Archivio mensile:maggio 2012

Underworld, in breve

La rieducazione di un ragazzo che, per gioco e per sbaglio, ha sparato a un uomo e lo ha ucciso, incarnando il desiderio di una nazione. Imparerà a prendersi cura di sé e degli altri, cioè a differenziare la spazzatura: mondo infero e inconscio di ognuno.
La palla da baseball non c’entra quasi nulla: è solo una miccia per bombe atomiche.

Underworld, di Don DeLillo
Einaudi, pag. 886

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I comunisti cimiteriali

FORNERO SIAMO IN LOTTA
CI VEDIAMO A PRIMA PORTA.

Lo slogan, grande scritta nera su un muro, accompagnata all’inizio e alla fine da falce e martello rosse, mi fa sobbalzare all’interno dell’auto. In questo momento di ritorno del terrorismo, mi sembra una provocazione inaccettabile.

Nulla di tutto questo. Leggendo meglio, mi accorgo che alla scritta si accompagna un manifesto dei lavoratori del cimitero di Prima Porta. Come tutti hanno diritto a portare avanti le proprie rivendicazioni e ad invitare il ministro sul posto in cui lavorano: il più grande cimitero di Roma. Che vada lì come è stata all’Alenia. Non è colpa loro se qualsiasi invito fanno finisce per risultare vagamente minaccioso. Mica siamo in un film di Totò.

Però, visto che gli autori del manifesto si definiscono sia comunisti che lavoratori cimiteriali, la fantasia si mette in moto e immagina subito il movimento dei “Comunisti cimiteriali”.  Sarebbe un’offerta politica interessante, oggi, in Italia. Appena un pizzico più retrò (non voglio dire a destra o a sinistra) del Pd. Con un programma di seria rivalutazione della più sobria tradizione del Pc anni 70 e magari una cupa espressione di Breznev, accigliato, in alto a destra, nel logo. Sarebbe anche un ironico ammiccamento alle fantasie dell’Italia berlusconiana, ormai in rotta.

Subito dopo mi viene in mente che sarebbe meglio farci un film. Un musical-horror-politico, prodotto, inevitabilmente, da Nanni Moretti, con la regia di Sam Raimi.  Il ministro Fornero, già di per sé un volto goticheggiante, magari trasformata in avatar digitale, va finalmente a fare visita a Prima Porta. E’ in lacrime. Ma alla protesta montante si uniscono gli zombies…

Mi riprendo. Sono ancora in macchina, per fortuna non ho fatto incidenti, Prima Porta si allontana alle mie spalle. Sono in Italia, nel 2012, e la radio trasmette i risultati delle elezioni.
Un esercito di grillini -dice l’apparecchio – appena conquistata Stalingrado, è pronto a marciare su Berlino. Confortato, in questo, dal primo commento politico, dopo il voto, del suo fondatore. 

Forza belin!  

Mi scuso con i lavoratori di Prima Porta se ho preso spunto da un loro manifesto per questo scherzo. Ho il massimo rispetto  per le loro richieste, anche senza conoscerle approfonditamente.

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L’Europa sognata da Beckett

L’ Europa di oggi sembra progettata dal grande scrittore irlandese. Togliendo qualche soggetto, i vertici che si svolgono a Bruxelles assomigliano molto a questo:

– Faremo di tutto per salvarla
–  Chi?
– La nazione che bisogna assolutamente salvare
– E se non si salva?
– Allora deve uscire
– Se esce, gli altri si salveranno?
– Non si sa
– Se invece resta, si salveranno?
– Neanche questo si sa
– Allora, perché salvarla?
– Chi?

Può venire il panico: di dover per forza restare insieme. O di doversi per forza separare. O che alcuni resteranno insieme e altri saranno buttati a mare.

Il panico di tutto.

Ma, per lo più, la platea resta indifferente. Tutti, in Europa, fanno finta che l’Europa unita riguardi gli altri.  Sia stata fatta male da altri. Andrà in pezzi per gli altri.
Nessuno che provi a spiegare come la vorrebbe, questa Europa. Come la farebbe lui.
Pochi hanno il coraggio di affermare che sarebbe meglio tornare alle singole nazioni e, forse, anche alle guerre tra l’una e l’altra. In generale l’Unione è un argomento da cui sembra prudente stare alla larga. Tanto, in fondo, riguarda sempre gli altri. 

In realtà mai una generazione è cresciuta dentro l’Europa come questa: scambiando esperienze di studio, di viaggio, di lavoro. Considerando ogni stato come una possibile casa.

Lo spettacolo più impressionante sono gli scrittori. Dovrebbero essere la coscienza critica di un processo unitario . Oggi, per uno scrittore francese è molto più comune occuparsi dei diritti negati in Cina, della difficile situazione russa o della primavera araba che dell’uscita della Grecia dall’Euro. Per uno Italiano va bene anche il tracciato di una ferrovia, lo sgombero di un centro sociale o l’eccessivo spazio dato dai media a un collega poco amato.
Vederli che si accalorano per gli espropri in Val di Susa mentre il castello di carte dell’Unione rischia di volare via e una sua prima tessera già scivola verso probabili dittature, fa la stessa impressione che trovarsi su una spiaggia minacciata da un’onda immensa e vedere i bagnanti discutere delle alghe rastrellate male.

Ci sono alcune generazioni a cui tocca di vedere i propri ideali sbriciolati e calpestati più che ad altre.  E’ la strada verso cui sembra incamminarsi la nostra. Ma, a differenza di altre, non è nemmeno capace di ammettere che erano stati i suoi ideali.

Del resto, è o non è l’Europa songata da Samuel Beckett?

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I detective selvaggi, in breve

Lunga indagine sulla vita di due detective e validi poeti che, invece di trovare un assassino, trovano la vittima, venerata poetessa, e conducono da lei l’assassino.

I detective selvaggi, di Roberto Bolano
Sellerio editore. Pag. 843

La signora Bathurst e la televisione

La signora Bathurst scende da un treno, in Europa, agli inizi del novecento. Fino a poco tempo prima gestiva un ritrovo per marinai ad Auckland, in Nuova Zelanda: birra e ragazze facili. Ora sta cercando qualcuno, un uomo, lo si vede chiaramente dal suo sguardo vagante (e un po’ miope).
Fa qualche passo incerto nella nostra direzione, al braccio una borsetta a rete. Ed esce dallo schermo. 
E’ l’inizio di una storia molto più grande di lei, anche se bisogna ammettere che pure la sua non è niente male.
La storia del cinema.

Tutti i nuovi mezzi di espressione, inventati dalla metà dell’800 a oggi, sono stati accolti trionfalmente da chi c’era già. Il cinema addirittura come la decima arte o settima musa. La fotografia ha unito artisti, giornalisti e anonimi consumatori di polaroid, fianco a fianco, per un resoconto in immagini del secolo, e nessun pittore si è mai sognato di snobbarla. La radio è un mito sia se utilizzata per i sofisticati scherzi di Orson Welles, sia quando tiene informate le staffette partigiane durante la guerra, sia se trasmette canzoni leggere, con la saggezza che solo un dj sa di possedere.  La rete, poi, non ne parliamo: strumento di libertà per molte primavere.

Tutti tranne la televisione, che ha sempre suscitato un certo ribrezzo. Come in una bella casa, i bagni.
Certo, ci sono stati vari tentativi di rivalutazione. Ma ancora oggi il modo più sicuro per screditare e affondare un libro è piazzarci la foto dell’autore, noto personaggio televisivo. Si raccomanda di non farne vedere troppa ai bambini . Grillo esorta i suoi a non frequentarla.
Il massimo che le si riconosce, unanimemente, è di riuscire ad evocare, anche solo con una sigla, la fisicità di una stagione passata. Ma in modo inconscio, irriflesso, senza nessun vero merito.

Perchè?
Non c’è una sola spiegazione che regga. Nessuno può parlare ininterrottamente per 24 ore senza infilare un mucchio di sciocchezze? Vabbè, ma allora anche la radio… La televisione è spesso fatta in modo approssimativo e con scarsa preparazione e pochi mezzi? Come molto cinema. E’ uno scatolone dove si trova tutto e il contrario di tutto, in cui ognuno cerca di mettersi, per quanto può, in mostra? Me ne viene in mente subito un altro, di scatolone. Lo sto usando per scrivere.
E allora? Boh. A volte è questione di nascita, destino.

Resta da capire come faccio a sapere tante cose di  una delle figure in bianco e nero su quel telo, che camminano verso di noi, all’inizio della storia del cinema. Le so perché la signora Bathurst è la protagonista di un racconto di Kipling. Lo scrittore, senza conoscere nulla del glorioso futuro che aspettava la nuova invenzione, dei molti film che avrebbero tirato fuori proprio dai suoi racconti, ha voluto infilare immediatamente un suo personaggio dentro quel primissimo film. Per battere tutti. Tanto si era innamorato della novità.

Ma c’è una cosa che Kipling davvero non poteva supporre. Ed è questa: la signora Bathurst, titolare di un bordello, amica di marinai, innamorata di uno di loro, appena ne avrà l’occasione, dedicherà ogni istante del suo tempo a guardare la televisione, prima, poi a parteciparvi direttamente, intervenendo come figurante, concorrente, animatrice di dibattiti. Dimenticandosi di cinema e letteratura. Lei, insieme a tutta la ciurma dei marinai suoi amici.
Una bella vendetta per una che, in fondo, era destinata a rimanere solo un personaggio, a impersonare le fantasie romantiche e decadenti di qualcun altro, e in genere a finir male, no?

Allora penso che forse è tutta una questione di potere. Di chi ce l’ha vermente. E della rabbia che può nascere quando qualcuno, inaspettatamente, se lo prende.