Archivio mensile:aprile 2012

Che cos’è l’amor

Leggo sempre con avidità i foglietti che si trovano nei Baci Perugina. Cerco anche di indovinare chi ha scritto la massima. Fingo di stupirmi della saggezza degli anonimi e della banalità di Shakespeare.
Avvolgere il cioccolato è come amare: si diventa tutti uguali (Anonimo!).

Questa volta sono stato proprio fortunato. Trovo: Cos’è un bacio? Un apostrofo rosa tra le parole ti e amo. Dal Cyrano de Bergerac, di Rostand. Corro a vedere le altre versioni. Diciamolo subito: l’italiana è la migliore!

Anche meglio dell’originale francese:
Qu’est-ce un baiser? Un point rose qu’on met sur le i du verb aimer.
Mah… Se ne sta tutto solo, questo bacio. Così piccato. L’importanza di mettere i puntini sulle i, l’importanza di baciare… Viene subito a noia. E sì che i francesi sono stati dei gran baciatori. Ma in passato. Ai tempi della foto di Doisneau, forse.  Adesso, invece, te li credi davvero Nicolas e Carla…

Passo all’inglese. L’andatura è marziale.
What is a kiss?  It is the pink excalmation mark that comes after “I love You!”. BANG. Prima esito, rintronato. Poi, opto decisamente per la fuga.
Questo inglese (o questa inglese, non voglio fare nessun tipo di discriminazione) che avanza, deciso, brandendo il suo punto esclamativo, un aggeggio che assomiglia molto a un manganello, rosa per giunta, non promette nulla di  buono. Non saprà usarlo. Ne verranno fuori solo guai.  Il fatto, poi, che l’Inghilterra sia la patria delle due forme di pensiero che, praticamente, esauriscono il presente, anche in amore, il pop e il kitsch, non migliora in nulla la situazione.
Anzi. Quel bacio mi sembra proprio da evitare. Fosse anche di Pippa Middleton.

Devo dire che dalla Germania mi aspettavo molto. Che so, un vuoto. Qualcosa di metafisico. Lo spazio tra due parole. Non conosco la lingua, quindi ho dovuto chiedere aiuto. Niente, pure loro con ‘sto punto esclamativo rosa.
Ma assume subito un altro aspetto. I tedeschi, le tedesche, sono feroci in finanza e in guerra.  Quando si innamorano, però, diventano di un romanticismo così sfasciato da credere davvero in quel rosa.
Non c’è nessun bisogno di fuggire, prima. Basta farlo dopo.

Per tornare in Italia. L’apostrofo è ancora lì: alto, leggero, stretto in un abbraccio. Separa e unisce. Come l’Isola di Capri i golfi di Napoli e Salerno.
Banale ma questo è davvero il paese dell’amore.
Di Rodolfo Valentino e Ruby Rubacuori.

illeggibile

Sto leggendo Kant. Cosa ti sei portato da leggere? Leibniz. Hai letto anche le ultime cose che ha scritto Aristotele o solo i primi libri?  Queste affermazioni o domande, comunque possibili, suonano abbastanza stonate. Sebbene leggere sia indispensabile per conoscere la filosofia, questa non si esaurisce nella lettura. Si può studiare, meditare, apprendere, discutere, tramandare. E’ oggetto di ricerca. Se ne può avere una, senza aver letto una riga. 

Vale anche per la letteratura: ha a che vedere con la lettura. Ma fino a un certo punto. Non è detto che sia – sempre – un affare per lettori. Oggi, anni in cui alla lettura viene assegnato un valore positivo a metà tra i voti buoni a scuola e la più sfacciata propaganda commerciale, è quasi vero il contrario. Molti lettori – anche di buonissimi libri – non suppongono l’esistenza della letteratura e di ciò che comporta. Se la supponessero, nella stanza accanto a quella in cui godono il racconto, e forse perfino la poesia, che si sono scelti, fuggirebbero inorriditi. A dire il vero,  supporla costantemente è quasi impossibile. Entrare nell’altra stanza costa un prezzo che pochi hanno pagato.

Cosa è dunque l’esperienza della letteratura? Due libri usciti da poco in Italia danno una versione comune. Credo che gli autori non fossero consapevoli di portare avanti discorsi tanto simili. Entrambi sembrano parlare da un’epoca che viene infinitamente dopo, spiegare l’esperienza della letteratura ai visitatori di un museo.

La risposta, poi, è anche banale. Si tratta del processo con cui un corpo (scrittore, opera, comunità, perfino il lettore) si trasforma in un mostro capace di impregnare con i propri residui un luogo, un’epoca, una lingua. In una parola: un fantasma.

I due libri sono: Fantasmagonia, di Michele Mari e Qualcosa di scritto, di Emanuele Trevi.

Il primo è fatto di una serie di racconti, intessuti di ossessione per i temi letterari, e da un ultimo racconto che spiega come  tutti i precedenti non siano altro che tappe (quasi iniziatiche) nella creazione di un fantasma. Un fantasma vero e proprio, destinato a infestare, tra indicibili sofferenze, una casa. Ma anche, insieme, un’opera letteraria. Quell’opera: Fantasmagonia.

Il secondo, intrecciando storie di vita vissuta all’analisi del testo di Petrolio, racconta come Pasolini, a un certo momento della vita, abbia deciso di mettere il proprio corpo nella sua ultima opera, e contemporaneamente abbia deciso (si, lui!) di morire. Di annullarsi. Di diventare, a tutti gli effetti, il fantasma che stava creando.

Questa è solo una possibile descrizione, tra tante. Ma mostra come parte della letteratura richieda altri sensi e altra percezione, oltre agli occhi e alla capacità di leggere, per rivelarsi. Quanto, spesso, possa permettersi anche il lusso dell’illeggibilità.

Nel libro di Trevi c’è un capitolo molto divertente. Un gruppo di intellettuali, nel 94, si riunisce a casa di Laura Betti per ascoltare i risultati elettorali che consegnano, per la prima volta, l’Italia, a Berlusconi. Di fronte ai primi dati, questo strano miscuglio di esseri mostruosi, forse provenienti da altre epoche, inizia letteralmente a grugnire, lamentarsi, gemere. E si capisce, visto l’orrore naturale che provano per il commerciante milanese. Ma viene da chiedersi che tipo di orrore proverebbe un esponente di quel partito, allora Forza Italia, nel leggere il libro di Trevi, così trasudante umori, metamorfosi, oscenità, pazzie e, soprattutto, morte.

Nel salone in cui la televisione scandisce proiezioni, Trevi percepisce il fantasma di Pasolini, su un divano. Lui, se la ride. Ormai può entrare e uscire da tutte le stanze. Ancor più di quanto facesse da vivo. Può sapere quanto quella della letteratura e quella del potere siano simili. Quanto siano diverse. Quanto entrambe abbiano a che fare con il male, la violenza e la rabbia. Quanto sia possibile oltrepassare anche quell’esperienza.

Un fantasma davvero perfetto.

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Delfini

Come azzurri occhi
Nelle generazioni
Di una famiglia
Emergono e affondano
Tra le onde, i delfini
 
 

Pirati

Quando dormivo, trascinato su acque buie da quella vibrante culla d’acciaio, facevo sogni banali, come tutti. Giostre vuote, asini volanti. Ma a quel punto partiva il dezoom. E addio sonno.

Non staccarsi mai da una telecamera, per giorni, fa brutti scherzi.

A qualunque ora salissi sul ponte di comando qualcuno mi offriva un caffe’. Il caffe’ andava bene alle quattro del pomeriggio come alle due di notte. Naturalmente se ne beveva cosi’ tanto perche’ si dormiva poco. Alla fine, pero’, si dormiva ancora meno perche’ se ne beveva tanto. Unito all’onnipresente e desiderabilissima Coca Cola light, creava un concentrato di caffeina che mi sembrava molto pericoloso. Per i pirati. Se fossero venuti a bordo li avremmo respinti a morsi.

Buono pero’ il caffe’. Con la cremina. Fatto da marinai pronti a lasciare tutto per aprire un bar nel paese.

C’erano i pirati? Come a Napoli in certe zone (praticamente dalla Stazione Garibaldi alla fine della Circumvesuviana) che e’ meglio se non ci vai. Io, quando ne ho bisogno, ci vado lo stesso, sicuro che non mi capitera’ nulla. E cosi’ navigano i marinai nel golfo di Aden e poi fino in India.

 Si tratta di pirati, e non di pescatori,  se sono isolati. Se un peschereccio e’ accompagnato da uno o due barchini. Un giorno, molto al largo, ci e’ venuto vicino (cinque miglia) un peschereccio seguito da 6 barchini. Pirati al 99 per cento. Ho visto cadetti e ufficiali sbiancare. I militari a bordo tesi e attenti. Poi, quelli, hanno preso un’altra strada e tutto si e’ sgonfiato. Intanto, avevo girato. Ciak. Buona la prima. In serata ci hanno scritto mail perfino dal comando centrale di Eurofor, a Londra.

La nave era un concentrato di Italia d’altri tempi. Quando “noi” avevamo ancora una certa importanza. Credo che se fossi impazzito e mi fossi tuffato da un ponte, qualcuno avrebbe sicuramente commentato: “Oddio, Il signor giornalista della Rai si e’ buttato a mare. E adesso come facciamo?”

Quando si e’ trattato di scendere, a Galle, in Sri Lanka, al largo, su un battello che era venuto a  prendere me e  i militari, e un cingalese nervoso mi ha rispedito su per la biscaggina, ho pensato – ora gli dico che soffro di vertigini, sto male, mi arrestino pure,  io sulla nave non risalgo. Ma mi e’ sembrato che il buon Giulio Terzi di Sant’Agata  avesse gia’ troppi grattacapi. E sono risalito.

Per un po’ ho temuto che non sarei mai piu’ riuscito a scendere a terra e che avrei fatto tre volte il giro del mondo. Invece eccomi qui. Back in Singapore. Citta’ su cui, pure, ci sarebbe da raccontare.