illeggibile

Sto leggendo Kant. Cosa ti sei portato da leggere? Leibniz. Hai letto anche le ultime cose che ha scritto Aristotele o solo i primi libri?  Queste affermazioni o domande, comunque possibili, suonano abbastanza stonate. Sebbene leggere sia indispensabile per conoscere la filosofia, questa non si esaurisce nella lettura. Si può studiare, meditare, apprendere, discutere, tramandare. E’ oggetto di ricerca. Se ne può avere una, senza aver letto una riga. 

Vale anche per la letteratura: ha a che vedere con la lettura. Ma fino a un certo punto. Non è detto che sia – sempre – un affare per lettori. Oggi, anni in cui alla lettura viene assegnato un valore positivo a metà tra i voti buoni a scuola e la più sfacciata propaganda commerciale, è quasi vero il contrario. Molti lettori – anche di buonissimi libri – non suppongono l’esistenza della letteratura e di ciò che comporta. Se la supponessero, nella stanza accanto a quella in cui godono il racconto, e forse perfino la poesia, che si sono scelti, fuggirebbero inorriditi. A dire il vero,  supporla costantemente è quasi impossibile. Entrare nell’altra stanza costa un prezzo che pochi hanno pagato.

Cosa è dunque l’esperienza della letteratura? Due libri usciti da poco in Italia danno una versione comune. Credo che gli autori non fossero consapevoli di portare avanti discorsi tanto simili. Entrambi sembrano parlare da un’epoca che viene infinitamente dopo, spiegare l’esperienza della letteratura ai visitatori di un museo.

La risposta, poi, è anche banale. Si tratta del processo con cui un corpo (scrittore, opera, comunità, perfino il lettore) si trasforma in un mostro capace di impregnare con i propri residui un luogo, un’epoca, una lingua. In una parola: un fantasma.

I due libri sono: Fantasmagonia, di Michele Mari e Qualcosa di scritto, di Emanuele Trevi.

Il primo è fatto di una serie di racconti, intessuti di ossessione per i temi letterari, e da un ultimo racconto che spiega come  tutti i precedenti non siano altro che tappe (quasi iniziatiche) nella creazione di un fantasma. Un fantasma vero e proprio, destinato a infestare, tra indicibili sofferenze, una casa. Ma anche, insieme, un’opera letteraria. Quell’opera: Fantasmagonia.

Il secondo, intrecciando storie di vita vissuta all’analisi del testo di Petrolio, racconta come Pasolini, a un certo momento della vita, abbia deciso di mettere il proprio corpo nella sua ultima opera, e contemporaneamente abbia deciso (si, lui!) di morire. Di annullarsi. Di diventare, a tutti gli effetti, il fantasma che stava creando.

Questa è solo una possibile descrizione, tra tante. Ma mostra come parte della letteratura richieda altri sensi e altra percezione, oltre agli occhi e alla capacità di leggere, per rivelarsi. Quanto, spesso, possa permettersi anche il lusso dell’illeggibilità.

Nel libro di Trevi c’è un capitolo molto divertente. Un gruppo di intellettuali, nel 94, si riunisce a casa di Laura Betti per ascoltare i risultati elettorali che consegnano, per la prima volta, l’Italia, a Berlusconi. Di fronte ai primi dati, questo strano miscuglio di esseri mostruosi, forse provenienti da altre epoche, inizia letteralmente a grugnire, lamentarsi, gemere. E si capisce, visto l’orrore naturale che provano per il commerciante milanese. Ma viene da chiedersi che tipo di orrore proverebbe un esponente di quel partito, allora Forza Italia, nel leggere il libro di Trevi, così trasudante umori, metamorfosi, oscenità, pazzie e, soprattutto, morte.

Nel salone in cui la televisione scandisce proiezioni, Trevi percepisce il fantasma di Pasolini, su un divano. Lui, se la ride. Ormai può entrare e uscire da tutte le stanze. Ancor più di quanto facesse da vivo. Può sapere quanto quella della letteratura e quella del potere siano simili. Quanto siano diverse. Quanto entrambe abbiano a che fare con il male, la violenza e la rabbia. Quanto sia possibile oltrepassare anche quell’esperienza.

Un fantasma davvero perfetto.

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