Archivio mensile:marzo 2012

come me la metto adesso

Potrei metterla cosi’:  e’ una Sony PMW-EX1R, un gioiellino compatto da migliaia di euro, con ottica CMOS e una risoluzione di 1920  X 1080 pixel. Puo’ riprendere in tutti i formati esistenti. E l’hanno affidata a me, proprio a me.  La soppeso, me la rigiro tra le mani. Faccio il gesto di impugnarla, quasi non ci posso credere…

Oppure in modo molto piu’ sfumato, cosi’: ho sempre saputo che il mio destino era passare dall’altro lato della telecamera. Me lo sentivo quando guardavo gli operatori al lavoro e gli chiedevo: riprendimi questo e hai notato quello…

Oppure ancora: e’ da ieri che vomito e non ci siamo neanche imbarcati. Ogni volta che penso che adesso saro’ io a dover fare le riprese, mi sento male. Non ho mai  maneggiato con disinvoltuira nemmeno una Polaroid. E mi tocca mettermi a raccontare con la telecamera una nave mercantile: una cittadella di acciaio grande quanto un quartiere, chiusa, ostica e impenetrabile…

Ma quello che penso davvero e’ questo: ogni viaggio ti da’ qualcosa e qualcosa ti deve portare via. Questa volta ho visto la faccia di un padre crollare. Un padre con cui mi identifico molto. E ho pensato ai miei bambini che per ora non sono in grado di procurare altro che sorrisi.  Questo viaggio mi ha portato via l’operatore e mi ha fatto venir paura di non essere un padre sufficientemente bravo. E mi ha tolto ogni certezza sulle mie capacita’ di raccontare, ora che non posso usare penna o tastiera.

Va cosi’.

E poi e poi…

E poi maledetta ciurma di figli dei postriboli delle Antille, mordete i remi, alzate o stendardo all’albero di maestra e iniziate a stendere le vele, perche’, vi piaccia o no, e’ ora di mettersi per mare e mollare ormeggi e difese, che questo e’ ancora uno speciale sui pirati e prima o poi in qualche porto si dovra’ pur sbarcare e li’ ci saranno barili di rhum, e una donna ci aspetta sicuramente.

A un amico, dal paese dei sogni

All’improvviso la corda inizia a correre. Come ve la caverete quando la corda inizia a correre?
E’ in Moby Dick. La lancia e’ piena di corda: si svolge vicino ai piedi e alle mani dei marinai. Attenzione: senza mai fare un cappio!
E’ legata al rampone. Quando questo affonda nella carne della balena, la corda schizza via e guai a farsene afferrare: si finisce negli abissi.
Brutto eh? Ma viviamo tutti cosi’. Quella corda invisibile, anzi quel serpente, ci avvolge sempre. Chi sapra’ restare calmo, quando scatta?

Mentre venivo a Gibuti pensavo, in aereo, di scrivere una cosa sugli amici. Ascoltavo le musiche che mi ha dato un amico per lo speciale che sto facendo. Perfette, capaci di mostrarmelo anche solo chiudendo gli occhi. E volevo scrivere qualcosa su tutte le volte che qualcuno mi ha messo sulla strada giusta. Poi, pero’, me ne sono dimenticato.

Oggi ho letto le belle cose che aveva scritto proprio quell’amico a proposito del mio viaggio su Il teorema di Fermat: Il mistero del cargo di Gibuti (e chissa’ perche’ non mi fa linkare…)

Era proprio un bel botta e risposta. Anche se io la mia parte non l’avevo mica scritta.

Mi preparavo quindi a rispondergli quando, all’improvviso, la corda ha preso a correre. L’operatore che e’ con me deve tornare d’urgenza a Roma. Difficilmete un altro puo’ arrivare qui prima che la nave su cui dovevamo imbarcarci parta. Difficilmente la nave potra’ aspettare. Il lavoro di mesi in fumo. Il viaggio da Gibuti allo Sri Lanka, in fumo. In fumo il reportage sui pirati.

Riusciremo a trovare una via d’uscita? Convincero’ gli armatori
a fermare il cargo un giorno in piu’ nel porto? All’ultimo un cameramen riuscira’ a partire da Roma in tempo?

C’e’ anche una terza possibilita’. Ma vorrebbe dire che la corda ha preso a correre ancora piu’ veloce.
Non so se me la sento.

Cosa farebbe quell’amico, lo so. Ma a bordo del Pequod oltre a Ishmael, che si salva, e oltre a Stubb, che resiste onorevolmente almeno fino all’epilogo, c’e’ anche un piccolo mozzo di colore.
Guai a fare la sua fine.

Google school a Gibuti

Che poi la storia inizia a raccontarsi da sola.
Tu cercavi i pirati e invece trovi i pacifici pescatori del porto di Gibuti che, in un tramonto struggente, come lo saranno sempre da qui in poi, ti raccontano candidamente che si, per vivere, a volte trasportano clandestini provenienti dalla Somalia e diretti verso il Mar rosso.
Cercavi i mediatori nelle trattative con i pirati e ti ritrovi invitato (questa sera, fra pochi minuti) a una “grigliata di contractors”, cioe’ di guardie private per la sicurezza delle navi, che fa tanto African Cowboy.
Cercavi i banchetti di Khat e ti sei ritrovato in una scuola di inglese nel mezzo di una baraccopoli: naturalmente, la Google school.
Cercavi un funzionario dell’agenzia Onu contro la pirateria e trovi un funzionario dell’agenzia Onu contro la pirateria. Solo che a Londra, la sede, ti avevano assicurato non essercene neanche uno, qui a Gibuti.
Vi siete incontrati per strada perche’ lui e l’operatore hanno un amico in comune a Ostia.
Hanno ragione nella baraccopoli: il mondo e’ Google!
Pero’ funziona solo il tasto “mi sento fortunato”

In un mare di pirati

Che poi, quando stai per realizzare, in un colpo solo, tre dei più selvaggi sogni di un bambino: imbarcarti; come inviato di un giornale; per navigare ai tropici in acque infestate dai pirati…
Allora, invece che lasciarti prendere dall’entusiasmo, ti viene il dubbio che i sogni dei bambini sia meglio lasciarli stare, perché c’è il rischio che siano solo un grande vuoto da attraversare.
E a dargli quel luccichio speciale era il fatto, appunto, di essere bambini. Nient’altro.
Mentre ora, invece, ci devi fare i conti. Lo devi raccontare quel vuoto.
E han voglia, tutti, a dire mettici questo e mettici quello.

Ma visto che mi ci trovo, e mi imbarco su una nave che parte da Gibuti e va verso l’India, proverò a farlo. A riempire quel vuoto. Fin quando posso. Cioè, fin quando c’è campo (c’è speranza, no?).

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Requiem for a Bookshop

La Lion Bookshop si trovava in via dei Greci, a Roma. E’ un posto magico. All’ingresso della via c’è il Conservatorio. Ci si ferma e si ascoltano gorgheggi, armonie e dissonanze. A volte escono a sciami giovani bellissimi caricati dal peso di strumenti da sogno.
Poi, quasi solo quella libreria. Due vetrine e l’ingresso, con il leone rosso a fare da insegna. Oggi l’ho trovata svuotata, le vetrine buie. Dentro il deserto. Non più un solo libro, nemmeno per sbaglio, nemmeno buttato per terra. In compenso, c’era uno scooter posteggiato in mezzo alla sala.
Sono rimasto lì a bocca aperta, come un idiota. Non ci potevo credere: la libreria inglese di Roma; quella dove incontravo o, all’occasione, accompagnavo studentesse americane; quella dove ho acquistato Moby Dick, The great Gatzby e Tender is the night, le poesie di Derek Walcott e quelle di William Blake. Quando ero ragazzo mi sembrava uno di quei posti che esistono prima di te e continueranno a esistere dopo di te.
Aveva cambiato gestione più volte. L’ultima era strampalata: un libraio, credo omosessuale, gentilissimo. Ma si stupiva dell’esistenza di scrittori come Baldwin o McInernay, quando glieli chiedevo. E due signore assurde, di cui una parlava spagnolo.
Le librerie prima di morire si ammalano: prendono la polmonite. Il catalogo non si rinnova, i buchi nelle pareti restano lì. Vivono di novità, sempre meno però.
Io me ne ero accorto che la Lion si era ammalata ma avevo cercato di far finta di niente.
Oggi davanti a quelle vetrine scure ho sentito il vuoto aprirsi nella mia vita. Del resto cosa rimane di molti libri venuti da lì e poi letti? Cosa ricordo, alla fine? Nulla.
Presto partirò per un viaggio importante, conradiano, in nave lungo il tropico.
Ma la mia linea d’ombra l’ho definitivamente attraversata oggi, in via dei Greci.
Se qualcosa era rimasto della giovinezza se ne è andato via in un istante

Dal libro all’e-book al cassetto

La differenza tra l’epoca del libro di carta e quella dei libri digitali, tra la lettura di un romanzo e le letture composte che vengono dalla rete, tra il pensare le parole nella testa e il sentirle pronunciate da una voce sintetica, è lì: che tutti quelli che leggono, prima, avevano anche un romanzo nascosto nel cassetto. Adesso, hanno un blog in bella vista sul tavolo.
E quanto potrebbe trovarsi nei cassetti torna, improvvisamente, ad essere interessante.

Il guscio vuoto della stazione Tiburtina

Nei paesi dove tutto funziona, al comando deve esserci qualcuno capace. Nei paesi dove nulla funziona – no, mi dispiace, continuerebbe a non funzionare anche se al comando ci fossi tu – deve esserci qualcuno che non abbia senso del pudore. Uno spudorato.

Pensavo questo mentre mi aggiravo per l’immensa e deserta stazione Tiburtina, inaugurata pochi mesi fa dal sindaco di Roma.
Non un negozio aperto, non una sala accessibile. Un grande involucro vuoto. Io mi sarei vergognato a inaugurare un posto così.
Non vuol dire che sono buono. Potrei anche essere un omicida seriale. Ma me ne vergognerei.
E’ per questo che, qui, non vado bene per amministrare neanche un condominio.

Si può dire: cosa c’è di male? In fondo la stazione è lì. Negozi e servizi apriranno.
Ecco, mentre passeggiavo mi ha chiesto aiuto una signora anziana, evidentemente senza cellulare, dall’accento straniero. Aveva un appuntamento con un amico arrivato da lontano ma non si trovavano. Vicino all’uscita. Quale? Una.
Non c’era un solo punto di riferimento. Se ne è andata via come portata dal vento.

A seguirla ci si poteva trovare in un romanzo a metà strada tra Buzzati, Calvino e il Sud America.
Un momento, sto dicendo che dove la spudoratezza regna attecchisce l’arte del romanzo?
Bèh… Ma questa è un’altra storia.

Prima di andarmene ho concesso la prova del nove. O la Cassazione, che adesso va tanto di moda: neanche i bagni funzionano.
Io mi sarei vergognato.