I lupi

“La lettura” del Corriere ha riproposto un racconto di Paul Auster già pubblicato qualche anno fa. Considero la memorabilità uno strumento formidabile per giudicare i racconti. Cioè, se continui a ricordarli nel tempo: e questo era memorabile.
La storia è semplice. Auster torna in Ucraina nel paesino da dove era partito suo nonno, a fine ottocento: Ivano-Frankisvk, ma anche Stanislau o Stanislav – le denominazioni secondando le dominazioni – non lontano da Leopoli.
Oltre al rabbino ortodosso, che gli racconta il tragico destino degli ebrei durante l’occupazione nazista, gli presentano un poeta e studioso della storia locale, buddista praticante, appena tornato da un periodo passato in un monastero del Nepal.
Il poeta gli narra una storia tremenda: nell’intervallo tra la ritirata delle truppe tedesche e l’arrivo di quelle sovietiche il paese si era svuotato, gli ebrei sterminati o deportati, gli altri fuggiti; al posto delle persone c’erano i lupi, centinaia, forse migliaia di lupi, entrati nella cittadina dai boschi.
All’arrivo dei russi, il padre del poeta era stato arruolato nell’unità dell’esercito incaricata di sterminarli.

Auster non ha nessuna ragione per dubitare di quello che gli è stato raccontato e inizia una serie di ricerche, che non portano a nulla.
Storici, professori universitari locali: nessuno sa niente di quei lupi. Arriva anche a scovare in un archivio un filmato sull’arrivo delle truppe sovietiche a Ivano-Frankisvk: naturalmente non c’è traccia di lupi.
Ma è un filmato di propaganda, una messa in scena.
La storia dei lupi continua a sembrargli molto più reale.
Del resto, non è diabolico e rischioso pretendere che quanto non è documentato non sia mai esistito?

Il racconto si sporge su un abisso, su quel fondo non decidibile e quasi oracolare alla base del reale.
Per essere viva la realtà deve conservare qualcosa di inafferrabile, di non utilizzabile. Quel qualcosa si intuisce proprio nel centro delle tragedie.
Per questo chiedono silenzio e non possono venire utilizzate per un fine.
Possono essere ricordate, rappresentate, divenire oggetto di un lento processo, anche in termini giuridici (si tratta pur sempre di un rito); ad un certo punto può baluginarvi un branco di lupi, dove prima non c’era.
Ma quando si utilizzano se ne perde l’essenza.

Io poi sono un giornalista. La mia professione è stare ai fatti, rispettarli, ottenere che vengano rispettati. Lavoro a un livello molto più superficiale e non mi sogno nemmeno di scavalcarlo.
Otto anni fa ero in Crimea, quando veniva “prelevata” da Putin.
Quell’esperienza mi ha segnato.
La Crimea (che, a differenza dell’Ucraina oggi, era sostanzialmente filorussa, senza alcun dubbio), era piena di truppe russe. L’esercito del Cremlino era ad ogni angolo, dietro ogni cespuglio.
Si erano tolti insegne e mostrine e Putin andava davanti alle televisioni di mezzo mondo a sostenere che non era così, che non c’erano soldati di Mosca in Crimea (ricordo bene i giornalisti russi che interrogavano e, a volte, sbeffeggiavano i militari: voi non venite dalla Russia? Davvero? E chissà che fine hanno fatto ormai quei giovani giornalisti).
Il punto non era che Putin stravolgeva i fatti. Il punto era che stravolgere i fatti gli faceva acquisire consenso.
Lui esponeva davanti al mondo la propria menzogna e a me sembrava di vedere allinearsi alle sue spalle intere curve di folle esultanti.
Come se il re nudo della favola di Andersen facesse frustare il bambino che lo ha additato e tutti portassero in trionfo il re.
Chi c’è in quella folla esultante? Mi domandavo mentre scrivevo pezzi dalla Crimea.
Semplici prepotenti che si compiacciono del ritorno in voga della prepotenza? Forse.
Schiere di esclusi che sognano una rivincita? Forse.
Persone esasperate da un mondo troppo pragmatico che, ad ogni passo, vuole dirti da che parte sta il bene e da che parte sta il male? Forse.

Non so. Temo la Russia di Putin da allora e non avevo bisogno delle macabre scoperte di oggi per trarre le mie conclusioni.
So solo una cosa: quel legame tra un uomo che stravolge i fatti (era proprio Putin? O era diventato Trump?) e un’oscura, vasta folla acclamante, non è stato intaccato (se non, forse, in minima parte) dalle ultime tragedie e dal rapido impiego che si pensa di farne.

Probabilmente non lo sarà da tragedie anche più grandi.

La nostra colf ai funerali di Brežnev

“Loro non possono vincere. Perché non può essere che alla fine vince il male, no? Non può essere” 

Eravamo nel nostro salotto e c’erano anche i bambini, che bambini non sono più, perché hanno 13 anni lui e 11 lei, ma noi, mia moglie e io, continuiamo a chiamarli così.  

Maria sembrava recitare sul piccolo palco di un teatro improvvisato, un po’ marionetta, un po’ Arlecchino. Aveva quasi le lacrime agli occhi. Sembrava forte, anche. Molto forte. 

E’ arrivata a lavorare in casa nostra otto mesi fa, dopo che il rapporto con la colf precedente si era chiuso in modo brusco. Lei l’avevamo già conosciuta in passato, era stata da noi un paio di settimane, ritagliate tra altri impegni di lavoro, che non le mancavano. 

Mi aveva colpito per il suo essere fuori posto, a fare le pulizie e seguire la casa. Professionale, concentrata, istruita, sembrava recitare una parte da serie TV: una dirigente d’azienda che ha deciso di cambiare vita e si dedica a seguire una famiglia per raggiungere un’altra dimensione spirituale. 

Per questo, quando l’abbiamo assunta con un regolare contratto, abbiamo salutato l’inizio di un’era propizia, in cui saremmo stati sollevati dal peso delle passeggiate del nostro problematico cane, da quello del pranzo per Arturo e Stella di ritorno da scuola, e infine dal nostro sacro, vitale e proliferante disordine; nel modo più felice, forse. 

Quando se ne è andata è stato all’improvviso, una settimana dopo l’inizio della guerra.  

In mezzo ci sono state parecchie cose. I libri che ha preso in prestito dalla nostra libreria: un romanzo ambientato nel quartiere dove viviamo, a Roma, un diario di Anna Politkovskaya sulle malefatte di Putin; c’è stata una sua partenza improvvisa per l’Ucraina, che ci ha rigettati per due settimane nello sconforto e nel caos più vendicativo, per correre ad aiutare la figlia maltrattata dal fidanzato. La figlia è stata in pochi giorni portata fuori dall’Ucraina, in Polonia, dalla sorella che studia all’università. Provvidenzialmente.  

No, Maria non è partita per la guerra, non si è arruolata tra i volontari della Croce Rossa o di un’altra organizzazione per il supporto del suo paese.  E’ solo stata assunta in un modernissimo ospedale tedesco, dove aveva già inviato un curriculum tempo prima. E’ un’infermiera diplomata e anche noi avevamo spesso pensato di aiutarla a cercare un lavoro migliore, qui in Italia, ma poi non ne avevamo avuto il tempo. E forse nemmeno il desiderio. 
Ora in Germania aspettano un costante afflusso di feriti dall’Ucraina e si preparano a far fronte all’emergenza. Per questo l’hanno chiamata. 

Non la vedevo da una settimana: dal momento in cui è scoppiata la guerra sono rimasto chiuso nella redazione del mio telegiornale per 12 ore al giorno. 
Me la sono trovata davanti nella sua ultima giornata con noi, i grandi occhi chiari simili a quelli di nostra figlia Stella. Non credo che stesse per piangere. Ma c’era una grande tensione. 
Ha detto qualcosa come: “e poi basta con questi articoli che dicono cosa succederà dopo l’Ucraina. Dopo l’Ucraina non ci sarà niente perché l’Ucraina non ha intenzione di cedere, finché ci sarà anche solo un ucraino rimasto, andrà lì a combattere”. E ancora: “mio fratello è lì, anche lui si prepara a combattere.” 

Mi sono venuti in mente i tifosi che credono nella vittoria della propria squadra al mondiale, contro ogni aspettativa, e troppo spesso tornano verso casa con le bandiere arrotolate. 

Ma lei ha insistito – i bambini o ragazzini erano ancora lì, a guardarla con gli occhi spalancati – “Voi non dovete credere che Putin è così forte, sta mandando a combattere i maestri di scuola, i giovani senza nessuna esperienza”. 

Poi la giornata è proseguita come sempre. Lei si è messa a riordinare casa, io ho approfittato delle poche ore libere per costruire un tempo qualunque: al mercato, un po’ in cucina, un libro, gesti lenti, pause. Il contrario del flusso elettrico delle notizie che mi aveva attraversato per giorni, attimo per attimo.
Ogni tanto Maria annunciava qualche evento dal fronte. I social le suggerivano che un aereo russo era stato abbattuto, una base nemica distrutta, un attacco respinto. Qualcuno le proiettava un film che anche io avrei voluto poter vedere. 
A metà mattina mi sono preparato un caffè turco, ne ho appreso l’aroma e la ricetta durante le missioni all’estero. Provo a rifarlo senza mai raggiungere quell’elusiva perfezione delle cose semplici. 
Gliene ho offerto una tazza, che ha accettato. Senza zucchero.  

Qualche settimana prima, mentre ci prendevamo un tè con lei e mia moglie, ci aveva detto di essersi messa a dieta eliminando gli zuccheri, tutto il resto no, e così era dimagrita di tre o quattro chili. Con il suo compagno, un dermatologo italiano, avevano fatto troppi pranzi e cene fuori o avevano avuto ospiti. Doveva recuperare.  
A noi, nei mesi, aveva preparato Borsch, insalate russe squisite, blinis con la panna acida. 
Quindi senza zucchero, anche se, per un caffè turco (o greco, o arabo) è davvero un peccato: il contrario del nostro.  
Durante la mezz’ora del caffè mi ha raccontato della sua famiglia che sta a Ternopil, nell’ovest dell’Ucraina, a metà strada tra Kiev e Leopoli. Alcuni figli di sua nonna si trasferirono a Luhansk, nel Donbass, negli anni 60, perché lì c’era lavoro nelle miniere. Sua madre – ha continuato – ha mantenuto i contatti con i cugini, ma quando sono tornati una volta a Ternopil parlavano più russo che ucraino. Poi hanno iniziato a declinare gli inviti della famiglia e alla fine ad affermare che, se fossero andati a Ternopil, avrebbero rischiato la vita.  
E a Maria sembrava incredibile: “a Ternopil, capisci: è casa loro!”. 

E poi, atro tempo, altre memorie: “Mi ricordo come se fosse adesso quando è morto Brežnev. Ero in terza media, avevo l’età di vostro figlio. Ci hanno portato in una grande sala a guardare alla televisione, per tutto il giorno, i suoi funerali. Dovevamo avere un aspetto triste, il capo reclinato. Sarebbe stato meglio piangere. Sorridere o ridere era vietato. Mi ricordo quel tempo interminabile, nella scuola fredda”.  
La nostra giornata proseguiva come se niente fosse, come tutti i giorni. Lei ha portato fuori il cane e ha accompagnato mia figlia a lezione di teatro. Pensavo avrebbe proseguito verso casa sua e glielo ho anche suggerito ma è tornata per fare l’ultima mezz’ora di lavoro. Ha tirato la cucina a lucido, ha messo di nuovo a posto tutto quello che Arturo e Stella avevano sparso in giro. 

E quando è stato proprio il momento di andarsene, sono arrivato alla porta per fare quella cosa che ogni tanto capita nella vita, quando meno te lo aspetti: dirle addio.  

Ero dispiaciuto. Anche se era stata con noi solo otto mesi, se ne andava un pezzo importante della famiglia: una persona saggia; forse più di noi.  
Allora lei si è fermata di nuovo in mezzo al salotto ed è stato come se salisse per l’ultima volta sul piccolo palco di un teatro domestico. 

“Io non so se è una crisi di mezza età ma non capisco più la mia vita. Volevo una casa. Ero tornata in Ucraina e stavo costruendo la mia casa ma mi mancavano i soldi per finirla e sono venuta qui, proprio da voi, per finirla. Ora non ce l’ho neanche più una casa, per me non esiste più. Io volevo una famiglia e una casa. Come questa!” E ha indicato col braccio tutto il nostro salotto. 

“Da bambina ero in una grande casa ed eravamo in tanti. Volevo rifare quello. Ora le mie figlie sono in Polonia, io sto per andare in Germania e la mia casa non esiste più. Non so cosa significa tutto questo.” 

Le ho potuto rispondere solo che chi ha tutto, come noi, una famiglia e una bella casa, vive nella paura di perderlo. O nella paura che saranno i propri figli a perderlo, senza essere preparati.  
Avere tutto è una grande fortuna ma è anche struggente. Sai di averlo, ne conosci la bellezza, e sai che non ti appartiene. 

Ha posato la sua copia delle nostre chiavi, è uscita ma è tornata indietro.  

Aveva dimenticato il cellulare. Lo ha recuperato e se ne è andata. 

Amanda

American poet Amanda Gorman reads a poem during the 59th Presidential Inauguration at the US Capitol in Washington DC. Getty Images.

La ragazza con il cappotto giallo deve essere una figlia del sole.
Con le dita affusolate pizzica corde di luce. La giornata invernale è fredda ma splendente. Nessuno può distogliere lo sguardo.

E’ venuta a vendicare anche le mie notti insonni? E’ venuta a medicarle?

Mi svegliavo, dormivo, sognavo quello che più temevo, aprivo gli occhi, era tutto un sogno, mi giravo, mi chiedevo se andare a controllare, sarebbe bastato accendere uno dei tanti schermi, mi rispondevo è inutile, che lo avevo già sognato, dormivo, un altro incubo breve, spalancavo gli occhi, controllavo l’ora.

La prima notte insonne è stata quella del referendum sulla Brexit. La seconda la notte delle elezioni che hanno consegnato l’Italia a una coalizione Cinque Stelle-Lega. La terza la vittoria di Trump negli Stati Uniti.

La più dolorosa fu la Brexit. Londra, dove vivono molti amici, è sempre stata città d’elezione. Vederla allontanarsi così, suscitava la reazione infantile del bambino che replica: “No! è mia!”. Un dolore che persiste.

A giugno del 2019, mentre L’Italia aveva un governo dichiaratamente populista, a Washington sedeva l’amico Trump e Gran Bretagna ed Europa tentavano di districarsi nelle pericolose secche del divorzio, Putin dalla Russia rilascia una lunga intervista al Financial Times, preannunciando il prossimo tramonto del sistema liberale occidentale, destinato ad essere sostituito da sistemi autoritari e autarchici, possibilmente nella sfera d’influenza russa.

In realtà in quel momento all’illustre intervistato mancava una casella dello scacchiere, su cui aveva puntato moltissimo, quasi tutto: la Francia, finita nelle mani dell’avversario, anzi del nemico Emmanuel Macron. Due giorni prima dell’elezione si era tentato un ultimo assalto disperato, con il furto dei dati della sua campagna, à la wikileaks, con risultati deludenti. Poi era scattata la rabbia ad orologeria dei gilet gialli. 
E visto che alcuni hanno considerato Macron alla stregua del demonio e i gilet gialli come la nemesi, vorrei dirgli: li avete visti i gilet gialli entrare a Capitol Hill, agli ordini di Trump? O no?
Con buona pace.

Poi, d’un tratto, tutto rovesciato. In Italia è cambiato il governo (forse qualcuno si è spaventato che quella eterogenea coalizione portasse il paese tra le braccia della Cina, invece che della madre Russia?), la pandemia ha eroso gravemente i consensi di Donald Trump; la Brexit ha raggiunto l’esito meno catastrofico: quello di un accordo di uscita, pur lasciando un’Unione ferita.

Ed ecco, imprevedibile fino a poco tempo prima, salire sul palco la ragazza col cappotto giallo.
Cosa sarebbe capace di scrivere Don DeLillo (autore che ha riflettuto molto sul rapporto tra sistema, paranoia e rivolta) su quella performance ipnotica? E se fosse una sua creazione? Sarebbe capace di andarci avanti per un centinaio di pagine, senza farle pesare. Potrebbe essere il nucleo di un romanzo.

Lei sillaba le parole. Stacca con precisione i fonemi:

Doc-tor Biden – ma – dame – Vice – president… americans – and the world!

Una fascia rosso fuoco a raccogliere le treccine sopra la testa, il volto come se fosse stato sognato da Modigliani.

 Where can we find light in this never-ending shade?

E io invece a chiedermi: quanto si può andare avanti così? E’ possibile che funzionino democrazie in cui la metà di quelli che votano credono nella logica dell’alternanza al potere e l’altra metà non più? Mentre alla politica fatta di scontro e dialogo si è sostituito, da una parte e dall’altra, qualcosa che assomiglia molto a un tifo senza freni? E tifo per cosa?

We’ve braved the belly of the beast…

Muove le mani come se dirigesse un’orchestra, le modula, spinge ai margini ciò che deve essere messo ai margini.

E soprattutto se la macchina è questa e non può essere nessun’altra: questa macchina che ci fa vivere più a lungo e rende semplice spostarsi e comunicare e vivere per chiunque sia integrato e connesso, ma è pronta a schiavizzare e perfino massacrare chiunque si trovi ai suoi margini; se la macchina è quest’unica tanto per noi quanto per loro, tanto per questi quanto per quelli, e c’è solo uno screzio su chi debba condurla, i più preparati o i più farabutti, i belli o i brutti, se la macchina è questa, allora che senso ha la guerra che sembriamo pronti a iniziare, una specie di guerra civile per stabilire chi debba tenere il tempo di cottura dell’uovo, che è già nella pentola e presto sarà inevitabilmente bollito?

We’ve lerned that quiet isn’t always peace – le mani, una bilancia a soppesare quiete e pace.

E che senso ha parlare di diritti e libertà se ormai è evidente e sdoganato, sputtanato, che nei due terzi abbondanti del mondo, con i quali abbiamo fiorenti rapporti e scambi, contano solo la forza e l’arbitrio e sempre di più è così anche da noi. Che significato avrà appellarsi ai diritti e alle libertà fondamentali? Non sarà un nuovo modo di essere bigotti? E i diritti, quando sono solo per pochi, non sono privilegi?

A skinny black girl descending from slaves and raised by a single mother

Can dream

Le mani, per un istante, vicine alla testa, a reggere il sogno…

Of becoming president

Only to find herself reciting for one

Le mani ruotano con eleganza, descrivono cerchi, mettono in guardia, accolgono e respingono.

Ma lei immobile, accesa come il disco che le regge i capelli.

E cosa resta della tradizionale partizione tra destra e sinistra, schieramenti ormai fatti a brandelli, se la linea di divisione sembra passare per tipi psicologici: gli equilibrati contro i nervosi, i competenti contro i paranoici, gli umorali contro i lungimiranti.

A country committed to all cultures, colors, characters and
conditions of man.

Whitman, quasi.

Che poi si tratta di una bambina. Nient’altro che una bambina.
Alle mani sono legati i fili che tendono e allentano le quinte del nostro futuro: le prossime guerre, quella civile, quella con la Cina, quella mondiale.
Altre quinte: la pace, la prosperità, l’abbondanza per tutti.
Per tutti?

E se quell’uomo: Trump – diciamolo – è un pazzo, come facciamo ad essere certi che non stia recitando e la pazzia sia nostra, dal momento che probabilmente stiamo recitando anche noi?

Rappa. Sta rappando più che leggere una poesia: le allitterazioni, le assonanze che ribattono, le sillabe che si staccano dalle parole e prendono vita autonoma, il ritmo che accelera tra bellezza e luce.
Luce e bellezza. Il tremendo non si manifesta anche così?

So while once we asked,

how could we possibly prevail over catastrophe?

Now we assert

How could catastrophe possibly prevail over us?

Quell’onda che doveva travolgere tutto è passata. Eravamo sulla banchina: ci è passata sopra la testa. E tutto è ancora lì, freddo e spettrale: le strutture, il cemento, le architetture. L’Europa, la democrazia statunitense sono ancora lì: bagnate e grondanti.

Ma noi non siamo più lì.
Siamo in mare aperto. Noi e i nostri avversari. Senza nemmeno il famigerato pezzo di legno per dire che siamo sulla stessa barca.
Sempre con la sconfortante possibilità di mettersi le mani al collo e iniziare stringere.

There is always light – dice l’idolo

There is always light

L’altro lato della fotografia

nassirya

Il giorno dopo l’attentato di Nassirya. Viene il mio capo.
Non uno qualunque. Aveva inventato la rubrica per cui lavoravo, allora il massimo in tema di approfondimenti, aveva la scorza del giornalista d’altri tempi, aveva lo sguardo grifagno, le sopracciglia i baffi e i capelli bianchi, sembrava Robert Mitchum, sembrava un cowboy che se ti vede a dieci metri di distanza estrae la pistola. Sembrava quello che resta in piedi, dei due.
Oggi è in pensione, fino a poco tempo fa passava ancora a trovarci.

Quel giorno mi mise davanti il giornale con sopra quella foto. Spiegò bene la pagina e disse la sua.
Più tardi mi mostrò alcune immagini arrivate in redazione.

Non ci pensai più di tanto. Eravamo presi a fare pezzi su pezzi. La grandezza della tragedia era sproporzionata rispetto ad alcuni particolari sulla foto e su chi l’aveva scattata. Poi tutto passò, come sempre. Arrivano altre notizie.

Ci ho ripensato quando ho saputo dell’assassinio della fotografa Anja Niedringhaus e la sua foto è tornata sulle prime pagine dei quotidiani. Ho pensato a quello che ne sapevo.
Ho immaginato che tra quella foto e il momento della morte di Anja si stendesse un filo lungo dieci anni e quattro mesi. Che i due eventi fossero collegati: una foto su un attentato, un attentato che uccide il fotografo.
Mi sono chiesto cosa avrebbe fatto se avesse saputo che le restavano poco più di dieci anni di vita mentre azzeccava quello scatto. Forse le stesse cose, forse no.

Poi sono corso in redazione domandandomi se avevamo ancora le immagini. Nel frattempo siamo passati dall’analogico al digitale: come fare un trasloco, si perde il meglio.
Da noi c’è questo assistente, da sempre, una delle anime della redazione: un italo-etiope di mezza età. Alterna una flemma apocalittica a scatti di podismo olimpico. Distilla la sua onniscienza in fatto di archivi e di immagini con pochi oracolari accenni. Anche grazie a lui nel nostro trasloco non si è perso nulla.
Chiedergli di cercare un’immagine è rischioso: ci si può trovare sommersi in pochi istanti di grosse cassette, con immagini precedenti, successive, collegate, prossime, pertinenti; di suggerimenti spiazzanti, nuove prospettive, altri punti di vista.

È quello che è successo a me. Mi sono tuffato nella ricerca e dopo aver passato un paio di grosse cassette, con mia sorpresa, ho visto quello che cercavo.
Ho fatto cenno a un collega, il più sensibile a temi come questo. Lui si è entusiasmato.

Dopo averne parlato in direzione abbiamo messo su lo speciale che vedrete questa sera nel Tg2 delle 20.30

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Proprio Lei?

È buffo quando qualcuno vuole raccontarvi una storia del prossimo futuro e invece recita una delle fiabe più antiche.
Come in Her di Spike jonze. Il film è ambientato poco dopo i nostri giorni: l’eroe si innamora del suo nuovo sistema operativo intelligente, cioè del programma che gestisce per lui tutto ciò che sta in rete. Un po’ come se si innamorasse della segretaria.
Il sistema operativo – OS nel film come nelle nostre vite – si chiama Samantha e ha una bella voce di ragazza. Sensuale e provocante, impacciata e giocosa, fa girare la testa.
Lei, però, ha un difetto: non ha né può avere un corpo.
Ma questa è la storia della ninfa Eco che si innamora di Narciso. E infatti il protagonista di Her, Theodore, è un fantastico Narciso, ripreso sempre in un primo piano da selfie, la posa preferita dei narcisi. Oggi di tutti.
Lei è pura voce, narrazione contiuna di se stessa. Lui insegue ciò che vede e vede solo se stesso. Una storia difficile.
Se questa è la radice della vicenda, una radice che ha già dato molti frutti nei racconti di possessione dell’800 e in altre relazioni tra uomo e macchina nel 900, la forma deve molto a due film: Scrivimi fermo posta e il suo doppio C’è posta per te. Non per caso Theodore scrive lettere d’amore per altri, è il suo lavoro. L’impressione è che non le scriva a nessuno e per nessuno, solo per se stesso, ancora una volta. l’amore è ovunque, vicinissimo ma impossibile. Tono e coloritura, quindi, romantici (Theodore, Theodore, questo nome d’altri tempi…), in contrasto con l’idea di un mondo fondato nella tecnologia: ecco l’ambigua miscela del film.
Ma visto che poi Her ha la pretesa di analizzare proprio i nostri giorni, quelli di chi sta in rete, bisogna accettarlo come una descrizione. Non fermarsi a ciò che proclama: siamo tutti un po’ alienati. Vabbè…
E provare a scovare alcuni particolari. Per esempio: nel film mancano quasi del tutto i bambini. Compaiono forse in due scene di breve durata. Una foto di una donna incinta, l’unica, ha funzione erotica.
Del resto in rete le differenze tra le età si perdono a favore di un’età collettiva che è poco dopo l’adolescenza (cui corrisponde benissimo, nella versione italiana, il tono ingrugnato di Micaela Ramazzotti, voce di Samantha). E non sono le uniche differenze a perdersi e sfumare.
Per questo il film non può svoltare né verso la tragedia né verso la commedia. Nè verso la morte né verso la nascita.
E si aggira intorno al mito: quello della sterilità di un’epoca.
Che mai Eco e Narciso avrebbero potuto avere figli.

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Sogno

Ho sognato una fila di uomini volanti che approdavano a una spiaggia. Io dovevo filmarli.
Lo facevo dalla spiaggia per le inquadrature strette: il piede che tocca la sabbia, i muscoli del polpaccio, il vertice dell’ala; e da una terrazza, da dove li si vedeva aggruppati nel cielo all’orizzonte, per quelle larghe.
Ma io ero solo l’operatore di ripresa. Mi dirigeva – lui si spostava su un monopattino – Sergio Leone

Haute couture

La colpa è tutta della strada vicina al posto dove mi sono trovato a lavorare a Parigi. Una strada dedicata alla haute couture: i grandi sarti.
Non potevo allontanarmi troppo dalla redazione in nessun momento del giorno, né a pranzo né tardi la sera. Se fosse successo qualcosa a quel campione ricoverato i telefoni avrebbero iniziato a squillare come trombe del giudizio.
Quindi, per il regalo di compleanno a mia moglie, non avevo scelta: dovevo percorrere quella strada. Fortunatamente avevo individuato subito, nell’atelier dell’italiano, un jeans semplice nelle linee e abbordabile nel prezzo.
Ma la strada l’ho percorsa lo stesso. Mi è sembrato che ogni firma esprimesse un modo di star male. Si poteva pure scegliere, avendo i soldi, quella borsa o quelle scarpe. Ma a vestirsi completamente da P o da C o da Y, si diceva al mondo solamente: io sto male.
Sto male in modo cupo o euforico; alienato o distruttivo. Ma di star male si trattava.
Una cosa perfino onesta da dire, poi, anche se forse ci sono modi più economici per farlo.
Nel negozio dell’italiano, dove sono tornato, per esempio, andavano le borchie. Quelle dei collari dei cani, più o meno. Borchie ovunque: sulle scarpe, lungo le borse, intorno al portamonete, sulle spalline dei vestiti.
Ad averle tutte addosso…
Ce n’erano anche sul jeans che avevo visto, ma solo un paio, irrilevanti. Altezza cinta.

L’ho chiesto alla francese:

– Vorrei vedere il gin
– Misura?
– 42 in Italia
– Arriviamo solo fino al 41
– Mannaggia
– Però tende a essere un po’ grande. Vi faccio vedere. Forse andrà bene per madame

E’ scomparsa per un tempo interminabile. Il tempo che passerebbe tra l’ingresso della zebra e quello dell’ornitorinco nell’arca di Noè, posto che tra la zebra e l’ornitorinco ci fossero altre 72 specie, di cui almeno 3 molto lente.
In una sala c’era una coppia di asiatici, forse giapponesi, bassi, lui con un piumino tagliato come una giacca da uomo, violaceo e attillatissimo, gli occhiali scuri. Lei seduta sulla poltrona, vastita di bianco con pelliccia ai polsi e al collo. Avevano ognuno i capelli tinti e un cane pechinese al guinzaglio. Sembravano statue.

La commessa è tornata con una scatola che mi pareva adatta a tutto meno che a un gin. Ha estratto un sandalo con una grossa piuma rosa all’attaccatura sopra le dita e me lo ha mostrato con orgoglio.
Il modello doveva chiamarsi Gin, ho dedotto.
Mi sono raggelato pensando all’equivoco: lei che si immaginava la mia madame con dei piedoni immensi e, premurosa, cercava di venirmi incontro. Chissà quanto diavolo costava quel sandalo.
Le ho chiesto di portarmi un jeans.
Di nuovo un tempo lunghissimo (passano anche la formica, la biscia e il tapiro). I giapponesi erano ancora là, sempre fermi, ogni tanto una commessa intorno.
Poi è arrivato il jeans, della taglia giusta, e andava bene. Ed è iniziato lo strazio del pagamento.
Mi hanno fatto riempire una scheda che nemmeno per chiedere un passaporto. Mi hanno detto di metterci i dati di madame. Li ho messi tutti sbagliati. Avevo fretta. Ma bisognava aspettare ancora che la stanza dei pagamenti fosse libera. Dovevano esserci i giapponesi dentro.
Minuti su minuti (Immagino sfilare il tarsio, il becco a scarpa) mentre la commessa cercava di intrattenermi in una conversazione sulla sua ultima visita nell’atelier di Milano.
Poi un’altra ragazza androgina – sembrava uscita da uno spot – visto che la situazione nella stanza accanto non si sbloccava, mi ha fatto segno di seguirla verso una parete. E una porta si è aperta su un altro stanzino, di un bianco accecante, dedicato ai pagamenti.

Con molta gentilezza mi ha detto che una carta come la mia non l’aveva mai vista.
È il bancomat con cui faccio la spesa al supermarket… Stavo per risponderle.
Naturalmente non funzionava. E nemmeno la carta di credito. Sapete quando un programma non gira sul vostro computer troppo vecchio?
Con il massimo dell’autocontrollo ho chiesto se c’era una banca nelle vicinanze e sono andato a prelevare.
Quando sono tornato hanno tirato fuori il mio pacco da un ripostiglio. Ho sentito le commesse dirsi qualcosa e ridacchiare. Dovevano aver scommesso sul mio ritorno.

Era passata più di un’ora. L’arca di Noè era partita lasciando a terra me e chissà quanti frequentatori di negozi esclusivi, sicuramente i due giapponesi.
Ero molto preoccupato per quel campione ricoverato in ospedale e per tutto il resto.

Ecco, mi sono detto uscendo: anche questo nella vita l’ho fatto!

Le sei reincarnazioni di Ximen Nao, in breve

Il miracolo della moltiplicazione dei narratori:
Tutti fanno riferimento a un primo narratore, che non riescono proprio a prendere sul serio.
Lui li ricambia con la stessa moneta.
E noi facciamo altrettanto: caro primo narratore, che tu sia Mo Yan o il popolo, dovresti sapere che il maiale marinato troppo a lungo può dare il voltastomaco; e che per il cane le polpette sarebbero meglio del polpettone.

Insomma, anche il padre Mo Yan, ogni tanto, sonnecchia, diremmo da queste parti.
Ma questo è un grande elogio.

Le sei reincarnazioni di Ximen Nao
Di Mo Yan
Einaudi pag 736

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Papà Goriot a Tunisi

Voglio parlarvi di un tunisino. No, non si trata di un personaggio esotico: di un salafita che insegna in una madrassa o di un venditore di spezie della Medina.
Si tratta anzi di uno che in tutto e per tutto assomiglia a un italiano, se si escludono alcuni tratti somatici, tra cui la carnagione olivastra. Ma di quegli italiani che si trovavano 50 o 60 anni fa e che oggi sembrano scomparsi.
Quando ci ha portato a vedere i capannoni che ha costruito in una zona industriale fuori Tunisi, per affittarli come studi televisivi, sono rimasto a bocca aperta.
Non immaginavo il titolare della ditta di servizi che mi metteva a disposizione il cameramen avesse tanta ambizione e tante capacità. Forse lo avevo sottovalutato per il suo modo di vestire molto semplice. Con noi c’erano: un produtore televisivo di eventi sportivi internazionali, biondo, brasiliano, molto tirato, elegante, naso all’insù e diceva la settimana prossima sarò in Oman; una vecchietta francese simpatica che pure doveva gestire affari televisivi in mezza Europa e conosceva qualcuno della Rai; e un direttore della televisione nazionale tunisina.
Tutti ad ammirare la grande opera e a congratularsi con il nostro ospite, poco distante dai silos dove Airbus fabbrica componenti di aerei. Lui sfoderava il sorriso sbiadito di chi ormai ha una certa età ma i denti ancora forti, di chi è timido ma orgoglioso.

Quando ero stato invitato a quella cena avevo subito rimpianto una tranquilla serata alla polleria sotto l’hotel. Ma adesso mi stavo appassionando. E ancora di più quando siamo arrivati a casa sua. Una casa bellissima, con la cucina a isola e sopra la tavola, in salone, un lucernario pronto ad aprirsi a comando nelle sere d’estate.

Te la sei costruita da solo? Ha buttato là qualcuno.

Gli ho guardato le mani grosse, la pelle spessa. Doveva aver cominciato da muratore. Mi sono immaginato che avesse costruito anche i capannoni per gli studi, da solo. O almeno, stando sempre lì a controllare ogni cosa.

La moglie e la figlia, molto bella, portavano il velo, secondo la tradizione. Ma più che un dovere religioso, sembrava una sciccheria.
Lui continuava a sorridere, a compiacersi del nostro compiacimento, della cena eccellente. Ci ha presentato il figlio: un ragazzone forte che fa già il direttore della fotografia.

Adesso devo dirvi del mio cameramen: chiama questo signore, che è il suo datore di lavoro, “mio padre”.
Lui è bassino, inizia a perdere i capelli, non certo bello. Ma è uno dei ragazzi più svegli e coraggiosi con cui abbia lavorato. Mi è apparso subito chiaro che il “padre” e datore di lavoro lo avsse già destinato a sposare sua figlia.
E i due ragazzi sembrano contenti: insieme stanno come l’acqua con la brocca.

Ha sistemato proprio tutto per bene quest’uomo.
Un giorno lascerà la sua famiglia, sempre senza rinunciare a quel suo sorriso sbiadito ma fermo, nella migliore delle situazioni possibili.

E tutto questo non sarà servito a nulla.
Perché c’erano uomini così in Italia. E guardate cosa hanno fatto i figli.
E i figli dei figli.

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A fine der monno

Er monno sta a finì pé certo
Disce er barista, pé via d’a callara
che ‘ntigna puro dopo i morti

N’a capoccia tua è finito de sicuro
penzo io ncazzato nero
tanto che me scordo de pagà

So du euri e scinquanta
S’arivorta a comare sua
come na biscia

Io un po’ me vergogno
un po’ Je’o vorre’ dì
A sora Lé, e tanto
s’er monno sta a finì

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