L’altro lato della fotografia

nassirya

Il giorno dopo l’attentato di Nassirya. Viene il mio capo.
Non uno qualunque. Aveva inventato la rubrica per cui lavoravo, allora il massimo in tema di approfondimenti, aveva la scorza del giornalista d’altri tempi, aveva lo sguardo grifagno, le sopracciglia i baffi e i capelli bianchi, sembrava Robert Mitchum, sembrava un cowboy che se ti vede a dieci metri di distanza estrae la pistola. Sembrava quello che resta in piedi, dei due.
Oggi è in pensione, fino a poco tempo fa passava ancora a trovarci.

Quel giorno mi mise davanti il giornale con sopra quella foto. Spiegò bene la pagina e disse la sua.
Più tardi mi mostrò alcune immagini arrivate in redazione.

Non ci pensai più di tanto. Eravamo presi a fare pezzi su pezzi. La grandezza della tragedia era sproporzionata rispetto ad alcuni particolari sulla foto e su chi l’aveva scattata. Poi tutto passò, come sempre. Arrivano altre notizie.

Ci ho ripensato quando ho saputo dell’assassinio della fotografa Anja Niedringhaus e la sua foto è tornata sulle prime pagine dei quotidiani. Ho pensato a quello che ne sapevo.
Ho immaginato che tra quella foto e il momento della morte di Anja si stendesse un filo lungo dieci anni e quattro mesi. Che i due eventi fossero collegati: una foto su un attentato, un attentato che uccide il fotografo.
Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto se avesse saputo che le restavano poco più di dieci anni di vita mentre azzeccava quello scatto. Forse le stesse cose, forse no.

Poi sono corso in redazione domandandomi se avevamo ancora le immagini. Nel frattempo siamo passati dall’analogico al digitale: come fare un trasloco, si perde il meglio.
Da noi c’è questo assistente, da sempre, una delle anime della redazione: un italo-etiope di mezza età. Alterna una flemma apocalittica a scatti di podismo olimpico. Distilla la sua onniscienza in fatto di archivi e di immagini con pochi oracolari accenni. Anche grazie a lui nel nostro trasloco non si è perso nulla.
Chiedergli di cercare un’immagine è rischioso: ci si può trovare sommersi in pochi istanti di grosse cassette, con immagini precedenti, successive, collegate, prossime, pertinenti; di suggerimenti spiazzanti, nuove prospettive, altri punti di vista.

È quello che è successo a me. Mi sono tuffato nella ricerca e dopo aver passato un paio di grosse cassette, con mia sorpresa, ho visto quello che cercavo.
Ho fatto cenno a un collega, il più sensibile a temi come questo. Lui si è entusiasmato.

Dopo averne parlato in direzione abbiamo messo su lo speciale che vedrete questa sera nel Tg2 delle 20.30

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Proprio Lei?

È buffo quando qualcuno vuole raccontarvi una storia del prossimo futuro e invece recita una delle fiabe più antiche.
Come in Her di Spike jonze. Il film è ambientato poco dopo i nostri giorni: l’eroe si innamora del suo nuovo sistema operativo intelligente, cioè del programma che gestisce per lui tutto ciò che sta in rete. Un po’ come se si innamorasse della segretaria.
Il sistema operativo – OS nel film come nelle nostre vite – si chiama Samantha e ha una bella voce di ragazza. Sensuale e provocante, impacciata e giocosa, fa girare la testa.
Lei, però, ha un difetto: non ha né può avere un corpo.
Ma questa è la storia della ninfa Eco che si innamora di Narciso. E infatti il protagonista di Her, Theodore, è un fantastico Narciso, ripreso sempre in un primo piano da selfie, la posa preferita dei narcisi. Oggi di tutti.
Lei è pura voce, narrazione contiuna di se stessa. Lui insegue ciò che vede e vede solo se stesso. Una storia difficile.
Se questa è la radice della vicenda, una radice che ha già dato molti frutti nei racconti di possessione dell’800 e in altre relazioni tra uomo e macchina nel 900, la forma deve molto a due film: Scrivimi fermo posta e il suo doppio C’è posta per te. Non per caso Theodore scrive lettere d’amore per altri, è il suo lavoro. L’impressione è che non le scriva a nessuno e per nessuno, solo per se stesso, ancora una volta. l’amore è ovunque, vicinissimo ma impossibile. Tono e coloritura, quindi, romantici (Theodore, Theodore, questo nome d’altri tempi…), in contrasto con l’idea di un mondo fondato nella tecnologia: ecco l’ambigua miscela del film.
Ma visto che poi Her ha la pretesa di analizzare proprio i nostri giorni, quelli di chi sta in rete, bisogna accettarlo come una descrizione. Non fermarsi a ciò che proclama: siamo tutti un po’ alienati. Vabbè…
E provare a scovare alcuni particolari. Per esempio: nel film mancano quasi del tutto i bambini. Compaiono forse in due scene di breve durata. Una foto di una donna incinta, l’unica, ha funzione erotica.
Del resto in rete le differenze tra le età si perdono a favore di un’età collettiva che è poco dopo l’adolescenza (cui corrisponde benissimo, nella versione italiana, il tono ingrugnato di Micaela Ramazzotti, voce di Samantha). E non sono le uniche differenze a perdersi e sfumare.
Per questo il film non può svoltare né verso la tragedia né verso la commedia. Nè verso la morte né verso la nascita.
E si aggira intorno al mito: quello della sterilità di un’epoca.
Che mai Eco e Narciso avrebbero potuto avere figli.

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Sogno

Ho sognato una fila di uomini volanti che approdavano a una spiaggia. Io dovevo filmarli.
Lo facevo dalla spiaggia per le inquadrature strette: il piede che tocca la sabbia, i muscoli del polpaccio, il vertice dell’ala; e da una terrazza, da dove li si vedeva aggruppati nel cielo all’orizzonte, per quelle larghe.
Ma io ero solo l’operatore di ripresa. Mi dirigeva – lui si spostava su un monopattino – Sergio Leone

Haute couture

La colpa è tutta della strada vicina al posto dove mi sono trovato a lavorare a Parigi. Una strada dedicata alla haute couture: i grandi sarti.
Non potevo allontanarmi troppo dalla redazione in nessun momento del giorno, né a pranzo né tardi la sera. Se fosse successo qualcosa a quel campione ricoverato i telefoni avrebbero iniziato a squillare come trombe del giudizio.
Quindi, per il regalo di compleanno a mia moglie, non avevo scelta: dovevo percorrere quella strada. Fortunatamente avevo individuato subito, nell’atelier dell’italiano, un jeans semplice nelle linee e abbordabile nel prezzo.
Ma la strada l’ho percorsa lo stesso. Mi è sembrato che ogni firma esprimesse un modo di star male. Si poteva pure scegliere, avendo i soldi, quella borsa o quelle scarpe. Ma a vestirsi completamente da P o da C o da Y, si diceva al mondo solamente: io sto male.
Sto male in modo cupo o euforico; alienato o distruttivo. Ma di star male si trattava.
Una cosa perfino onesta da dire, poi, anche se forse ci sono modi più economici per farlo.
Nel negozio dell’italiano, dove sono tornato, per esempio, andavano le borchie. Quelle dei collari dei cani, più o meno. Borchie ovunque: sulle scarpe, lungo le borse, intorno al portamonete, sulle spalline dei vestiti.
Ad averle tutte addosso…
Ce n’erano anche sul jeans che avevo visto, ma solo un paio, irrilevanti. Altezza cinta.

L’ho chiesto alla francese:

– Vorrei vedere il gin
– Misura?
– 42 in Italia
– Arriviamo solo fino al 41
– Mannaggia
– Però tende a essere un po’ grande. Vi faccio vedere. Forse andrà bene per madame

E’ scomparsa per un tempo interminabile. Il tempo che passerebbe tra l’ingresso della zebra e quello dell’ornitorinco nell’arca di Noè, posto che tra la zebra e l’ornitorinco ci fossero altre 72 specie, di cui almeno 3 molto lente.
In una sala c’era una coppia di asiatici, forse giapponesi, bassi, lui con un piumino tagliato come una giacca da uomo, violaceo e attillatissimo, gli occhiali scuri. Lei seduta sulla poltrona, vastita di bianco con pelliccia ai polsi e al collo. Avevano ognuno i capelli tinti e un cane pechinese al guinzaglio. Sembravano statue.

La commessa è tornata con una scatola che mi pareva adatta a tutto meno che a un gin. Ha estratto un sandalo con una grossa piuma rosa all’attaccatura sopra le dita e me lo ha mostrato con orgoglio.
Il modello doveva chiamarsi Gin, ho dedotto.
Mi sono raggelato pensando all’equivoco: lei che si immaginava la mia madame con dei piedoni immensi e, premurosa, cercava di venirmi incontro. Chissà quanto diavolo costava quel sandalo.
Le ho chiesto di portarmi un jeans.
Di nuovo un tempo lunghissimo (passano anche la formica, la biscia e il tapiro). I giapponesi erano ancora là, sempre fermi, ogni tanto una commessa intorno.
Poi è arrivato il jeans, della taglia giusta, e andava bene. Ed è iniziato lo strazio del pagamento.
Mi hanno fatto riempire una scheda che nemmeno per chiedere un passaporto. Mi hanno detto di metterci i dati di madame. Li ho messi tutti sbagliati. Avevo fretta. Ma bisognava aspettare ancora che la stanza dei pagamenti fosse libera. Dovevano esserci i giapponesi dentro.
Minuti su minuti (Immagino sfilare il tarsio, il becco a scarpa) mentre la commessa cercava di intrattenermi in una conversazione sulla sua ultima visita nell’atelier di Milano.
Poi un’altra ragazza androgina – sembrava uscita da uno spot – visto che la situazione nella stanza accanto non si sbloccava, mi ha fatto segno di seguirla verso una parete. E una porta si è aperta su un altro stanzino, di un bianco accecante, dedicato ai pagamenti.

Con molta gentilezza mi ha detto che una carta come la mia non l’aveva mai vista.
È il bancomat con cui faccio la spesa al supermarket… Stavo per risponderle.
Naturalmente non funzionava. E nemmeno la carta di credito. Sapete quando un programma non gira sul vostro computer troppo vecchio?
Con il massimo dell’autocontrollo ho chiesto se c’era una banca nelle vicinanze e sono andato a prelevare.
Quando sono tornato hanno tirato fuori il mio pacco da un ripostiglio. Ho sentito le commesse dirsi qualcosa e ridacchiare. Dovevano aver scommesso sul mio ritorno.

Era passata più di un’ora. L’arca di Noè era partita lasciando a terra me e chissà quanti frequentatori di negozi esclusivi, sicuramente i due giapponesi.
Ero molto preoccupato per quel campione ricoverato in ospedale e per tutto il resto.

Ecco, mi sono detto uscendo: anche questo nella vita l’ho fatto!

Le sei reincarnazioni di Ximen Nao, in breve

Il miracolo della moltiplicazione dei narratori:
Tutti fanno riferimento a un primo narratore, che non riescono proprio a prendere sul serio.
Lui li ricambia con la stessa moneta.
E noi facciamo altrettanto: caro primo narratore, che tu sia Mo Yan o il popolo, dovresti sapere che il maiale marinato troppo a lungo può dare il voltastomaco; e che per il cane le polpette sarebbero meglio del polpettone.

Insomma, anche il padre Mo Yan, ogni tanto, sonnecchia, diremmo da queste parti.
Ma questo è un grande elogio.

Le sei reincarnazioni di Ximen Nao
Di Mo Yan
Einaudi pag 736

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Papà Goriot a Tunisi

Voglio parlarvi di un tunisino. No, non si trata di un personaggio esotico: di un salafita che insegna in una madrassa o di un venditore di spezie della Medina.
Si tratta anzi di uno che in tutto e per tutto assomiglia a un italiano, se si escludono alcuni tratti somatici, tra cui la carnagione olivastra. Ma di quegli italiani che si trovavano 50 o 60 anni fa e che oggi sembrano scomparsi.
Quando ci ha portato a vedere i capannoni che ha costruito in una zona industriale fuori Tunisi, per affittarli come studi televisivi, sono rimasto a bocca aperta.
Non immaginavo il titolare della ditta di servizi che mi metteva a disposizione il cameramen avesse tanta ambizione e tante capacità. Forse lo avevo sottovalutato per il suo modo di vestire molto semplice. Con noi c’erano: un produtore televisivo di eventi sportivi internazionali, biondo, brasiliano, molto tirato, elegante, naso all’insù e diceva la settimana prossima sarò in Oman; una vecchietta francese simpatica che pure doveva gestire affari televisivi in mezza Europa e conosceva qualcuno della Rai; e un direttore della televisione nazionale tunisina.
Tutti ad ammirare la grande opera e a congratularsi con il nostro ospite, poco distante dai silos dove Airbus fabbrica componenti di aerei. Lui sfoderava il sorriso sbiadito di chi ormai ha una certa età ma i denti ancora forti, di chi è timido ma orgoglioso.

Quando ero stato invitato a quella cena avevo subito rimpianto una tranquilla serata alla polleria sotto l’hotel. Ma adesso mi stavo appassionando. E ancora di più quando siamo arrivati a casa sua. Una casa bellissima, con la cucina a isola e sopra la tavola, in salone, un lucernario pronto ad aprirsi a comando nelle sere d’estate.

Te la sei costruita da solo? Ha buttato là qualcuno.

Gli ho guardato le mani grosse, la pelle spessa. Doveva aver cominciato da muratore. Mi sono immaginato che avesse costruito anche i capannoni per gli studi, da solo. O almeno, stando sempre lì a controllare ogni cosa.

La moglie e la figlia, molto bella, portavano il velo, secondo la tradizione. Ma più che un dovere religioso, sembrava una sciccheria.
Lui continuava a sorridere, a compiacersi del nostro compiacimento, della cena eccellente. Ci ha presentato il figlio: un ragazzone forte che fa già il direttore della fotografia.

Adesso devo dirvi del mio cameramen: chiama questo signore, che è il suo datore di lavoro, “mio padre”.
Lui è bassino, inizia a perdere i capelli, non certo bello. Ma è uno dei ragazzi più svegli e coraggiosi con cui abbia lavorato. Mi è apparso subito chiaro che il “padre” e datore di lavoro lo avsse già destinato a sposare sua figlia.
E i due ragazzi sembrano contenti: insieme stanno come l’acqua con la brocca.

Ha sistemato proprio tutto per bene quest’uomo.
Un giorno lascerà la sua famiglia, sempre senza rinunciare a quel suo sorriso sbiadito ma fermo, nella migliore delle situazioni possibili.

E tutto questo non sarà servito a nulla.
Perché c’erano uomini così in Italia. E guardate cosa hanno fatto i figli.
E i figli dei figli.

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A fine der monno

Er monno sta a finì pé certo
Disce er barista, pé via d’a callara
che ‘ntigna puro dopo i morti

N’a capoccia tua è finito de sicuro
penzo io ncazzato nero
tanto che me scordo de pagà

So du euri e scinquanta
S’arivorta a comare sua
come na biscia

Io un po’ me vergogno
un po’ Je’o vorre’ dì
A sora Lé, e tanto
s’er monno sta a finì

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Le prostitute di Beirut

Ci sfioravamo ignorandoci a vicenda come pesci di specie diverse nello stesso acquario.

Circa due mesi fa ho passato una settimana in un albergo di Beirut aspettando un visto per la Siria che non è mai arrivato. Era la prima volta che vedevo la capitale del Libano. Ci ho messo alcuni giorni per scoprire quello che, a parole, già sapevo: che le città sono due, almeno. Una, quella cristiana, borghese ed europea; l’altra, quella araba, popolare (oltre che sovrappopolata), tumultuosa e frenetica, piena di neon, pubblicità, traffico: americanizzante.
E chissà quante altre Beirut non ho avuto tempo di scoprire.
Nell’albergo c’erano altri giornalisti e tutti come me aspettavano il visto, anche se le ragioni per averlo scemavano, dal momento che gli Stati Uniti sembravano sempre più restii ad attaccare Damasco. C’era chi lo aveva già avuto, chi non l’avrebbe avuto mai, chi glielo avevano promesso, chi ci stava lavorando eccetera.
Si andava in giro in cerca di qualche storia attinente alla guerra in Siria da poter offrire al giornale. Si andava a rompere le scatole ai ceffi dell’ambasciata siriana chiedendo di sapere a che punto fossero le carte per il permesso, si veniva respinti in modo bruscamente cordiale.
Prima di arrivare qualcuno mi aveva avvertito: l’albergo è pieno di escort. Ma quello che avevo immaginato, unito al ricordo di altri hotel, era ben lontano dalla realtà.
Le ragazze, di una bellezza fuori da ogni regola, che non sono capace di descrivere, c’erano e si aggiravano nei saloni dalla mattina alla sera. I vestiti erano provocanti, a volte estremi. Il trucco e i capelli curati fin dall’ora di colazione. Ma per il resto non sembrava proprio che fossero lì per fare affari, che avessero interesse per noi o per chiunque altro.
Ci ho messo un po’ a capire, lo stesso tempo che ci è voluto per arrivare a distinguere le due Beirut: si trattava di escort, credo almeno, ma quello non era il luogo in cui lavoravano. Era il luogo in cui vivevano.
Per alcuni giorni abbiamo condiviso la quotidianità di uno dei miti più abusati del nostro tempo.
Le si tira in ballo spesso, in Italia specialmente. A Roma, Muhammar Gheddafi aveva radunato centinaia di hostess in una stanza e si era messo a catechizzarle sul Corano, ricordate? Hostess, escort, prostitute: la prima caratteristica di un mito è di essere inafferrabile in un’unica versione.

Quelle che stavano lì erano brasiliane, serbocroate, qualcuna di origini africane. Sembravano uscite da una pubblicità anni 80 della Benetton.
Non c’è molto da dire. Prevalentemente passavano il giorno con la testa fissa nel computer, a parlare con qualcuno, dall’altra parte del mondo immagino.
Una notte, era la prima per me nell’hotel ed ero arrivato molto tardi, quindi quelle voci non avevano un corpo, mi hanno svegliato alle quattro del mattino. Dovevano essere in quattro o cinque, completamente ubriache e ricominciavano a cantare sempre lo stesso passaggio musicale, TARA RA RA RA RAAAAAA e poi scoppiavano a ridere senza riuscire a finire. Saranno andate avanti per decine di minuti.
Qualche volta una andava via a bordo di una grossa macchina.
Una sera due erano sedute su un gradino delle scale e una parlava con qualcuno al computer e l’altra sembrava assisterla, starle vicino. Ho sentito qualcosa del dialogo mentre scendevo le scale. Dall’altra parte dicevano in inglese alla ragazza che quella, per lei, non era la destinazione finale ma solo un luogo di transito. La destinazione finale era Doha.

Eppure era come condividere l’albergo con delle divinità. Non perché bellissime ma per il loro essere inavvicinabili. Era come se camminassero protette da una bolla trasparente e nulla passava: nemmeno uno sguardo diretto.

Un giorno la porta dell’ascensore si è aperta e davanti, all’improvviso, mi sono trovato a un palmo da una di loro. Ho creduto che la porta si fosse aperta al secondo invece che al terzo piano, il mio, perché al terzo non l’avevo mai vista. Mi ha detto con un sorriso che lei scendeva. Le ho risposto che mi dispiaceva ma io salivo ancora. C’è rimasta male o almeno perplessa. Le ho detto che se voleva poteva entrare e poi sarebbe riscesa. Ha scosso la testa come se rinunciasse a spiegarmi qualcosa, mi ha fatto un altro grande sorriso e si è allontanata. Le porte si sono richiuse e si sono riaperte.

Così ho capito: eravamo già al terzo piano e più su non si poteva andare. Passando nel corridoio l’ho incrociata davanti a un altro ascensore e ci siamo scambiati un cenno allegro in cui io ammettevo di essere tonto e lei di essersene accorta e che non faceva nulla.
Era una ragazzina lontana da casa e aveva voglia di scherzare e sorridere.
Ma all’incontro successivo era come se non ci fossimo mai visti e non c’è stato neanche l’accenno di un saluto.
Mi sono chiesto allora come ci vedessero loro. Se anche noi gli sembrassimo inavvicinabili, separati, con quell’aria sempre indaffarata e anche un po’ incazzata che dovevamo avere. In fondo anche noi passavamo il tempo con la testa ficcata nel computer. Anche per noi quello era un luogo di transito e non la destinazione finale.
Ma non so.

Adesso, che di visto in tasca ne ho un altro e mi preparo a usarlo, so solo questo: che ci sfioravamo ignorandoci a vicenda, come pesci di specie diverse intrappolati nello stesso acquario.

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In cerca del padre

Era il 1991 quando uscì un’antologia di racconti scritti da giovani. si chiamava “Italiana” ed era pubblicata da Mondadori. Avevo meno di 20 anni e indovinare subito quale scrittore si sarebbe affermato nel decennio successivo mi sembrava di importanza fondamentale. C’erano Erri De Luca e c’era Sandro Veronesi.
Mi innamorai di Paola Capriolo che poi non ha mantenuto tutte le promesse (ha scritto comunque alcuni bei libri). C’era Susanna Tamaro, ancora sconosciuta.

Ma la nota più entusiasta accanto al titolo di un racconto – perché stendevo anche delle note, da vero fanatico – è quella per Il bambino scettico di un certo Edoardo Albinati: ricordi dall’infanzia ipersensibile e protetta di un bambino che, da grande, è diventato un terrorista.

A 20 anni di distanza non rinnego quella scelta anzi sono felice di averla fatta. Capisco solo adesso che non si trattava di scoprire lo scrittore che si sarebbe affermato nel nostro panorama letterario (espressione orribile) ma nella mia vita, insieme ad altri.
Non potevo sbagliare. O forse si, avrei potuto.

Ho continuato a seguire Albinati attraverso tanti libri, anche quelli di poesia, anche quelli più strani, come Orti di guerra. Li ho letti, con qualche perplessità, più o meno fino in fondo, tranne Tuttalpiù muoio, l’unico che gli ha dato successo di pubblico.
Per il resto un’onesta carriera, la sua, di autore minore. Lontano dalle grandezze di chi cambia la storia della letteratura, come Moresco, o di chi vende migliaia di copie finendo per stare sulle scatole a tutti, come Baricco.

L’ultimo, Vita e morte di un ingegnere, pubblicato qualche tempo fa ma scritto prima, finalmente è bellissimo.
Non lo stavo aspettando dai tempi de “Il bambino scettico”?

L’ingegnere di cui si fa il ritratto è il padre dello scrittore. Come sembra inevitabile, un ingegnere vissuto negli anni del boom italiano è una maschera rigida e scostante. Le Parole utilizzate fin dall’inizio sono scoraggianti: un uomo spaventosamente ambiguo; calmo e freddo; indifferente alla maggior parte dei problemi degli altri e perfino ai propri; una sensibilità morbosa; timido; vestito in maniera convenzionale; giacca, cravatta, pantaloni grigi eccetera; indifferente all’abbigliamento. Uno di cui al massimo si può sostenere che “gli piaceva guidare l’automobile” ma non che “gli piacessero le automobili. Anzi si può dire che delle automobili non gli importasse nulla.”

Cosa fare di una maschera così? Dietro non c’è davvero nulla. Oppure c’è il nulla.
L’unica forma di espressione che traspira è però terribile: il gusto della beffa, lo spiazzamento, la provocazione, la capacità di sottrarsi a ogni giudizio prevedibile, in continuazione, con “un’energia senza limiti”.
“Non gli dispiaceva farsi avanti quando si trattava di dimostrare anticonformismo e sprezzo delle convenzioni, di quelle stesse convenzioni che poi formavano la quasi totalità del suo modo di vivere e concepire il mondo.”
Come quando, nell’estate del ’66, per vincere una scommessa con sua nonna, si infila una camicetta da donna colorata di vistosi ricami e si mette seduto al bar, all’aperto, sotto lo sguardo di tutti. “Poi a casa naturalmente non pretese da mia nonna i soldi della scommessa vinta”.

Ma questa maschera ora rigida ora beffarda e inafferrabile è il padre. E tocca farci i conti. nel suo ritratto Albinati la insegue, la cerca, ci combatte. Poi arrivano la malattia e la morte a deformarla fin quasi allo schianto. Ma non si spacca nemmeno con la morte. Finisce consumata nell’iceneritore, piuttosto.

A un certo punto Albinati scrive:

“Ho letto migliaia di libri sugli argomenti più lontani da me, sulle arti marziali, sulla vita contadina in Normandia, sul problema del bene e del male dai vichinghi a Budda a Dostoevskij, sulle classi sociali medievali, sulle balene e i merluzzi, sulle città invisibili, sull’essere e il non essere e il divenire, sui giovani omosessuali di Milano Los Angeles e New York, Ho ascoltato con un certo interesse centinaia di ore di chiacchiere su Botticelli, Kant, Edipo, sul pensiero artificiale e su Eduardo De Filippo, mi sono chinato sulla polemica tra Vittorini e Togliatti, Tra Pasolini e gli studenti, tra Alcibiade e i suoi amici, tra i gesuiti e Paolo Sarpi, e ho studiato a lungo pagine di critica letteraria marxista a proposito di Balzac e freudiana a proposito di Pinocchio, conosco molti fatti salienti delle biografie di Csanaova, di Alfieri e di Tenco, di Gigi Riva e di almeno un’altra dozzina di italiani illustri, e anche quelle di Cary Grant e Mick Jagger, ho letto la Farsaglia e le Upanishad, ho letto Matteo Maria Boiardo, Richardson e la corrispondenza tra Groddeck e Frenczi, le lettere persiane, le favole di Andersen e quelle di Afanas’ev, ho divorato i libri degli epigoni degli epigoni, le vite degli imperatori, i trattati sulla malinconia, ho raccolto dati sull’esistenza infelice di Giordano Bruno e Campanella e Vico, ho accumulato nozioni innumerevoli su Spengler e Michelstaedter, su Kracauer e Weber, sulla moglie di Mahler e la sorella di Nietzsche – e non so niente di mio padre.”

Restituisce, allo specchio, quanto scriveva di tutti noi Cristina Campo ne Gli imperdonabili.
Quando diceva che abbiamo barattato il destino, ciò che fa essere il guerriero un guerriero, il santo un santo e chi lavora nei campi un contadino, con un mondo dove possiamo scegliere: “un mondo di esseri erranti, intercambiabili nei volti, nei costumi, nell’indescrivibile lingua franca, che a fatica ricordavano se arrivassero da Casablanca o da Tokio, se si fossero incontrati a Washington o a Dakar, mondo del solvente universale e del ritorno al caos, meticciato perfetto di destini nei quali tutto era possibile e indifferente.”

Eppure Albinati lotta fino alla fine con la maschera che ha davanti.
Distorta dalla malattia, la sua ultima espressione è ancora la beffa.
Al figlio che, per parlare, gli racconta della morte improvvisa dello scrittore Alberto Moravia, il padre risponde, secco: “immagino che non lo abbia strangolato la balia”.
Questo mentre si veste a fatica per tornare dall’ospedale a casa, per l’ultima volta.

Il ritratto, banale dirlo, è un autoritratto. Cosa ci può essere in comune tra un ingegnere conformista, impenetrabile, devoto all’ironia distruttiva e un figlio scrittore, artista di difficile classificazione, che ha pubblicato un po’ di tutto: prosa, poesia, prosa poetica, romanzi, diari; uno che ha immaginato, in un racconto, una propria relazione omosessuale con lo scrittore Eraldo Affinati, solo perché i nomi si assomigliano e i rispettivi libri, sugli scaffali delle librerie, stanno vicini?

Cosa può esserci in comune? Nulla, tutto.
Le due maschere convergono, si fronteggiano, si sovrappongono, si dissolvono a vicenda.

E alla fine non resta nulla. Nemmeno l’ombra di un destino.

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Quirico, Drogo e Yossarian

Mi ha chiamato A, ieri. Mi ha detto di portare due maschere antigas, se potevo. Il suo accento ternano, un po’ brusco.
Me lo sono immaginato lontano, sfocato, carico del giubbotto antiproiettile e del casco militare di misura sbagliata, come l’ho visto l’ultima volta che abbiamo lavorato insieme.
A è un operatore, lavora in appalto ma viaggia molto fuori dall’Italia, in zone di guerra. Naturalmente gli hanno quasi sparato addosso, una volta.
Gli hanno quasi sparato addosso in piazza Colonna, davanti palazzo Chigi. Quando Luigi Preiti ha aperto il fuoco su un carabiniere lui era lì davanti, ha girato le prime immagini, poi è stato intervistato dalle televisioni di mezzo mondo.
Che si possano avere delle maschere antigas A lo ha saputo da P, il giornalista che vado a sostituire domani a Beirut. Quelli che fanno a lungo gli inviati tendono a vivere in un mondo loro: pensare che la nostra azienda fornisca le maschere antigas, in questo momento, è come credere che esistano fiumi di Gatorade, su Marte.

E poi non ce ne è bisogno. Noi, io e A, staremo sul confine, almeno per ora, in Libano non in Siria. Sul confine come l’altra volta, la prima che ho incrociato Domenico Quirico, davanti alla Libia ma ancora in Tunisia. Non avevo idea di chi fosse. Tra tanti giornalisti con la pashmina e gli occhiali scuri, lui sfoggiava giacca, cravatta e scarpe da città. Ma la cosa buffa era questa: eravamo tutti nel deserto, davanti al confine, ad aspettare che il regime di Gheddafi mandasse un fantomatico autobus per portarci in Libia, a vedere che meraviglia di paese. Naturalmente non è mai arrivato. E Quirico, in fondo, era l’unico vestito in modo adatto: come uno che aspetta l’autobus.

L’ho rincontrato più avanti in una situazione difficile. Ero in cerca di qualcuno da intervistare e lui, con molta gentilezza, si è offerto di darmi dei contatti. Nel ricordo di quella gentilezza, rara tra i colleghi, ho seguito la vicenda della sua scomparsa e poi letto avidamente quanto ha scritto appena tornato.

Mi ha colpito sapere che porta sempre con sé dei romanzi, dei classici per la precisione, e che la prossima volta vuole portarne di più lunghi.
Anche io scelgo con attenzione i libri da portare, prima di ogni partenza, e mi chiedo se le pagine basteranno nei casi più disperati.
Naturalmente non penso a sequestri. Sono tipo da aeroporti bloccati, io.

E comunque fra poco si parte. Di nuovo al confine, senza maschere antigas e con qualche libro. Aspettando non si sa bene cosa. Non lo sa nessuno nel mondo, in questo momento, con certezza.
Figuriamoci io, sospeso come mi sento tra il tenente Giovanni Drogo e il soldato Yossarian

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