Pirati

Quando dormivo, trascinato su acque buie da quella vibrante culla d’acciaio, facevo sogni banali, come tutti. Giostre vuote, asini volanti. Ma a quel punto partiva il dezoom. E addio sonno.

Non staccarsi mai da una telecamera, per giorni, fa brutti scherzi.

A qualunque ora salissi sul ponte di comando qualcuno mi offriva un caffe’. Il caffe’ andava bene alle quattro del pomeriggio come alle due di notte. Naturalmente se ne beveva cosi’ tanto perche’ si dormiva poco. Alla fine, pero’, si dormiva ancora meno perche’ se ne beveva tanto. Unito all’onnipresente e desiderabilissima Coca Cola light, creava un concentrato di caffeina che mi sembrava molto pericoloso. Per i pirati. Se fossero venuti a bordo li avremmo respinti a morsi.

Buono pero’ il caffe’. Con la cremina. Fatto da marinai pronti a lasciare tutto per aprire un bar nel paese.

C’erano i pirati? Come a Napoli in certe zone (praticamente dalla Stazione Garibaldi alla fine della Circumvesuviana) che e’ meglio se non ci vai. Io, quando ne ho bisogno, ci vado lo stesso, sicuro che non mi capitera’ nulla. E cosi’ navigano i marinai nel golfo di Aden e poi fino in India.

 Si tratta di pirati, e non di pescatori,  se sono isolati. Se un peschereccio e’ accompagnato da uno o due barchini. Un giorno, molto al largo, ci e’ venuto vicino (cinque miglia) un peschereccio seguito da 6 barchini. Pirati al 99 per cento. Ho visto cadetti e ufficiali sbiancare. I militari a bordo tesi e attenti. Poi, quelli, hanno preso un’altra strada e tutto si e’ sgonfiato. Intanto, avevo girato. Ciak. Buona la prima. In serata ci hanno scritto mail perfino dal comando centrale di Eurofor, a Londra.

La nave era un concentrato di Italia d’altri tempi. Quando “noi” avevamo ancora una certa importanza. Credo che se fossi impazzito e mi fossi tuffato da un ponte, qualcuno avrebbe sicuramente commentato: “Oddio, Il signor giornalista della Rai si e’ buttato a mare. E adesso come facciamo?”

Quando si e’ trattato di scendere, a Galle, in Sri Lanka, al largo, su un battello che era venuto a  prendere me e  i militari, e un cingalese nervoso mi ha rispedito su per la biscaggina, ho pensato – ora gli dico che soffro di vertigini, sto male, mi arrestino pure,  io sulla nave non risalgo. Ma mi e’ sembrato che il buon Giulio Terzi di Sant’Agata  avesse gia’ troppi grattacapi. E sono risalito.

Per un po’ ho temuto che non sarei mai piu’ riuscito a scendere a terra e che avrei fatto tre volte il giro del mondo. Invece eccomi qui. Back in Singapore. Citta’ su cui, pure, ci sarebbe da raccontare.

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