inizio di una storia molto più grande di lei, anche se bisogna ammettere che pure la sua non è niente male.
La storia del cinema.

Tutti i nuovi mezzi di espressione, inventati dalla metà dell’800 a oggi, sono stati accolti trionfalmente da chi c’era già. Il cinema addirittura come la decima arte o settima musa. La fotografia ha unito artisti, giornalisti e anonimi consumatori di polaroid, fianco a fianco, per un resoconto in immagini del secolo, e nessun pittore si è mai sognato di snobbarla. La radio è un mito sia se utilizzata per i sofisticati scherzi di Orson Welles, sia quando tiene informate le staffette partigiane durante la guerra, sia se trasmette canzoni leggere, con la saggezza che solo un dj sa di possedere.  La rete, poi, non ne parliamo: strumento di libertà per molte primavere.

Tutti tranne la televisione, che ha sempre suscitato un certo ribrezzo. Come in una bella casa, i bagni.
Certo, ci sono stati vari tentativi di rivalutazione. Ma ancora oggi il modo più sicuro per screditare e affondare un libro è piazzarci la foto dell’autore, noto personaggio televisivo. Si raccomanda di non farne vedere troppa ai bambini . Grillo esorta i suoi a non frequentarla.
Il massimo che le si riconosce, unanimemente, è di riuscire ad evocare, anche solo con una sigla, la fisicità di una stagione passata. Ma in modo inconscio, irriflesso, senza nessun vero merito.

Perchè?
Non c’è una sola spiegazione che regga. Nessuno può parlare ininterrottamente per 24 ore senza infilare un mucchio di sciocchezze? Vabbè, ma allora anche la radio… La televisione è spesso fatta in modo approssimativo e con scarsa preparazione e pochi mezzi? Come molto cinema. E’ uno scatolone dove si trova tutto e il contrario di tutto, in cui ognuno cerca di mettersi, per quanto può, in mostra? Me ne viene in mente subito un altro, di scatolone. Lo sto usando per scrivere.
E allora? Boh. A volte è questione di nascita, destino.

Resta da capire come faccio a sapere tante cose di  una delle figure in bianco e nero su quel telo, che camminano verso di noi, all’inizio della storia del cinema. Le so perché la signora Bathurst è la protagonista di un racconto di Kipling. Lo scrittore, senza conoscere nulla del glorioso futuro che aspettava la nuova invenzione, dei molti film che avrebbero tirato fuori proprio dai suoi racconti, ha voluto infilare immediatamente un suo personaggio dentro quel primissimo film. Per battere tutti. Tanto si era innamorato della novità.

Ma c’è una cosa che Kipling davvero non poteva supporre. Ed è questa: la signora Bathurst, titolare di un bordello, amica di marinai, innamorata di uno di loro, appena ne avrà l’occasione, dedicherà ogni istante del suo tempo a guardare la televisione, prima, poi a parteciparvi direttamente, intervenendo come figurante, concorrente, animatrice di dibattiti. Dimenticandosi di cinema e letteratura. Lei, insieme a tutta la ciurma dei marinai suoi amici.
Una bella vendetta per una che, in fondo, era destinata a rimanere solo un personaggio, a impersonare le fantasie romantiche e decadenti di qualcun altro, e in genere a finir male, no?

Allora penso che forse è tutta una questione di potere. Di chi ce l’ha vermente. E della rabbia che può nascere quando qualcuno, inaspettatamente, se lo prende.

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